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    01/02/2023

Accorsi porta in scena al Gesualdo il Decamerone del Boccaccio

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Stefano AccorsiAVELLINO – Nuovo appuntamento, sabato e domenica prossimi, al Carlo Gesualdo di Avellino dove, per il cartellone del  “Grande Teatro”,  organizzato in sinergia con il Tpc (Teatro pubblico campano), andrà in scena “Decamerone/Vizi, virtù, passioni” con Stefano Accorsi per la regia di Marco Baliani.

Dopo essersi cimentato con l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, Accorsi, tra gli attori più amati e apprezzati d’Italia, torna ad Avellino con sette delle 100 novelle scritte dal Boccaccio, uno dei padri della lingua italiana, ambientate sui colli di Firenze dove una compagnia di giovani attori si appresta a mettere in scena un’opera teatrale mentre in città imperversa la peste nera.

Sulla scena è parcheggiato un carro-furgone, “casa” e teatro viaggiante della compagnia che si appresta a rappresentare l’opera. La modularità del carro favorirà la realizzazione scenica delle sette novelle tratte dal Decamerone, permettendo di volta in volta la creazione degli spazi e delle suggestioni necessarie alle storie che si vanno a narrare. Una grande passione anima gli attori, ma non altrettanto grandi sono le loro risorse materiali: si alterneranno quindi in un susseguirsi di ruoli e vicende, forti della loro arte teatrale.

«Le storie – spiega il regista Marco Baliani – servono a rendere il mondo meno terribile, a immaginare altre vite, diverse da quella che si sta faticosamente vivendo. Per questo nel Decamerone ci si sposta da Firenze verso la collina e lì si principia a raccontare. La città è appestata, servono storie che facciano dimenticare, storie di amori erotici, furiosi, storie grottesche, paurose, purché siano storie, e raccontate bene, perché la morte là fuori si avvicina con denti affilati e agogna la preda. Abbiamo scelto di raccontare alcune novelle del Decamerone di Boccaccio perché oggi ad essere appestato è il nostro vivere civile. Percepiamo i miasmi mortiferi, le corruzioni, gli inquinamenti, le mafie, l’impudicizia e l’impudenza dei potenti, la menzogna, lo sfruttamento dei più deboli, il malaffare. In questa progressiva perdita di un civile sentire, ci è sembrato importante far risuonare la voce del Boccaccio attraverso le nostre voci di teatranti. Per ricordare che possediamo tesori linguistici pari ai nostri tesori paesaggistici e naturali, un’altra Italia, che non compare nei bollettini della disfatta giornaliera con la quale la peste ci avvilisce».

 

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