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    29/02/2024

Un poeta per Piazza Libertà

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica_ida.jpgAVELLINO – Se motivi personali mi hanno impedito di partecipare all’interessante confronto organizzato dall’associazione “360 Irpinia” sulla piazze di Avellino (io avrei dovuto dare un contributo sul futuro di Piazza Libertà), il prosieguo del dibattito sulle pagine dei giornali mi induce a lamentare alcune dimenticanze relative a precedenti “dibattiti” sull’argomento Piazza Libertà (nella foto la locandina, con disegno di Domenico Fraternali, di un convegno organizzato dalla I circoscrizione nell’ottobre del 1989).

Il primo riguarda una seconda versione del progetto dell’amministrazione Nicoletti che ne discusse, sul finire degli anni Cinquanta. In quel secondo progetto – esposto per qualche mese nella vetrina dello studio fotografico Barzaghi in Piazza Libertà (all’angolo del vicoletto che separa Palazzo Carpentieri da Palazzo Testa) era ipotizzata – con tanto di ricostruzione fotografica – l’occupazione della parte di piazza che è per fortuna oggi liberamente posta, con il suo verde (dove c’è l’abete che ogni fa da albero di natale) davanti al palazzo vescovile. Su quest’area – la metà dell’ampiezza della piazza – doveva sorgere una sorta di torre poggiata su un parallelepipedo (tutto uffici come la torre: il nuovo municipio?) che sarebbe andato dalla linea di via Cascino fino al marciapiede che delimita il giardino davanti Palazzo Testa. Un mostro che avrebbe definitivamente distrutto il “largo” ed oscurato il palazzo vescovile con i due adiacenti accessi a via Nappi da un lato e a via Rifugio dall’altro. Altro che i Barberini (quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini) allora denunciati sul Roma da Fausto Grimaldi. Del dibattito di allora, delle discussioni intorno al progetto che ci ha dato la piazza di oggi, poi non si è parlato più

C’è una persona che può spiegarci il perché di quelle scelte che ormai si perde nelle nebbie del tempo. È l’ing. Giovanni Mazzoni che quella storia l’ha vissuta dall’interno. Vogliamo chiederglielo?

In realtà la scelta della rotatoria e delle fontane (il “grattacielo”, se realizzato, ci avrebbe riportato ai predecessori dei Barberini, ovvero ai barbari del sacco di Roma) fu vista dagli avellinesi come una cosa bella abbinata all’adattamento naturale di Avellino al progresso ed al nuovo che si annunciava. La riprova? Inserito in un vasto programma di opere pubbliche (scuole e illuminazione con davanti il miraggio dell’autostrada) il rifacimento della piazza regalò alla Dc ed al sindaco Nicoletti una valanga di voti e la maggioranza assoluta in Consiglio comunale. Il suicidio degli abitanti della città di A titolerebbe un pezzo sull’argomento nella rubrica di Marco Ciriello Il Mattino di Avellino.

Una seconda dimenticanza riguarda il non irrilevante concorso di idee che l’ordine degli architetti di Avellino indisse sul tema del rilancio della piazza all’indomani del sisma (quando il commercio si svolgeva sui marciapiedi occupati da prefabbricati visto che i negozi erano tutti inagibili; c’è una foto di quella vivace ma avvilente situazione? Le immagini nell’archivio della Rai di Napoli sicuramente ci sono. In quella occasione si era capito che il progetto di Luca Zevi (parcheggio interrato e sistemazione ultramoderna della piazza) non era sostenibile dal Comune – il project financing in Italia allora era ancora uno sconosciuto – e si discuteva molto della questione. L’iniziativa dell’ordine degli architetti, allora presieduto da Giammichele Aurigemma, mobilitò alcuni giovani laureati (per inciso, da sindaco mi è stato poi sottoposto un bel progetto dallo studio Petracca, davvero una bella idea).

Molte delle idee che vengono discusse oggi sono contenute in maniera pulita in quelle tavole esaminate da una commissione presieduta dallo stesso Aurigemma e composta da Federico Biondi, dalla presidente della circoscrizione del centro storico, Liliana Urciuoli (a sua volta, con Armida Tino, inascoltata richiedente di una scossa per Piazza Libertà), dal sottoscritto ed altri di cui mi sfuggono i nomi. Ricordavo il nome dell’allora assessore Armida Tino perché fu tra le organizzatrici, con Tonino Forgione, di una bella mostra fotografica sulla città di una volta (le foto sono di proprietà della passione di Forgione). C’era, in particolare, in quella mostra, una foto in cui il “largo” è ritratto in un giorno di festa ed in una bella ed evidente gradevole giornata di sole.

Le signore con pizzi, merletti ed ombrellini parasole, le bancarelle con dolciumi (e bambini vicini) animano quella piazza e quello stradone verso lo “stretto” che Generoso Picone giustamente non vede realmente presenti e con anima nel famoso piccolo dipinto di Cesare Uva. C’è un’altra foto che dimostra quanto il “largo” fosse pienamente vissuto: ritrae la piazza verso l’imbocco dello stretto. Sul lato del palazzo vescovile – successivamente ricostruito – c’è anche una data su alcuni manifesti elettorali non proprio vecchi. Questo non per dire che deve per forza essere il quadro di Cesare Uva la chiave per interpretare il futuro del “largo”. No, serve solo a dimostrare che la fantasia dell’artista – come sembra voler dire anche Mario De Cunzo – non ritraeva un cimitero.

Ora, mi si permetta, un ricordo personale. Quando Marcello Petrignani consegnò il progetto di adattamento del Piano regolatore post-sisma (1987) lasciò insoluta la questione-largo. Gli chiesi come mai, in un colpo solo, aveva di fatto cancellato la previsione di una nuova piazza di fronte alla chiesa del Rosario (Prg del 1969: vincolo della Soprintendenza sul carcere borbonico) ma non aveva neppure sciolto il nodo traffico di Piazza Libertà. La risposta fu secca: “Ma la piazza Avellino già ce l’ha, è il Corso”.

Infine, una parola sull’ipotesi di appalto-concorso. Entrava, allora, nel panorama dei project-financing per i quali eravamo primi in Campania: una premialità attendeva anche noi. Ma facemmo notare che il progetto andava rivisto (troppo grande e non chiaro sui flussi di traffico di accesso ed uscita che non volevamo sulla piazza ma nelle strade adiacenti).

Le mie dimissioni fecero decadere il Consiglio e fermarono tutto. Dimissioni, assessore Giordano, e non sfiducia, altrimenti non ci sarebbe stato il sovietico Palazzo Ercolino a sfregiare quel punto centrale di Avellino. Possibile che si siano già dimenticate le fughe organizzate dall’aula consiliare salvo rientrare per un edificio per il quale la Soprintendenza ci aveva chiesto di pensarne la forma soltanto dopo la definizione di un disegno limpido del “largo”? Siamo ancora a quel punto nove anni dopo. Il palazzo in stile bulgaro-sovietico però già c’è.

Noi stavamo “liberando” il Comune ed avevamo fretta; nove anni dopo si rischia di perdere il finanziamento intanto ottenuto! Si può, come giustamente chiedono il presidente dell’ordine degli architetti Fulvio Fraternali e l’ex soprintendente De Cunzo, pensare oggi ad un grande concorso internazionale? L’amministrazione dice di no con qualche serio motivo: tutto deve finire entro giugno 2014. Ed allora sarebbe coraggioso scegliere un valente professionista già conoscitore della realtà sulla quale progettare (storia, traffico, polemiche, ecc.). I nomi? Pochi. Si scelga tra Cagnardi, Petrignani, l’irpino Francesco Venezia, più conosciuto all’estero che da noi, e – dulcis in fundo – Ettore de Conciliis, l’architetto avellinese che ha lasciato ad Avellino una delle più grandi opere d’arte moderne del mondo (l’affresco della Pace nella chiesa della ferrovia) ma cui Avellino ha da tempo decretato l’ostracismo. Forse uno dei poeti di cui parla De Cunzo?

 

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