AVELLINO – Sulla stagione dei sindaci in Italia ospitiamo un intervento di Generoso Picone, giornalista del “Mattino”, per anni responsabile della redazione avellinese, che sarà uno dei relatori al convegno promosso dal nostro giornale e dedicato al ricordo di Antonio Di Nunno (di cui Picone fu anche vicesindaco) che vedrà la partecipazione di Antonio Bassolino.
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Quando il 7 maggio 1995 Antonio Di Nunno prevale su Stefano Sorvino nel turno di ballottaggio per le elezioni comunali di Avellino, la stagione dei sindaci in Italia è cominciata da 17 mesi. La data d’inizio può essere simbolicamente fissata nel 5 dicembre 1993: Antonio Bassolino a Napoli conquista Palazzo San Giacomo battendo Alessandra Mussolini, Francesco Rutelli diventa primo cittadino a Roma su Gianfranco Fini, Massimo Cacciari a Venezia sconfigge Aldo Mariconda, Riccardo Illy a Trieste ha la meglio su Giulio Staffieri. In precedenza, il 21 novembre, Leoluca Orlando ha conquistato il Municipio di Palermo con uno strabordante 75 per cento dei consensi al primo turno che lo ha visto contrapposto a Elda Pucci, ma si è trattato di un secondo mandato per il fondatore della Rete, già a Palazzo delle Aquile dal 13 maggio 1985 al 5 maggio 1990. Sono comunque questi – con Valentino Castellani a Torino, Adriano Sanza a Genova, Vincenzo De Luca a Salerno, Pasquale Viespoli a Benevento – probabilmente i personaggi più rappresentativi che inaugurano quella fase della vicenda italiana che un analista accorto e profondo, Luciano Vandelli, ha definito nel suo saggio del 1997 per Il Mulino di “Sindaci e miti”. Una sorta di rivoluzione politica che avrebbe conservato – e conserva ancora – il tratto contraddittorio di essere stata generata da una riforma, quando in genere sul piano storico avviene il contrario: si può quindi ben dire che l’elemento paradossale resterà innervato nel suo profilo lungo i decenni.
La riforma è sancita dalla legge 81 del 25 marzo 1993 che stabilisce l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle Province, consegnando per altro a loro la possibilità di nominare assessori esterni, tecnici e comunque non provenienti dalle schiere dei consiglieri candidati. Si prefigurava, così, un sistema anomalo, inedito nel compromesso che lo disegnava. Francesco Rutelli lo avrebbe sintetizzato in pochi efficaci punti: “Individuazione di una responsabilità personale, formazione di una squadra sotto la responsabilità di chi guida l’esperienza di governo, legame con una maggioranza politica ma anche autonoma rispetto a questa maggioranza, individuazione di un programma chiaro sul quale si chiede il voto e poi se ne verifica l’attuazione, stabilità di mandato”. “Non è poco. – il commento di Vandelli – Anzi, è una vera rivoluzione. Ma come tutte le rivoluzioni, un po’ strette tra pulsioni all’estremismo e voglia di reazione”.
In qualsiasi maniera la si voglia etichettare, il significato che si afferma nella stagione dei sindaci apertasi nel 1993 è quello di un tentativo di ribaltare i termini di una pratica politica giunta al punto più alto della sua crisi. Alle spalle ha l’esito del referendum promosso da Mario Segni per la riduzione della preferenza da tre a una nell’elezione alla Camera che il 9 giugno 1991 aveva fatto registrare il 95,57 per cento di Sì. Quindi il drammatico 1992, esploso nell’arresto di Mario Chiesa a Milano il 17 febbraio di quell’anno e proseguito nell’articolazione tellurica di Tangentopoli e dell’inchiesta Mani pulite. La politica nazionale declinata nell’attività dei partiti è colpita nei gangli vitali, i recinti delle forze politiche tradizionali o meno – Ds, Popolari, Forza Italia, Alleanza Nazionale – sono fortemente segnati dal vento dell’antipolitica intesa – alla maniera che Giuseppe Cantarano individuerà nel 2000 ne “L’antipolitica” (Donzelli) – come reazione della società alla politica avvitata nel suo “delirio di onnipotenza” e che così “si va man mano spoliticizzando”: “Una politica che pretendendo di essere assolutamente tutto, rischia alla fine di diventare nulla”. Di conseguenza, “la politica assoluta nel suo delirio di onnipotenza, diventa sempre di più autoreferenziale”.
Seguendo questa traccia, l’antipolitica finisce per spoliticizzare la politica, aprendola al contributo e alla partecipazione della società civile e corroborandola con l’introduzione della categoria dell’impolitico che trova il suo fondamento nella prassi e nel suo farsi quotidiano, nell’agire all’interno della tradizione del realismo italiano: nell’amministrazione.
Il luogo dove sperimentare l’azione impolitica è quello della comunità, del governo locale riscontrato nell’affresco senese di Ambrogio Lorenzetti. I partiti sconquassati e spesso deserti sono costretti al passo indietro: qualche mese prima si assumevano il potere supremo nella scelta di sindaci, presidenti, assessori, consiglieri comunali e provinciali; ora lasciano la scena a personaggi pubblici, che provengano dalle schiere della politica destabilizzata o della società civile in ebollizione, tutto sommato cambia poco rispetto all’obiettivo che insieme raggiungono. Spiegherà Vandelli, docente di Diritto amministrativo all’Università di Bologna, purtroppo scomparso il 22 luglio dell’anno scorso e dal 1993 al 1995 uno dei pochi assessori esterni nella giunta di Walter Vitali: “Inebetiti da tangentopoli, scossi da referendum e crisi della proporzionale, turbati da ventare di contestazione nordista, disarticolati, decapitati o comunque posti di fronte a robuste esigenze di riflessione e rinnovamento, i partiti si ritraggono, lasciando spazi inediti ad amministratori delle più diverse provenienze ed esperienze. Filosofi e fisici, avvocati ed economisti, magistrati e professori si insediano in posto da sempre – e sino a ieri – occupati da uomini di partito. I quali abbozzano e, con qualche malumore, si adattano a posizioni meno desiderate e alla coabitazione coi nuovi inquilini”.
La candidatura di Antonio Di Nunno nella tarda primavera del 1995 è il risultato di uno scenario assolutamente simile, riprodotto ad Avellino e in Irpinia. La sua elezione avviene in una sequenza immediatamente successiva a quella del 1993, quando si possono già intravedere tensioni organizzative nelle truppe di “Cavalieri e fanti” – per usare il titolo di un utile studio che documenta il contesto in cui si svolgono le elezioni del 1994 e del 1996, a cura di Piergiorgio Corbetta e Arturo Mario Luigi Parisi e pubblicato nel 1997 da Il Mulino con un esauriente capitolo compilato da Domenico Fruncillo, “Dalla Dc ai popolari: la sopravvivenza della vecchia classe dirigente nel nuovo sistema politico ad Avellino”. Tanto che Vandelli può sostenere che “nel ’96 il quadro nazionale è radicalmente mutato”.
L’esperienza finisce per ritrovarsi esattamente nel mezzo di queste modificazioni: sorta per ricalcare principi e temi della rivoluzione dei sindaci, incrocia il territorio popolato da bonapartisti e vandee e va a impattare contro la restaurazione: il ritorno dei partiti. Legittimo, certo, se le forze politiche avessero imparato la lezione e si fossero sperimentati in un autentico adeguamento nei modi e nei contenuti: assolutamente perdente e autopenalizzante se attuato nella pura riaffermazione del ruolo di governo dei partiti, “respingendo apertamente, – sottolinea Vandelli – insieme alla vecchia partitocrazia, ogni tesi che affidi il rinnovamento del sistema italiano all’ingresso, nell’area del potere, della società civile”. Esplicite le motivazioni addotte da Massimo D’Alema in una intervista proprio del 1996: “Il luogo della mediazione e della formazione della classe dirigente sono i partiti, e i partiti quando vincono le elezioni governano. Non si governa mettendo da parte i partiti (…) Dev’essere chiaro un punto: se è vero che i partiti non si devono assolutamente impadronire dello Stato, è altrettanto vero che si devono impadronire del governo”.
Le ricadute sul piano locale sono gravose. Con rinata disinvoltura, le lancette del tempo vengono spostate all’indietro ed è ripristinato l’intero armamentario con le antiche strumentazioni del tempo che ci si augurava passato. Quasi per recuperare lo spazio lasciato libero con il passo indietro compiuto in precedenza, le forze politiche riprendono a ingerire e a intromettersi nelle scelte amministrative, piegandole a convenienze e opportunismi di parte che avviliscono la filosofia del buon governo. La spartizione dei posti in giunte, consigli di amministrazione, consorzi ed enti vari pare ripartire giusto da dove sembrava interrotta. Con ogni mezzo occorre liberare il campo da chi resiste e si oppone.
In un ambiente politico fragile e malmesso come l’avellinese, nonostante i meriti riconosciuti che le giunte guidate da Antonio Di Nunno acquisiscono – fa fede la sezione dedicata da Anna Maria Zaccaria al caso Avellino nello studio “Comuni nuovi. Il cambiamento nei governi locali” a cura di Raimondo Catanzaro, Fortunata Piselli, Francesco Ramella e Carlo Trigilia (Il Mulino, 2002) –, l’ansia di rimettere in piedi il sistema è generalizzata. Considerando le coordinate nazionali si arriva a comprendere meglio ciò che accade in città e in Irpinia, sprovincializzando episodi, comportamenti e scelte per collocarle in una dimensione più vasta, nazionale come merita, ampia come è giusto che sia.
Antonio Di Nunno viene riletto il 27 giugno 1999 per durare fino al 31 ottobre 2003 quando è costretto a dimettersi. La stagione è definitivamente chiusa, lui – ammalato – si spegnerà il 3 gennaio 2015. Cinque anni dopo, a 25 dalla prima sindacatura, chiede di uscire dalla mitografia spesso di maniera per riacquistare parola nel racconto di una storia che potrebbe molto insegnare oggi a chiunque richieda diversa qualità alla politica e nuovi protagonismi a darle forma e sostanza.




