AVELLINO – Sul tema “La stagione dei sindaci” ospitiamo un intervento di Amalio Santoro che sarà uno dei relatori, insieme con Generoso Picone e Antonio Bassolino, del convegno promosso dal nostro giornale e in programma domani, alle 17:00, al carcere borbonico in occasione del V anniversario della scomparsa di Antonio Di Nunno.
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Nel 1993 prese avvio la cosiddetta Seconda Repubblica, i cittadini elessero per la prima volta direttamente I propri sindaci che, in alcuni casi, s’imposero come nuovi leader nella politica nazionale. In quegli anni i grandi partiti erano stati travolti da Tangentopoli, si preparava l’avvento del berlusconismo, si avviava un impegnativo dibattito sul federalismo e sull’esigenza di una più significativa integrazione europea. L’Italia, con l’adozione del sistema “ maggioritario”, scopriva il bipolarismo che per un lungo periodo ha poi plasmato la politica italiana e, nel campo progressista, si preparava la rivincita di Prodi.
La città di Avellino ha vissuto quella stagione da protagonista grazie ad Antonio Di Nunno, uno dei pochi sindaci di ispirazione cattolico-democratica che, da subito, venne apprezzato in tutte le sedi, istituzionali ed associative, in cui dispiegò il suo impegno ed il suo pensiero.
L’elezione di Di Nunno a sindaco del capoluogo irpino avvenne per una sorta di “accelerazione della storia”. La profonda crisi del Partito popolare, la fuga di molti amministratori locali verso il centro-destra, la positiva spinta di pezzi della società civile portarono alla improvvisa candidatura di una personalità autonoma ed autorevole, estranea alle logiche di potere ma profondamente radicata nella vicenda cittadina e nelle migliore tradizione culturale meridionalistica. Si raggiunse lo storico risultato al ballottaggio; il Ppi non immaginò di realizzare un’intesa più larga sin dal primo turno perché puntava anche alla conquista dell’amministrazione provinciale, ritenuta più probabile. Il carisma di Di Nunno fu decisivo per realizzare una straordinaria rimonta e consentire la vittoria del centrosinistra.
Di Nunno seppe legare la capacità di dar risposte alle tante emergenze del tempo con una “ idea di città”, un pensiero lungo per ridare un’anima ad Avellino, per restituire pienamente il ruolo di riferimento provinciale ad una città ancora schiacciata dalla tragedia di un “interminabile post-terremoto”. Il pagamento di cospicui debiti, la soluzione di pesanti contenziosi legali, il risanamento ambientale furono solo alcune delle urgenze affrontate con efficacia dalla nuova amministrazione comunale. Il nuovo Piano regolatore, affidato al prestigioso studio Gregotti-Cagnardi, la valorizzazione dei parchi cittadini, l’utilizzo intelligente dei fondi europei per rilanciare “Avellino città della cultura” rappresentarono alcune delle scelte strategiche che restituirono prestigio e protagonismo ad un capoluogo ripiegato.
Si può affermare che ogni atto amministrativo dell’esecutivo Di Nunno avesse sempre un significato politico perché espressivo di una visione di comunità e della volontà di restituire alla città la sua vocazione di “città giardino”, luogo di confronto e di pace, di renderla nuovamente protagonista nel contesto regionale. Si riuscì dunque in quegli anni a realizzare una sintesi di utopia e concretezza, di coscienza storica e di voglia di futuro, si costruì una prospettiva di valore per la comunità.
La stagione dei sindaci, soprattutto nelle grandi città italiane, aiutò la politica a riconnettersi con il sentimento popolare. La stabilità degli esecutivi dava slancio al lavoro amministrativo e pertanto la soluzione dei problemi concreti dei cittadini consentiva alla democrazia italiana di uscire da una condizione di asfissia e di recuperare consenso e credibilità. I nuovi sindaci assumevano una sorta di funzione “costituente” al di là dei poteri loro affidati dalle leggi. Nel tempo si è attenuata la spinta propulsiva rappresentata dalla elezione diretta del primo cittadino: i partiti hanno recuperato forza di interdizione, è mancato un positivo confronto con i Consigli comunali, si è accentuato lo strapotere dell’apparato burocratico.
Sul finire degli anni Novanta già si intravedevano i segni di una sorta di stanchezza democratica, di una progressiva riduzione della partecipazione popolare, non solo nel momento del voto ma anche nella vita delle istituzioni e, inoltre, i pesanti tagli alla spesa dei Comuni ne avevano nel tempo ridotto le possibilità di intervento e di programmazione.
Nella nostra città si vanificò lo sforzo di Tonino Di Nunno e di una nuova classe dirigente del Ppi di rinnovare metodi e contenuti nell’amministrazione e nella politica. In quel tempo riemergeva la volontà della classe dirigente ex democristiana di “ricominciare” dal controllo e dalla gestione di ogni spazio di poter, di provare a replicare un film già visto. La traumatica fine della Dc non sembrava aver insegnato nulla!
Avellino appariva, talvolta appare ancora, prigioniera di un passato che non passava mai. Il tramonto della stagione di Di Nunno apriva la strada ad un’autentica deriva mercantile che caratterizza anche oggi la vicenda amministrativa e politica del capoluogo. Avellino ha pertanto attraversato anni devastanti che l’hanno progressivamente ricacciata in una condizione di sofferenza, in un grigio presente che rende la città “indifferente” alle nuove generazioni, agli abitanti della provincia, anche dei paesi più vicini, ed alla comunità regionale. Nel tempo si è alimentato nei cittadini un sentimento di rancore verso la politica e le istituzioni, è cresciuta la rabbia di tanti, soprattutto dei ceti più deboli, sempre più soli ed inascoltati, anche ad Avellino ha prevalso la cosiddetta “antipolitica”.
La stagione dei sindaci non è stata solo una parentesi della storia italiana, un’occasione mancata per le resistenza dei partiti o per il protagonismo di alcuni amministratori, da subito indicati a leader nazionali, che hanno accentuato “ i caratteri personalistici” della politica italiana. Quella fase storica ha anche offerto argomenti sempre validi al dibattito politico ed al rafforzamento della democrazia italiana. In quegli anni si è affermata l’idea che il protagonismo dei cittadini non può essere piegato dall’interesse di pochi, che i partiti hanno futuro se “cambiano con la vita che cambia”, se non si riducono a sovrastrutture che pesano sulla comunità, che le regole non sono un surrogato della politica ma una risorsa che può aiutare la politica a rinnovarsi, ad essere più efficace ed umana.
Di Nunno aveva consapevolezza di tutto questo, sin dal suo impegno politico giovanile! Non pretendeva incarichi, ha attraversato il potere senza rimanerne invischiato, ha servito una comunità, un ideale cattolico e democratico, restando sempre in piedi per servire meglio! Non si è smarrito, ha combattuto la sua buona battaglia e per tutto questo è per sempre il sindaco della nostra comunità.




