AVELLLINO – Grande partecipazione al convegno promosso dal nostro giornale sul tema della stagione dei sindaci in occasione del quinto anniversario della scomparsa di Antonio Di Nunno con la significativa testimonianza di uno dei grandi interpreti nonché protagonista di quella stagione, vale a dire l’ex sindaco di Napoli nonché governatore della Campania Antonio Bassolino.
Nell’aula blu del carcere borbonico - che ha visto la presenza, tra gli altri, degli ex parlamentari Giuseppe Gargani e Vincenzo De Luca, degli ex sindaci di Avellino Antonio Matarazzo e Paolo Foti, del prefetto Carlo De Stefano, già sottosegretario nel governo Monti, dell’ex manager dell’ospedale Moscati Pino Rosati, amministratori e rappresentanti di partiti politici - a porgere i saluti istituzionali e ad aprire i lavori, che sono stati coordinati dal giornalista del Mattino Aldo Balestra, sono stati Rosanna Repole, in rappresentanza della Provincia, e il primo cittadino di Avellino Gianluca Festa che, nel ricordare la grande capacità di autonomia portata avanti nel suo mandato da Di Nunno, ha proposto l’individuazione di un luogo della città da intitolare al sindaco-giornalista scomparso il 3 gennaio del 2015.
È stato, quindi, proposto da Antonio Gengaro, che di Di Nunno fu vicesindaco e assessore, l’audio di un intervento all’assemblea nazionale dell’Anci in cui Di Nunno rivendicava il ruolo dei sindaci e la scarsa audizione che avevano a livello nazionale nei rapporti con i partiti di allora.
“Il valore politico che ha avuto la stagione dei sindaci – ha poi molto efficacemente spiegato Generoso Picone, anche lui vicesindaco con Di Nunno, per molti anni attento osservatore della realtà cittadina e provinciale in qualità di giornalista e responsabile della redazione provinciale del Mattino – è quello di aver saputo interpretare la città, il territorio, essere dentro la comunità, interpretarla e rappresentarla a livello nazionale portando avanti tutte le problematiche che potevano riguardare questioni come rifiuti, ambiente, sanità, città ospedaliera”. “I sindaci – ha poi ancora sottolineato Picone – costituiscono il vero fronte, interpretano quello che il territorio vuole fare”. “Tutto ciò non avviene ad Avellino ed in altre realtà locali”, ha poi concluso amaramente stigmatizzando il comportamento del sindaco Festa che “ha dato l’esempio di quella che è una pessima abitudine, intervenire ed andare via”.
Ha preso quindi la parola Amalio Santoro. Il consigliere comunale di Si Può-Centrosinistra ha affermato che Tonino Di Nunno rappresenta un interlocutore necessario per chi voglia pensare ad una politica “alta” perché egli ha rappresentato la politica come donazione, dimostrando che essa possa essere attraversata senza essere “invischiati”. Tonino è stata l’espressione di quel cattolicesimo democratico che ha alimentato la storia del nostro Paese. Egli ha ricordato come l’esperienza-Di Nunno giunse dopo la caduta delle ideologie, nel pieno della crisi dei grandi partiti, che avevano costruito la storia, salvo poi perdersi. Fu la prima stagione della personalizzazione della politica, che però nel tempo si è trasformata in un meccanismo di “esclusione”.
“Io continuo a credere - ha proseguito Santoro - alla necessità dei partiti come raccordo fra cittadini e istituzioni”. La stagione dei sindaci, secondo Santoro, più che essere “un’occasione perduta” è stata un momento su cui si è scommesso troppo. Per il consigliere comunale, l’entusiasmo vissuto in quella circostanza, andava accompagnato politicamente, ma non è accaduto. Dopo di lui è subentrata una frana ed un malessere che ci si è trascinati fino ad oggi. “Purtroppo - ha concluso Santoro - se ci si crede, si possono pagare prezzi anche pesanti, come quelli pagati da Di Nunno!”. Egli ha concluso con un invito ad alimentare la speranza anche se, ad Avellino, una generazione è “saltata”.
Aldo Balestra, nell’introdurre Antonio Bassolino, ha voluto ricordare un proprio incontro, quale componente di una delegazione di giornalisti inviati al seguito, con l’allora governatore campano a Mosca nel quale egli gli esprimeva le sue preoccupazioni sulle difficoltà che in quel momento il sindaco Di Nunno stava affrontando ad Avellino. Bassolino ha iniziato il proprio intervento, ricordando gli anni trascorsi come commissario provinciale del Pci irpino e la propria presenza a Sant’Angelo dei Lombardi nella notte del terremoto. Ancora ha voluto sottolineare, di quel tempo, la collaborazione, ma anche i profondi conflitti fra democristiani e comunisti. Parlando di Di Nunno egli ha ricordato il rapporto molto forte che aveva con l’ex sindaco di Avellino, un rapporto anche umano ed affettuoso. E proprio l’assenza odierna di rapporti umani, anche all’interno dello stesso partito, è visto dall’ex sindaco di Napoli come una delle ragioni della crisi della politica.
Bassolino ha tratteggiato poi la sua idea di sindaco che, ha sottolineato, “deve essere sempre sindaco, nei momenti belli e in quelli brutti! “Bassolino definisce il sindaco come un “primus inter pares”, che si assume e si carica di responsabilità anche non sue.
L’ex governatore ha ricordato gli anni della sua prima elezione a primo cittadino di Napoli nel 1993: “Io mi candidai perché c’era l’elezione diretta, altrimenti, anche nel mio partito non sarei stato scelto!”. Bassolino riconduce la rivoluzione di quegli anni alla caduta del muro di Berlino, che, di fatto, stravolse un equilibro durato decenni per il quale la sinistra, i comunisti, potevano anche crescere, ma mai governare; la stessa “Tangentopoli”, secondo lui, non sarebbe esistita senza la caduta del muro. Quella rivoluzione è stata anche la causa, secondo Bassolino, della rottura fra Nord e Sud, una cosa fino a quel momento, assolutamente mai alimentata, proprio in ragione della necessità che l’Italia, paese essenziale della scacchiera internazionale, dovesse evitare stravolgimenti che ne alterassero l’equilibrio.
Dopo Tangentopoli, l’elezione diretta dei sindaci, a suo avviso, rappresenta la risposta alla crisi politica di quel tempo, e consentì una rilegittimazione della politica. E qui Bassolino sottolinea un elemento cruciale che in quegli anni si visse: il conflitto politico (soprattutto in campagna elettorale) non condizionava il successivo rapporto fra istituzioni ancorché guidate da forze politiche differenti: “Da sindaco di Napoli - ha spiegato Bassolino - ho avuto un eccellente rapporto di collaborazione con presidenti di Regione di provenienza ben diversa dalla mia come Giovanni Grasso e Antonio Rastelli, o, successivamente, con il premier Berlusconi; così come, in quella stessa veste, io ho riunito spesso a Napoli i sindaci del Mezzogiorno, di tutte le aree politiche, tanto che si finì per parlare di partito dei sindaci”. Proprio la perdita di tale distinzione rappresenta , per Bassolino, uno dei problemi di oggi.
Per l’ex governatore, il Comune è, prima di tutto, concretezza, manutenzione, verde, trasporto pubblico, welfare, in sostanza, la vita quotidiana delle persone: guai a un Comune che si perdesse nella sola ideologia. Per Bassolino il Comune è insieme concretezza e visione e lo sforzo di un sindaco dovrebbe essere quello di fare emergere l’anima della città. Egli si è soffermato molto sul tema urbanistico: “Non c’è politica - ha affermato - senza il controllo pubblico del consumo dei suoli” (e qui un ricordo per Fiorentino Sullo verso il quale ha espresso profonda ammirazione, proprio per i suoi provvedimenti in tal senso). E ha ricordato come proprio Di Nunno, si sia espresso molto su questo tema perché “se l’urbanistica non la fa il Comune, la fanno gli speculatori”.
Per Bassolino i sindaci hanno dovuto scontrarsi con un paradosso: urbanistica privatizzata ed economia tutta pubblica, un concetto assolutamente da capovolgere, a suo avviso; e in tal senso egli ha ricordato tutti i problemi avuti, per la sua decisione di privatizzare l’aeroporto di Napoli, un “bene”, non gestibile economicamente dal Comune. Bassolino ha voluto ricordare, invece, la sua scelta strategica di “pedonalizzare” Piazza Plebiscito, vietandola anche alla circolazione di taxi e mezzi pubblici, una scelta che gli si voleva impedire ad ogni costo.
Prima di giungere alle conclusioni, Antonio Bassolino, ha voluto parlare di uno dei suoi ricordi personali con Di Nunno. “Provai con grande determinazione a fargli ritirare le dimissioni da sindaco, pur comprendendo la sua stanchezza e la delusione: egli mi telefonò il 31 ottobre del 2003, nell’ultimo giorno utile perché egli potesse revocare la sua decisione e mi disse che ci aveva pensato bene e non riteneva bene fare il passo indietro: non potei urlargli ad alta voce il mio disaccordo, come avevo fatto nei giorni precedenti, perché mi trovavo al cimitero, sulla tomba dei miei genitori”.
Per Bassolino gli anni da sindaco di Di Nunno sono stati importanti per Avellino e per l’intero Mezzogiorno: egli ha invitato a rinnovare, dal punto di vista politico e istituzionale, le migliori esperienze come quella di “Tonino”. E ha ammonito sul rischio che oggi esiste di concentrare le proprie attenzioni solo sul Nord (“sulla stampa si parla delle elezioni di domenica prossima in Emilia e non si fa riferimento, se non in modo marginale, alla stessa competizione elettorale in Calabria dove pure si combatte una battaglia per la legalità: è il segno di una spaccatura inammissibile”).
Ha citato Guido Dorso (“bisogna sporcarsi le scarpe!”), per invitare a muoversi, camminare. Per Bassolino il paesaggio umano nelle nostre zone sta cambiando, con le nuove generazioni che lasciano il Mezzogiorno: “Eravamo l’area più giovane d’Europa - ha proseguito- e oggi le previsioni, a venti anni, si sono capovolte; è un cambiamento antropologico che rischia di diventare drammatico”.
Ha invitato tutti a battersi per conquistare forze all’esercizio democratico, ricordando che cinque anni orsono in Emilia votò il 37 per cento degli aventi diritto, a fronte di percentuali di quasi il 90 per cento all’epoca della sua prima elezione; per Bassolino si è di fronte ad una società “astenuta” e a una “democrazia delle minoranze” e questa area del “non voto”, per l’ex governatore, più che un atto di indifferenza, rappresenta una vera scelta politica. E per questo, ha concluso, i Comuni dovrebbero sempre battersi per una politica della concretezza.
Al termine dei lavori è stato consegnato il premio Francesco D'Onofrio, il compianto architetto del Comune di Avellino e sincero amico di Antonio Di Nunno, al maestro Mario Cesa con questa motivazione: “per la sua poetica assolutamente originale che consiste nel metabolizzare la ritualità della musica popolare, trasfigurata in una scrittura e in un linguaggio colto”.




