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    17/10/2019

Province: Parlamento e Corte costituzionale gli unici baluardi per fermare il declino di Avellino

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La nuova mappa delle Province in base al decreto governativo sul riordino

AVELLINO – Una decisione infelice, anzi stupida più che sbagliata, ma alla fine ha portato alla paventata “fusione” delle Province di Avellino e Benevento con la conseguente perdita, da parte di Avellino, del ruolo di capoluogo di provincia. Prima di passare all’esame delle strampalate teorizzazioni sui grandi sbocchi positivi e propulsivi che sarebbero davanti alla Campania interna (valutazioni, queste, fatte da politici di secondo o di terz’ordine, da sindacalisti – napoletani – di primo piano, da studiosi autorevoli che inseguono da vent’anni il mito delle macro-regioni e che oggi, evidentemente, si accontentano delle macro-province) conviene dare uno sguardo su quanto deciso dal governo che sulla questione Province ha fatto un bel po’ di fumo e di confusione.

Partito dall’intento di risparmiare e di eliminare burocrazia, il governo aveva puntato sull’eliminazione dell’istituzione Provincia. Di tutte le Province esistenti. Di fronte alle resistenze di molti amministratori ed alle argomentazioni di studiosi che facevano notare che un provvedimento del genere non era adottabile con un decreto-legge (ci vuole una legge di riforma costituzionale che richiede un tempo che il governo Monti evidentemente sa di non avere davanti) il ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, Giuseppe Patroni Griffi, ha optato per la soluzione minimale: riduzione delle Province, abolizione del turno elettorale, soppressione delle giunte, retrocessione dell’ente ad istituzione ad “elezione indiretta”.

Con questi aggiustamenti Patroni Griffi ritiene di aver soddisfatto l’attesa dell’opinione pubblica per un attacco ai santuari dello spreco e del potere, di aver programmato un bel risparmio, e di aver tolto di mezzo una diga di carta non accettata dai cittadini. In realtà Patroni Griffi, che ha salvato le Province di Belluno e Sondrio perché territori – guarda un po’ – prevalentemente…montani,  ha raccolto ben poco. Il risparmio sarà minimo perché le spese vere delle Province non sono proprio quelle delle indennità degli amministratori, ma quelle di funzione (strade, scuole superiori, ambiente, trasporti, servizi sociali) che non possono proprio essere abolite. E poi passare da più di cento enti soppressi ad appena trentacinque non sembra una gran cosa. Ed i sessantamila dipendenti delle Province li mandiamo a casa? Con i tempi che corrono? Un fallimento insomma. Tranne per chi intravede magnifiche sorti e progressive per la nuova mezza regione, come la Campania interna ad esempio, improvvisamente passata da osso spolpato a grande SannioShire pieno di prospettive.

Avellino perderà con il tempo identità, ruolo e memoria? Sì, ma in cambio – dicono costoro –  potrà godere degli investimenti che la “naturale vocazione del territorio” attirerà. La stessa Avellino, allora, sarà investita da un’ondata di benessere che soltanto una visione campanilistica dei problemi posti dalla riforma di Patroni Griffi impedisce di percepire. Chissà perché quanto Irpinia e Sannio non sono riuscite a fare da sole dovrebbe essere una certezza domani con l’unificazione e con Avellino che intanto perderà subito i centri direzionali politici, e poi, piano piano, tutto l’apparato amministrativo. Il ritorno per Avellino? niente, proprio niente.

Autorevoli studiosi e sindacalisti (quasi tutti imperniati su Napoli) affermano il contrario. Fanno parte di quella cultura partenopea che fino ad ieri ha atteso che fossero le contrade irpine e beneventane a risolvere con l’ospitalità alla munnezza il dramma rifiuti di Napoli. Paradigmatici a tale proposito una lettera di tempo fa alla redazione napoletana di Repubblica del prof. Gerardo Mazziotti e un bellissimo articolo di Isaia Sales sul Corriere del Mezzogiorno.

Avellino ha già perduto nel tempo la travolgente funzione della caserma Berardi (oltre mille giovani ogni tre mesi nelle trattorie, nei bar e nei negozi di Avellino), poi il distretto militare, le direzioni Sip ed Enel; e con la crisi il blocco di fabbriche ed il fallimento di aziende ed imprese. Ci viene detto che tanto, tantissimo sarà risolto con la ferrovia ad Alta capacità Napoli-Bari, che però passa per Benevento e non per Avellino, e lambisce l’Irpinia con una stazione in Valle Ufita; ed oggi, ma solo oggi, gli industriali irpini chiedono uno scambio ferroviario a Pianodardine al centro dell’asse Salerno-Benevento. Ma intanto Avellino retrocede e visto che non sarà più capoluogo di provincia non potrà neppure chiedere di entrare nel sistema della metropolitana regionale (ad oggi è l’unico capoluogo a non avere un collegamento diretto con Napoli e nessuno ha posto questo problema sui tanti “tavoli” dove si è parlato di sviluppo).

Congiuntura economica e congiuntura politica hanno causato questo disastro. Quella economica viene da lontano, quella politica è invece tutta nostra. Con un’aggravante. Mentre il mondo ci crollava addosso, l’amministrazione comunale era impegnata…altrove. Anzi, il sindaco stava pensando di traslocare. Ha, infatti, ambizioni elettorali. Si è dimesso ed ha aggiunto che è sempre a disposizione della città. Come? Andando in Parlamento. Ed il futuro di Avellino? dentro i nuovi orizzonti che l’accorpamento con il Sannio garantirà. Non ci credete? Siete i soliti campanilisti, anzi, siamo più precisi, i soliti paesani, terribilmente paesani, tipico di quel gran paesone che sta diventando l’ex capoluogo.

Fermare questo assurdo processo? Tocca al Parlamento morente ed impaurito o, soprattutto, alla Corte costituzionale.

 

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