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    11/08/2020

Progettiamo il rilancio/Sassoli: «La forza della nuova Europa è la comunità»

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L'intervento del presidente Sassoli (fonte: governo.it)ROMA – Qui di seguito il discorso del presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, in occasione dell’incontro “Progettiamo il rilancio” promosso dal presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte e tenutosi a Villa Pamphili.

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Ringrazio il presidente del Consiglio Conte ed il governo italiano per questo invito che ho accettato con grande piacere e saluto tutti coloro che sono collegati con noi. È importante che i governi nazionali in questo momento si concentrino sulle strategie da adottare per rendere concreti gli strumenti che l’Unione ha reso già disponibili o intende sviluppare.

In Europa c’è grande fiducia nel governo italiano e nella comunità nazionale che ha dato prova di coraggio, disciplina, solidarietà. A Bruxelles, la prima fase della pandemia ci ha spinto a riflettere sulla necessità di un’Europa diversa. Avevamo capito che stavamo entrando in una fase nuova e le scelte sono state molto diverse dal passato. I cittadini giorno dopo giorno hanno capito che non eravamo di fronte alla solita Europa, vista spesso lontana dalla vita reale. L’Unione ha prodotto in poche settimane un cambiamento di portata storica e non coglierlo sarebbe un errore politico. È vero, ci sono ancora questioni da chiarire, trattative da completare, e non mancheranno contrasti anche duri. Ma una svolta si è compiuta.

Invito tutti a considerare come parte della stessa risposta europea il programma di acquisti della Bce, la sospensione del Patto di stabilità e crescita, la deroga agli aiuti di Stato, la linea di credito Mes senza troike e condizionalità, il raddoppio del bilancio Ue, il suo finanziamento con strumenti comuni, l’introduzione nell’erogazione delle risorse del principio del maggior bisogno, la soppressione del finanziamento statale nei fondi della coesione.

Non siamo di fronte soltanto a misure emergenziali: sono mutate le coordinate, cioè le linee guida delle politiche che hanno governato l’Europa negli ultimi 20 anni. I canoni neoliberisti che avevano spinto l’Unione nelle difficoltà e negli squilibri che conosciamo sono stati ritenuti non idonei ad affrontare la fase nuova. Questo è il nodo politico che occorre afferrare e da cui ripartire. Ora dobbiamo impegnarci tutti a dare basi solide al nuovo corso. E dimostrare che dopo l’austerità che ha generato diseguaglianze, può esservi un’Europa più forte, vicina ai suoi cittadini, capace di giocare un ruolo come attore globale.

Senza l’Italia questo salto di qualità non potrà compiersi. E da questo ne deriva una grande responsabilità. Non meno grande delle opportunità che vengono offerte a tutti i nostri paesi.  La grande lezione del Covid ci dice che non c’è politica, non c’è sovranità, non c’è neppure identità nazionale senza l’orizzonte europeo. Le attuali difficoltà possono essere affrontare e superate solo con politiche comuni. Che futuro può esservi, senza una visione europea, per i Paesi che stanno affrontando questa crisi?  È chiaro a tutti ormai che nessuno può farcela da solo e che il   primo e più importante interesse nazionale è quello della coesione europea, della sua unità e solidarietà. Il Parlamento europeo ha subito chiesto all’Unione una risposta ambiziosa e all’altezza della sfida e ringrazio la presidente von der Leyen e il commissario Gentiloni per aver ascoltato il Parlamento.

In questi mesi difficili il Parlamento europeo ha continuato ad esercitare la propria funzione, con modalità diverse, nell’interesse dei cittadini. Siamo co-legislatori, autorità di bilancio e organo di indirizzo politico e non vogliamo rinunciare alle nostre prerogative. Anche in questa fase di negoziati non faremo sconti. Per noi la proposta della Commissione è la base minima di compromesso e non accetteremo nessun passo indietro. E su questo sappiamo di poter contare sull’impegno del governo italiano.

La proposta del Recovery fund modifica radicalmente le dinamiche fra governi nazionali e Bruxelles. Se prima era la Commissione ad indicare ai governi come utilizzare i fondi, oggi i termini del meccanismo si sono invertiti. Saranno i governi ad indicare le riforme che intendono promuovere. Si tratta di un cambiamento profondo che dimostra come l’Unione abbia saputo trarre lezioni dagli errori del passato.  Ora i governi sono chiamati ad una maggiore responsabilità dando prova della loro capacità di programmazione. Per molti Paesi questo significa avviare riforme per utilizzare le risorse e non rimandarle indietro. Serve un cambio di marcia nel rapporto fra regioni e governo centrale. In Italia c’è bisogno di infrastrutture. Una strada o una ferrovia in meno nel Mezzogiorno è di certo un danno per i cittadini di quelle regioni, ma è anche un danno per tutti i cittadini e le imprese europee. S’impone uno sguardo nuovo.

Ricordo che i fondi che arriveranno nelle casse nazionali saranno pubblici e non sarà ammissibile la perdita o lo spreco di questo denaro. La capacità di spesa dovrà aumentare considerevolmente. E i paesi che hanno difficoltà nella progettazione ordinaria dovranno rapidamente modificare le loro procedure. Sarà fondamentale, comunque, l’indirizzo pubblico delle risorse sulla base delle priorità europee. Il pubblico dovrà essere l’attore protagonista della ricostruzione. E questo è il momento giusto per riaffermare un rinnovato ruolo pubblico nella politica economica e industriale. Non si tratta di recuperare modelli del passato, ma di affermare una funzione di difesa dei più deboli e di allineamento dei programmi nazionali agli obbiettivi europei.

Serve coerenza, trasparenza, pragmatismo. Spetta al governo italiano, insieme agli attori economici, sociali e istituzionali, decidere quale strada intraprendere e su quali riforme insistere. Da parte mia, solo alcuni spunti di riflessione.

La prima sfida da affrontare è quella dell’adeguatezza dei nostri sistemi sanitari. Non smetteremo mai di ricordare e ringraziare tutto il personale sanitario per lo straordinario contributo fornito. In questa emergenza abbiamo capito l’importanza di preservare e rafforzare il modello sociale europeo che assicura a tutti anche l’accesso ai servizi sanitari. Oggi si discute in Europa sulla necessità di un migliore coordinamento nella gestione delle emergenze sanitarie ed una maggiore autosufficienza nel campo delle attrezzature mediche e della ricerca. Dopo la mucca pazza si è sviluppata una politica europea integrata della sanità animale; sarebbe assurdo se dopo il Covid non fossimo capaci di avere standard comuni di gestione e intervento sulla salute umana.

Credo che anche a livello nazionale si debba avviare un piano di riforma del sistema sanitario in modo da renderlo più robusto, efficiente, omogeneo e accessibile nei diversi territori. Occorre riflettere su una migliore cooperazione tra Stato e Regioni. Ricordo che molte disfunzioni e polemiche si sono verificate anche in altri paesi.

L’Unione europea ha messo a disposizione una linea di finanziamento del Mes destinata alla copertura delle spese sanitarie dirette o indirette. Non voglio entrare nel dibattito interno relativo alle scelte del governo anche perché la mia opinione è nota. Indipendentemente dallo strumento che si vorrà utilizzare quello della sanità è un bene pubblico che merita investimenti e che incide considerevolmente non solo sul Pil dei nostri paesi ma anche sul benessere delle nostre società. Il piano di ripresa è stato giustamente denominato Next Generation Eu. Si chiama così perché servirà ad investire sulle prossime generazioni. Noi indebiteremo le generazioni future e dobbiamo sentire la responsabilità di ripagarle in prosperità e sviluppo.

Occorrerà quindi concentrarsi sui giovani. Ci vorrà un grande piano di investimenti sui beni comuni, come educazione e formazione, per dare a tutti le stesse opportunità. Basta scuole di serie A e di serie B in Europa. Le difficoltà per numerosi studenti europei di accedere all’insegnamento a distanza per mancanza degli strumenti tecnologici è la cartina di tornasole di pesanti arretratezze. Accedere alla tecnologia dev’essere considerato un diritto. Sì, un nuovo diritto umano e sociale, perché nessuno resti indietro o venga discriminato. Giovani, ma anche le donne, molto colpite dalla crisi. I dati ci dicono che potremmo tornare indietro e questo non dobbiamo consentirlo.  È a loro che dobbiamo guardare quando parliamo di piani di rilancio dell’economia, nella consapevolezza che la disoccupazione femminile non è solo causa di disuguaglianza sociale, ma anche un clamoroso sperpero di risorse e di potenzialità per le nostre società.

Ma quale dovrà essere la nostra visione del futuro? La scelta dell’Unione è un modello di sviluppo nuovo, basato sulla Green economy, la sostenibilità, e la transizione digitale.  Vogliamo diventare leader nella lotta al cambiamento climatico. È quindi assolutamente necessario che i piani di rilancio nazionali siano ben allineati a questo traguardo.  Sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale corrono di pari passo.

In Europa, anche in questo periodo, abbiamo toccato con mano quanto le pratiche fiscali aggressive di alcuni paesi sottraggano risorse ad altri paesi.  Ed è giusto porvi rimedio. Ne ha parlato di recente anche la cancelliera Merkel e le ho espresso il sostegno del Parlamento europeo. Per pretendere comportamenti diversi dagli altri, però, bisogna dimostrare di avere le carte in regola. L’Italia deve riflettere di più su una strategia di lotta all’evasione che ogni anno sottrae ai cittadini, secondo l’Istat, circa 100 miliardi di euro. Credo che sia arrivato il momento, perché in questo periodo la stragrande maggioranza dei cittadini che fanno il proprio dovere si sono resi conto dell’importanza dei servizi pubblici e dei servizi essenziali messi a disposizione anche di coloro che non contribuiscono. Si tratta non solo di un fenomeno anti-sociale, ma anche di un ostacolo alla credibilità internazionale dei nostri paesi.

La crisi ha dimostrato inoltre che l’apertura dei nostri Paesi alle altre economie è un fenomeno indispensabile. Questo comporta rischi sia in termini di autonomia strategica che di integrità del mercato interno. A livello europeo è in corso una riflessione e l’idea che si fa strada è quella di un bilanciamento tra difesa della concorrenza e possibilità di consentire la formazione di campioni industriali in grado di competere ad armi pari con i loro concorrenti extraeuropei. Abbiamo bisogno di accrescere le capacità di concorrenza dell’Europa e questa sfida è una grande opportunità anche per l’Italia.

Caro presidente Conte bisogna fare in fretta. Tutti gli indicatori ci riferiscono che la crisi colpirà duramente. Servono riforme strutturali e interventi di sostegno diretto alle persone. Ieri la Spagna ha annunciato il reddito minimo vitale per sostenere il diritto alla vita dei suoi cittadini più poveri.  Semplificare, garantire efficienza nel pubblico e nel privato, agire con tempestività. Serve uno sguardo lungimirante. Questo è quello che tutti gli europei si aspettano. L’Unione sta indicando il porto da raggiungere, i governi europei fissino la rotta e tengano la mano salda sul timone.

Dobbiamo costruire insieme una nuova personalità del nostro Continente e farlo, come invitava Hermann Hesse “spingendo più in fondo le radici senza scuotere i rami”.

 

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