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    28/05/2026

Dalla toponomastica la difesa della nostra storia

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Vicolo Sabazia prima e dopoAVELLINO – La toponomastica racchiude l’essenza, l’animo più profondo di una comunità. Chi sa leggere trova, nei nomi delle strade e dei luoghi, il passato, il come era, la cultura e gli usi delle popolazioni che vi hanno abitato e di quelle che vi abitano. Solo i toponimi riescono a superare il passaggio da una società all’altra, da una cultura ad un’altra da un’epoca all’altra restando come prova di una realtà oramai lontanissima. Questo vale per le città cariche di monumenti, di tradizioni e di storia ed anche per i piccoli centri come la nostra Avellino.

Il problema è valutare come oggi ci si pone nei confronti di questo patrimonio di cultura, di questa inesauribile fonte di conoscenza del nostro passato. Qui da noi quasi sempre lo si ignora, ed è già una fortuna, perché il più delle volte, come  è capitato, addirittura si cancella quello che è stato. Con la ricostruzione del dopo terremoto, abbiamo polverizzato segni importanti della nostra storia. Penso per esempio ‘o vico ‘a neve le cui tracce, oggi,  sono riscontrabili solo nella denominazione che si legge su qualche targhetta di numero civico apposta su locali siti nella galleria del fabbricato ricostruito occupando l’area che fu del vicolo.

Molto peggio è andata a vicolo Sabazia. Infatti non esiste più, sacrificato all’allargamento dell’innesto su via Duomo di rampa San Modestino. L'etimologia è incerta. Anche la denominazione riportata sui vecchi catastali, Via S. Bazia,  non è affidabile.  Potrebbe derivare da un'antica popolazione della Campania o, molto più probabilmente, da sabbatico, relativo cioè all’anno (uno ogni sette) nel quale gli antichi ebrei liberavano gli schiavi (anno sabatico). Sarebbe, dunque,  il luogo dove vivevano gli schiavi ebrei liberati. Questa seconda ipotesi è avvalorata dalla vicinanza di vicolo San Bartolomeo, dove risiedeva la comunità ebraica di Avellino. Ebbene di questa, che era una delle strade più antiche della città, restano le scale del vicolo che sboccavano su via Duomo ed un pezzo della pavimentazione in basoli, il tutto a formare una sorta di vinella  ovviamente ricolma di immondizia.

E che dire de i Palumbi?  Il nome, anche se per qualcuno rimanda ad una antica famiglia della zona, non esclude la derivazione dal gioco, amatissimo dai Longobardi, di catturare i colombi (in dialetto i palumbi) con la tecnica dell’uccellagione. L’orografia del sito (uno stretto passaggio tra due spuntoni di tufo) si prestava alla comoda disposizione delle reti per catturare i volatili. E l’elenco potrebbe continuare con ‘o mmuollo, ‘ a maronnella, ‘a via nova e Salierno, nomi tramandati per secoli di generazione in generazione e che non hanno avuto neanche il piacere di essere riportati nelle targhe stradali e per questo destinati a scomparire.

Salvarli, accostandoli alle moderne denominazioni, casomai tra parentesi e preceduti dall’avverbio già, è una proposta  inutile e tediosa per una città dove il presente non interessa, figuriamoci il passato, per non dire del futuro. Chi poi dovrebbe curare queste cose è in tutt’altre faccende affaccendato e lo dimostra anche nell’uso della toponomastica di apposizione. Le nuove denominazioni, infatti, escludono - con una precisione che appare sospetta - nomi importanti della cultura avellinese e quando si trova qualcosa da intitolare il più delle volte si tratta di luoghi improbabili, brutti, nati dall’accostamento casuale di spazi e funzioni diversissime. Ma d’altra parte questo ci ritroviamo e, come si dice, chi si accontenta…

 

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