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    04/02/2023

Laceno d’Oro, tocca agli autori avellinesi

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Massimo Borriello e Luigi Cuomo. Sotto, dal film AVELLINO – Sarà una giornata interessante e ricca di appuntamenti – si legge in un comunicato – quella di domani per il Laceno d’Oro, il festival internazionale del cinema arrivato alla quarantesima edizione. Spazio agli autori irpini con la proiezione di un corto e di un documentario e di un film appena arrivati dal Festival del cinema di Venezia. Tutti gli appuntamenti di domani sono previsti al Cinema Panopticon del carcere borbonico di Avellino.

Si comincia alle 18 con la proiezione di “To Be Giovanni Barrasco” dell’avellinese Massimo Borriello. Il regista incontrerà il pubblico al termine della proiezione.

Al centro della storia c’è Yuri ( interpretato da un bravo Carlo Maria Todini), ucraino, che arriva clandestinamente in Italia per proseguire il suo viaggio ma viene travolto, suo malgrado, dal malcostume tipico del Belpaese.

Alle 18.30, la scena sarà occupata da Luigi Cuomo, anche lui avellinese, autore di “Costellazioni”. Il documentario osserva tre artisti circensi fuori dai riflettori. L'ex acrobata, Renè Rodogell, il domatore di leoni, Denny Montico, e la cavallerizza Yvette De Rocchi, mamma di famiglia sempre indaffarata. Tre personaggi, tre storie come tante, ma accomunate dalla sfavillante cornice del Circo.

Alle 20,30 invece spazio al lungometraggio “Alfredo Bini. Ospite inatteso” di Simone Isola, presente in sala. Il film, che racconta la storia del produttore storico di Pierpaolo Pasolini, è stato appena presentato in anteprima all’ultimo Festival del Cinema di Venezia ed ora arriva ad Avellino, segno che il Laceno si riconferma come una manifestazione di grande importanza a livello nazionale e di qualità indiscussa.

LA SCHEDA DI “ALFREDO BINI, OSPITE INATTESO”

Regia: Simone Isola

Durata: 84’

Origine: Italia, 2015

Fotografia: Edoardo Rebecchi

Produzione: Kimerafilm, Axelotil Film, Cinecittà Luce

È ancora possibile pensare al cinema come a una grande avventura, una sfida ai vincoli dell’economia, delle istituzioni, dei dettami, dei linguaggi convenzionali e della materia più opaca? Alfredo Bini era uno di quelli che il gusto della sfida l’aveva innato, fino a metterlo in campo nella maniera più semplice, spontanea e incosciente possibile. Uno di quei personaggi che al cinema ci capitano così, per caso, tra una guasconata e una bevuta, forse anche qualche scazzottata. Eppure, sempre così, per caso, sono capaci di alterarne gli equilibri, spostarne gli assi gravitazionali, ritracciarne i percorsi e gli indirizzi.

Classe 1926, livornese sanguigno, dalla faccia beffarda e dal sangue caldo, la guerra affrontata da adolescente, con la sconsideratezza tipica degli adolescenti, Bini comincia a frequentare il mondo dei registi e degli scrittori tra bar e osterie, salti sul bancone e cene tirate per le lunghe. Fino a che, dopo alcune rocambolesche situazioni, si ritrova a produrre, nel 1960, Il bell’Antonio di Mauro Bolognini. Un film che lascia il segno, ma soprattutto un film finito, nonostante le pressioni dei ministeri e i veti di chi considerava l’impotenza maschile come un’ipotesi assurda. È l’inizio di una carriera di produttore rischiosa, sempre al centro di polemiche furenti (quando le polemiche sembravano ancora avere importanza). Eppure una carriera illuminata a cominciare dal legame a filo doppio con Pier Paolo Pasolini, a cui Bini garantirà l’esordio di Accattone, dopo il ritiro sconsiderato dalla produzione di Fellini. Da lì un sodalizio di amicizia e di lavoro, che durerà sino all’Edipo Re del 1967. Cosa è successo a quel punto, non è dato saperlo? Se non far fede alle parole, lucidissime, dello stesso Bini: “da quel momento in poi ho cominciato a sentire un odore di morte”. In mezzo altri titoli, La viaccia, La corruzione, La mandragola. E poi i processi e le censure per il Satyricon di Gian Luigi Polidoro, difeso contro la miopia delle procure e gli interessi non proprio puliti di Fellini. Fino alle pellicole più scadenti, alle fughe esotiche e ai tentativi maldestri di risalita, la crisi del matrimonio con Rosanna Schiaffino, il lasciarsi andare alla deriva, i problemi economici dell’ultimo periodo della sua vita.

Simone Isola racconta questo nell’unico modo giusto possibile: come una grande storia (da cinema), un appassionante percorso di cadute e risalite, punti di svolta e progressioni drammatiche. Certo, compie un gran lavoro di ricerca, raccogliendo materiali di repertorio, immagini di Bini, apparizioni cinematografiche e televisive, frammenti letti da Mastandrea, testimonianze di chi lo ha conosciuto e di chi ha lavorato con lui, da Piero Tosi a Manolo Bolognini, Giuliano Montaldo e Ugo Gregoretti (che Bini fece esordire con I nuovi angeli), Bruno Torri e Gianni Bisiach, Bertolucci e la Cardinale... Ma soprattutto mostra in ogni istante il suo amore per il “personaggio”, un’adesione umana, di pancia, prima ancora che di testa, che traccia un ritratto ricco, pieno, senza intellettualismi o sovrastrutture. E in questo senso, è fondamentale la presenza di Giuseppe Simonelli, proprietario del Motel Magic, testimone e amico degli ultimi anni di vita di Bini. Di fronte alla sua commozione profonda, Isola non può che mettersi in gioco in prima persona, “mostrandosi” e mostrando una sorta di malinconia inaspettata, tra le righe della sua ricerca. Quasi fosse l’ospite in ritardo, che rimpiange di aver mancato la persona per cui era venuto. Forse c’è anche la nostalgia per una stagione del cinema irrimediabilmente lontana. Ma se le forme son cambiate, forse la passione è integra.

 

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