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    22/11/2019

Avellino, una lotta civile per il capoluogo

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Il corteo organizzato dal comitato Avellino capoluogoAVELLINO – Non fu il servizio d’apertura del telegiornale Rai della Campania a dare, per primo, qualche settimana fa, la notizia del passaggio da Avellino a Benevento del capoluogo della nascente provincia Irpinia-Sannio. La notizia era vecchia di qualche mese. La diede l’edizione avellinese del Mattino in piena estate quando ci si accorse dell’emendamento canaglia che fregava Avellino.

Per la verità, dopo l’annuncio a tutta pagina, Il Mattino fece passare un mese prima di aprire un dibattito sullo sconvolgimento che stava per interessare la città. Al contrario del Tg regionale Rai che dopo aver cancellato per mesi ogni riferimento alla questione (nonché a quella degli ospedali, dei tribunali e della ferrovia da chiudere in Alta Irpinia) ha pensato bene di rifarsi con un’apertura “forte” nel giorno della decisione del governo sul riordino delle Province, salvo poi far cadere tutto nel dimenticatoio dopo poche ore.

Se vogliamo il micro mondo dell’informazione locale si è comportato come la città. Disinteresse prima, disordine mentale e confusione dopo, litigi e polemiche in una sorta di terzo tempo che ha visto la discesa in campo (si fa per dire) dei politici di lungo corso o di nuovo conio. Il tutto mentre il Comune rimaneva senza sindaco (impegnato a trovare un passaggio per il Parlamento) ed automaticamente senza giunta e senza Consiglio. Da non crederci: all’argomento il civico consesso ha dedicato, alla vigilia dello scioglimento, una sola seduta.

La scelta del sindaco (una fuga dalla nave secondo alcuni più disonorevole di quella del comandante Schettino dalla Concordia) rimarrà un capitolo straordinario nella storia della città. Storia che non comincerà e non finirà con le prossime elezioni politiche. Storia che, però, viene alimentata pure a livello nazionale anche da singolari ed unilaterali visioni del pianeta-Provincia di autorevoli politici, giornalisti, intellettuali impegnati, sociologi, economisti. Tutti impegnati ad irridere la disputa da “secchia rapita”, la strapaesana guerra tra campanili; tutti a fare confronti tra gli sfottò del duello tutto toscano Pisa-Livorno e la becera contesa Avellino-Benevento.

Poi gli esperti, anche napoletani, che vedono nella fusione Irpinia-Sannio grandi occasioni di sviluppo e di ammodernamento; senza indicare un fatto vero, una risorsa, un investimento, una scelta credibile da parte della Regione che come per miracolo diventerebbe più che virtuosa. Soprattutto adesso che sta per nascere la città metropolitana di Napoli che, pur riguardando l’intero territorio dell’ex Campania felix, secondo gli amministratori della Provincia partenopea, ha bisogno di spazi vitali nell’Aversano, nel Baianese, nell’agro nocerino-sarnese…Non c’è che dire, un futuro radioso per le zone interne che verranno letteralmente stritolate dal napolicentrismo che già ha fatto tante vittime a bocce ferme. Figuriamoci con la sostanziale divisione in due della regione.

La verità è che intellettuali di varia estrazione (ed impegno) guardano alle Province come, beati loro, cittadini del mondo. Difficile, veramente difficile accorgersi per le strade di una metropoli dell’effetto-Provincia, di un ente che non è il Comune (quello lo riconoscono e lo apprezzano tutti) ma che pure esiste ed eroga servizi.

E poi, perché è provinciale la difesa di un ruolo istituzionale (capoluogo) che garantisce da noi occupazione come quattro stabilimenti Irisbus? Prima o poi lo Stato sarà più leggero? Benissimo, vuol dire che quelle economie saranno destinate a città come Avellino. O avremo fregature anche in quel caso? Difendere il diritto ad esistere è un fatto anticulturale? E allora viva Avellino e abbasso “questa” cultura. Una cultura che giustifica tutto ed alimenta di tutto.

Tristissimo segno dei tempi. Così si va dal dignitoso e fermo monito del vescovo Marino (preceduto sui temi della chiusura di ospedali e tribunali dai vescovi di Ariano e della diocesi altirpina) alle infelici ventate scissioniste di Comuni che “visto che” intendono passare con Salerno, Potenza, Foggia o Benevento. L’hanno detto persino a Grottaminarda ritenuta (quando si decise il percorso della linea autostradale Napoli-Bari, l’insediamento dell’Irisbus ed oggi la collocazione della porta irpina della ferrovia ad Alta capacità Napoli-Bari) cittadina “centrale” in ogni senso ai fini dello sviluppo dell’Irpinia. Così centrale culturalmente che il suo sindaco, proponente il passaggio a Benevento, è lo stesso che ha sollevato un vespaio quando la confinante Ariano – non agevolmente raggiungibile sul Tricolle e con la stazione ferroviaria declassificata – ha chiesto l’apertura di un casello autostradale nel suo territorio; così come fece quando Avellino ottenne (sulla carta) il casello presso lo stadio.

Del resto alle ruvide spallate del primo cittadino di Grottaminarda si affiancano le sofisticate distinzioni di chi dall’Alta Irpinia parla, e non da oggi, di Irpinia d’Oriente provocando così la più usata e facile delle battute: ognuno ha un suo Oriente ed un suo Occidente, come ognuno è terrone rispetto a chi vive un po’ più a Nord. Ma oltre la battuta e qualche stravaganza ci sono anche le proposte. Basso dell’unione industriali propone una sorta di regione dei Due Principati più Benevento: sennò all’Irpinia-Sannio manca il mare, unico fattore di sviluppo (ma la ferrovia elettrificata Salerno-Avellino non apriva lo sbocco al mare?).

Poi c’è chi ricorda che il vero riordino sono le “aree vaste” che poi sono un modo subdolo di fare – con una presunta visione moderna – polpette della Provincia (e del capoluogo). La reazione di Avellino, sia quando protesta con i giovani che fanno tanto ultras da curva Sud sia quando veglia in silenzio il tardivo “raduno” dei politici a Palazzo Caracciolo, è sempre ritenuta sbagliata. Resta il fatto che l’Irpinia, la terra di mezzo che per essere tale non può avere il mare, in altri tempi senza le lacerazioni politiche degli ultimi vent’anni avrebbe saputo e potuto difendersi da questa stupida aggressione basata su parametri assurdi (se tornassero ad Avellino gli abitanti sistematisi nei suoi dintorni perché il sisma del 1980 costrinse tanti a cercare casa altrove, sposteremmo di nuovo il capoluogo?).

Perché sempre da queste parti si è fatta politica vera. Già con i moti risorgimentali del 1820 e già con l’unità d’Italia ed irpini al governo del calibro culturale di Francesco De Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini. E l’antifascismo con pensatori rivoluzionari come Guido Dorso, e poi, con la Repubblica, con il cattolicesimo sociale che animò la parte migliore della Democrazia cristiana mentre proprio questa terra pagava un tributo pesantissimo al fenomeno migratorio.

Mentre l’Irpinia esprimeva l’attivismo positivo di un Fiorentino Sullo e poi elaborava con De Mita l’idea del patto costituzionale, Napoli si faceva soggiogare prima da Lauro, poi dai Gava. Per non parlare di altre infelici realtà meridionali. In questo fermento, che certo partiva da politici espressi dall’Irpinia d’Oriente, Avellino aveva un ruolo centrale. Chi osa oggi darci lezioni (e da dove poi?) mentre ci rubano anche l’anima?

A chi è in attesa del “miracolo” chiesto – con due emendamenti alla commissione Affari costituzionali del Senato – ribadiamo che la vera riforma da chiedere al governo è il mantenimento delle Province, le piccole patrie, e la cancellazione o la radicale riforma di tanti enti e consorzi che di fatto, in ogni provincia, divorano fondi e tengono in piedi localmente i partiti ed i loro interessi.

 

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