AVELLINO – “Stiamo ragionando di uno strumento poderoso almeno per le dotazioni finanziarie di cui è investito, ma io certamente non mi iscrivo tra i tanti cantori delle magnifiche sorti del governo Draghi, cercherò di illustrare i punti di vista un po’ più problematici di questo Recovery plan che per quanto poderoso non credo sia la soluzione salvifica che cancellerà i peccati del nostro Paese restituendogli prosperità e benessere”.
Così Giuseppe Moricola, docente di Storia economica, incaricato di introdurre i lavori dell’incontro online promosso da Sinistra Italiana sul tema "Il Mezzogiorno, la Campania, l'Irpinia e il Recovery plan: tra rischi e opportunità". Un momento di analisi e di riflessione cui hanno preso parte amministratori, sindacalisti, rappresentanti di associazione e di partiti politici. A coordinare i lavori il segretario provinciale di Sinistra Italiana, Roberto Montefusco, il quale ha sottolineato l'importanza della sfida aperta dal Recovery plan che apre una fase complessa per la gestione dell'enorme massa di denaro, oltre 200 miliardi, che arriverà nel nostro Paese, avanzando critiche al documento della giunta della Campania che, senza una visione e senza una strategia, cancella di fatto l’Irpinia e le zone interne dalla propria agenda.
“Il piano di Draghi – ha spiegato Moricola nel suo articolato intervento – è presentato come la più stupefacente correzione di rotta anche rispetto a quello che era stato avviato dal precedente governo. L’elemento che vorrei sottolineare subito è che il Recovery plan sia in qualche modo un piano farcito dei retaggi di una cultura liberista e credo che la prova è nel piano stesso, vedi la cancellazione del salario sociale, ma ancora di più fuori di esso, con alcuni dei provvedimenti assunti o ribaditi da questo governo: penso al condono, alla cancellazione della proroga della cassa integrazione speciale, penso all’insofferenza per qualsiasi ragionamento sulla introduzione di un modello di imposta. Cioè è impostato su di una cultura cui può essere attribuita quella che è la non felice situazione attuale, e che si concretizzi nell’aspirazione a costruire una modernizzazione possibile, compatibile però con gli schemi di funzionamento della nostra economia e della nostra società.
Siamo di fronte ad un debolezza del quadro logico del piano che influisce anche sulla sua dimensione strategica sulle aree di intervento: intravedo che potranno emergere diversi scarti tra i diversi obiettivi di politica economica contenuti nel piano. Obiettivi che, per essere troppo numerosi, finiranno con l’essere sacrificati trasformando il piano in un documento à la carte piuttosto che in una inoppugnabile guida programmatica. Credo che risentirà anche dei vincoli di allocazione imposti dall’Ue che riguardano in modo particolare la transizione verde e la transizione digitale.
In questo rigido quadro di riferimento s’iscrive l’attenzione per il Mezzogiorno. L’obiettivo prioritario dovrebbe essere la riduzione delle disparità di genere, delle disparità generazionali, di quelle territoriali. E siccome disparità e disuguaglianze sono massime nel Mezzogiorno rispetto al resto del Paese lo sviluppo del Mezzogiorno avrebbe dovuto essere in testa agli obiettivi del piano, nella consapevolezza che il ritardo accumulato dall’Italia in Europa si supera tenendo insieme le parti del Paese in una strategia di sviluppo comune. Il piano cioè dovrebbe valorizzare le complementarietà e le interdipendenze produttive e sociali tra Nord e Sud. C’è una limitatezza della quota finanziaria del piano destinata al Sud che si aggirerà intorno al 35%. La formulazione generale del piano, peraltro, non dà garanzie che le sue risorse possano dare garanzie sulla crescita del Mezzogiorno, rendendo esplicito il ruolo del Sud ed il contributo che dal Sud può venire alla crescita del Paese con particolare riferimento alle transazioni green, alla logistica, alle nuove attività manifatturiere, al ruolo del territorio, al rafforzamento della ricerca e della filiera scolastica e formativa e dei servizi socio-sanitari.
Necessaria, quindi, una governance con una significativa discontinuità con le precedenti programmazioni delle politiche di coesione, superando quello che ormai ci viene riproposto come un conflitto tra il centro e la periferia piuttosto che come una efficacia cooperazione.
Su questi elementi sarebbe stato necessario oltreché auspicabile che la classe politica meridionale avesse battuto un colpo: invece stiamo assistendo alla solita mobilitazione concorrenziale per partecipare al nuovo bottino piuttosto che elaborare una strategia condivisa volta a ricollocare l’intero Mezzogiorno nella sfida lanciata dall’Europa. Non fanno bella mostra di sé i politici e i comportamenti dei politici irpini, incapaci di proiettare il valore del territorio nel nuovo quadro di interventi, preoccupati unicamente di riaffermare il controllo degli enti territoriali per partecipare da una posizione di forza all’accaparramento delle future risorse.
Oppure vedersi sollecitare dalla Provincia in una logica molto clientelare come carovana degli amministratori per partecipare a questa sorta di lotteria nella presentazione dei programmi di intervento, collazionati attraverso la Provincia o incontri in giro per la provincia (oggi ce n’è uno a Gesualdo, per esempio).
I politici della maggioranza regionale della nostra provincia si dimostrano di essere i più tenaci assertori delle scelte di De Luca il quale, per zelo ed incapacità, si è ancora una volta distinto nel contributo offerto al Recovery plan nazionale con il suo piano regionale. Alcuni aspetti di questo piano regionale? L’estrema genericità: il piano approntato da De Luca riflette a cascata limiti ed incongruenze dello stesso piano nazionale. Si conferma un’estrema indeterminatezza degli interventi, un mero elenco di opere riciclate e riproposte aggiornandone soltanto il titolo, in sostanza un libro dei sogni che non potrà non incorrere in tagli, stravolgimenti, pressioni clientelari imposte dalla strettezza dei tempi. Non meno pregiudicante è la megalomania deluchiana, ma questo ormai è cosa nota. Un piano, insomma, consegnato più all’altisonanza delle parole che alla concretezza dei contenuti ed alla chiarezza dei fini. Niente sul ciclo dei rifiuti, niente sull’agricoltura. Ma su tutto spicca l’inesistenza di un sistema Regione che si costruisce sulle coordinate Napoli-Caserta-Salerno lasciando di fatto fuori le zone interne. Assistiamo dunque ad una semplice elencazione di opere. L’Irpinia sconta questa impostazione e fa appena capolino nel piano regionale. Rimane per ora intestataria solo di una stazione logistica e della bislacca ipotesi che basta un traforo nel Partenio per fare primavera. La politica latita per inerzia ed incapacità nel decifrare il futuro. Il Recovery plan è partito male, ma dobbiamo sperare ed auspicare che non finisca peggio. Perché ciò non accada è necessario che cresca la consapevolezza della posta in gioco. Puntiamo a sottrarre il Recovery al destino di un’ennesima incompiuta”.
Amalio Santoro, consigliere comunale di Si Può Avellino: “Non mi sono mai appassionato alla materia del Piano di resilienza nonostante sia un fatto significativo che segnerà la vicenda amministrativa, politica di questo tempo, dei prossimi anni probabilmente. È un po’ stucchevole anche questa retorica del “nulla sarà come prima” con la pandemia che costringe ognuno di noi a rivedere stili di vita, atteggiamenti e magari anche equilibri sociali. L’abbiamo visto pochi giorni fa in Piemonte: se l’accelerazione che vogliamo dare ci porta a quelle tragedie…credo che siamo un po’ tutti chiamati ad un momento di riflessione e di responsabilità.
Io non sono di formazione crociana, le parentesi della storia non mi hanno mai appassionato, quindi non mi appassionano un po’ le occasioni irripetibili. Questo, comunque, non significa che non abbiamo a che fare con un fatto significativo, qualcosa è cambiato, è cambiato a livello europeo, e finalmente ci si è resi conto che la politica monetaria da sola non ci portava da nessuna parte, che bisognava conciliarla almeno un po’ con politiche espansive e che, insomma, un po’ di risorse sono state oggettivamente impegnate. Comunque, dalle cose che leggiamo probabilmente sul Pnrr ci sono più ombre che luci perché tutto sembra ridursi ad una disquisizione tecnica, manca un’anima politica nell’azione non solo del governo ma di tutti coloro che sono coinvolti in questa fase nei primi passi del Piano di resilienza. C’è al fondo sempre questo pensiero che condiziona questa fase della storia, che solo se si rimettono in movimento i più forti, se l’alta marea spinge tutti in alto c’è la possibilità che anche chi sta indietro possa giocarsi una carta. Non è così.
Certamente ci sono proposte che potranno migliorare la nostra vita, l’Alta velocità, la digitalizzazione, la banda larga, alcuni interventi preannunciati anche nella sanità. Chi verifica, però, questa cose, chi aiuta le realtà più deboli?
Ci sono alcune riforme su cui la discussione è aperta, da quella della giustizia a quella fiscale, ci sono alcuni fatti anche positivi come il fatto che non bisogna automaticamente prorogare le concessioni. Su questo ci sarebbe bisogno di più discussione, più coinvolgimento: tutto questo è mancato. Quello che non è chiaro sono i tempi, i luoghi degli investimenti, le procedure e il controllo popolare. Un cittadino come fa ad essere informato? E ancora: come s’incrocia la centralizzazione di fatto nella gestione del piano con il ruolo degli enti locali, e quindi il Mezzogiorno che è poi la grande incognita? È mancato, diciamolo, il protagonismo del territorio, soprattutto l’iniziativa delle regioni meridionali: noi ci consoliamo con la democrazia recitativa del nostro protagonista campano e con il vuoto assoluto di proposta programmatica. Ci sarebbe bisogno di una lavoro di supplenza della società civile. Bisogna rassegnarsi, questa è la qualità delle classi dirigenti, questo passa il convento a Napoli, questo passa il convento anche in Irpinia dove ci consoliamo, ci bambagiamo con questa scelta salvifica della piattaforma logistica della stazione dell’Alta Irpinia che non è certo un fatto che va sottovalutato. Stiamo, però, attenti: è l’unica questione di cui si parla almeno nelle carte: rischiamo con questa logistica di fare di Grottaminarda una specie di autogrill invece che un luogo di produzione e di trasformazione.
Altro non c’è, c’è il protagonismo singolare di un ente-Provincia, un ente fantasma che affonda nel vuoto del silenzio di troppi e che ha organizzato un incontro per raccattare un po’ di proposte minimali e riproporci il primo comandamento del tunnel sotto il Partenio. Probabilmente il nostro ineffabile presidente si sarà ispirato ad un’iniziativa leghista di un tunnel tra il Veneto e la provincia di Bolzano sotto le Dolomiti del Brenta. Lì c’è stata una rivolta popolare, qui nessuno ne parla perché ci sono gli amministratori che accompagnano la processione sperando di soddisfare qualche interesse campanilistico. In questo silenzio spicca il Comune di Avellino che dovrebbe essere per logica riferimento di un’iniziativa, di una proposta collettiva, di una proposta intelligente, ma che è preso dall’unico suggerimento di riaccendere le luminarie nella prossima estate e tenerle per mesi fino al prossimo Natale. Oltre questo non si va: la cultura muore, l’ambiente muore, avremmo carte da giocare come il polo della facoltà di agraria ma su questo manca l’iniziativa, manca la politica”.
Nicholas Ferrante, assemblea nazionale del Pd: “I temi sul tavolo sono molti, noi dell’Irpinia partiamo con dieci passi indietro rispetto al contesto che ci circonda. Con questi miliardi che arrivano dall’Europa non oso immaginare le prospettive che ci attendono, una montagna di soldi che non vedevamo dal sisma dell’’80. Proviamo ad accendere un faro soprattutto su sanità e lavoro: i due punti su cui ragionare”.
Vincenzo Ciampi, consigliere regionale del M5s, componente delle commissioni Sanità e Aree interne: “ De Luca ha fatto un Recovery regionale senza coinvolgere le forze politiche. Le aree interne sono state messe ai margini, questo dice quanto conta la classe politica regionale irpina. L’ultima vicenda riguarda l’ospedale di Solofra, l’Irpinia è stata presa in giro in maniera veramente maldestra. Tutti ci ricordiamo la passerella di De Luca in campagna elettorale quando si presentò al Laceno giurando che il Pronto soccorso dell’ospedale Landolfi avrebbe riaperto. Ad un anno di distanza arriva una delibera di giunta con la quale sopprime il Pronto soccorso del Landolfi, retrocedendo a livello di serie C il presidio ospedaliero di Solofra. Questo è un altro esempio di quanto conta la politica avellinese a livello regionale”.
Generoso Picone, Controvento: “Come Controvento abbiamo avvertito nel mese di gennaio la necessità di misurarci con questa cosa strana che era il Recovery per poter uscire da una fase di inedito trauma che l’Italia, come il resto del mondo, aveva conosciuto. Dopo un altro trauma, quello del terremoto di 40 anni fa, c’era sembrato di dover recuperare un vecchio insegnamento, se volete anche di antropologia sociale, cioè i traumi mettono in evidenza i limiti di un territorio, rivelano la fragilità di un territorio. Come il terremoto 41 anni fa aveva rivelato la fragilità estrema, non soltanto geologica, di un territorio dal punto di vista della condizione totale di vita, il trauma della pandemia ha esattamente rivelato in maniera macroscopica i limiti e la fragilità di questo territorio. Cosa fare? Non ci aspettiamo i flussi della 219, il problema sarà all’inverso: soldi, forse, non ne arriveranno proprio.
Dopo l’80 pochissimi hanno immaginato di ascoltare il territorio, di guardare di che cosa il territorio avesse bisogno. Poi abbiamo scoperto che molti errori che sono stati fatti sulla qualità dell’architettura, sul disegno urbanistico dei Comuni, sugli insediamenti industriali, sulla qualità dello sviluppo nascevano proprio dal non aver voluto ascoltare i territori.
Il Recovery invece parte da una politica economica di carattere internazionale per misurare poi i suoi effetti a carattere locale: poco importa se a livello locale c’è la necessità di intervenire su di un settore, su una fragilità, perché viene applicata questa legge economica che è ormai superata.
Ci siamo accorti che c’era invece bisogno di avere una visione dell’Irpinia, che ogni intervento sul presente doveva essere collocata in un quadro, in una cornice in cui fosse chiaro la visione del territorio, che cosa volevamo diventasse l’Irpinia da lì a qualche anno, da lì al 2026. Noi nel documento diciamo le cose che si possono tranquillamente fare. Cosa ci vuole per realizzare in Irpinia un centro per l’architettura in zona sismica?”.
Michela Arricale, portavoce Cred (Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia), già candidata alle elezioni europee per La Sinistra: “Condivido le criticità che sono state sottolineate nei precedenti interventi, in particolare quella della mancanza di una visione del futuro, di quello che noi come territorio, noi come nazione, noi come Europa ci troviamo a dover realizzare senza un minimo di visione strategica rischiando di trasformare tutta questa dazione di denaro in una serie di interventi che chissà se serviranno a qualcosa, chissà come verranno sviluppati. Meno male che quanto meno il nodo logistico di Grottaminarda rimane in piedi che è l’unico progetto a lungo termine su cui il territorio ha ragionato un poco in questo periodo ed ha investito tempo ed idee. Sono molto spaventata dalla piega che ha preso tutta la gestione del Piano nazionale di recupero le cui coordinate ci vengono dall’Europa”.
Franco Fiordellisi, segretario provinciale della Cgil: “Noi non teniamo un buon governo o come dicono un governo di unità nazionale. Noi teniamo questo governo che è figlio di tante cose, è figlio soprattutto delle elezioni con il maggioritario, quindi questi sono i nostri governanti e parte di loro è estrapolata da dentro questo Parlamento.
A livello europeo il solco delle sei missioni è nella traccia di attività che, in un modo o in un altro, la comunità europea con i fondi di sviluppo aveva già avviato. La pandemia non ha fatto altro che rafforzare l’idea di un cambiamento. Della necessità dell’azione di rinnovamento avevamo già parlato con Conte, auspicavamo ad Avellino un contratto di sviluppo.
Dentro le 95 pagine del Piano regionale Campania ci sono dei passaggi in cui si parla di progetti esecutivi disponibili entro un anno, in alcuni casi anche in due anni. Alle Regioni sono destinati 87 miliardi, qualcosa si muove. In Italia però facciamo i conti con quelli che stanno in Parlamento. Noi comunque dobbiamo confrontarci con i dati demografici, il rapporto natalità-mortalità. Le nuove generazioni si addensano sulle aree costiere”.
Raffaele Cimmino, responsabile Mezzogiorno di Sinistra Italiana: “Tante le criticità emerse da questo articolato dibattito relative al vostro territorio, al suo percorso storico, allo sviluppo, alla sua geografia sociale. Sono elementi che riguardano tutto il Mezzogiorno. C’è un elemento di criticità, tradotto nel Pnrr, che nel capitolo che riguarda il Mezzogiorno va affrontato con forza nel dibattito del Recovery plan. Il grande piano di ripresa europeo ha l’obiettivo strategico di recuperare anche i divari territoriali e sociali. La novità sta nel modo in cui s’è fatto: per la prima volta – e l’ha detto anche Draghi – non è più il debito il primo problema che abbiamo, il vero problema è la distruzione del tessuto economico che la pandemia può produrre.
È emersa un’altra questione, quella settentrionale, diventata egemone nel dibattito politico, nell’applicazione delle politiche di governo: questo ha determinato una riconsiderazione della questione del Mezzogiorno che si traduce negli effetti concreti, nelle politiche sbagliate o condotte male per una serie di vicende e che in questi ultimi anni hanno avuto effetti che sono sotto i nostri occhi. Credo che nel Recovery plan ci sia la traduzione di questi indirizzi. Quello che manca nel Recovery plan italiano è una visione strategica che tenda a mettere al centro il Mezzogiorno come la grande questione nazionale e come il divario, recuperato il quale, forse si può scommettere sulla ripresa di tutto il Paese. La questione del Mezzogiorno è centrale: mettere in pratica una strategia in grado di recuperare il divario. Non si può pensare di affrontare le decennali mancanze di politica economica ed industriale se non ripensando completamente il profilo del sistema economico del Mezzogiorno, se non pensando a cambiare completamente la specializzazione produttiva. Il solo Mezzogiorno ha un’economia che, nonostante tutto, è superiore a quella di interi Paesi europei, anche avanzati come l’Austria. Il punto è capire come si può colmare il divario, non rimanendo prigionieri di vecchi gruppi di potere e di strategie di appropriazione, come non rimanere vittima di un blocco sociale che è stato quello predominante negli ultimi venti, trenta anni.
Noi dovremmo tentare di allargare le maglie del controllo e dell’esecuzione del piano, però quando si legge un piano come quello della Campania noi siamo ancora nella trappola di un sistema bloccato dove l’unica dinamica è quella della ricezione passiva delle risorse, senza una regia ed una strategia politica per la gestione delle risorse. L’ultima vera strategia politica, molto contrastata, è stata quella della Cassa per il Mezzogiorno, che fu osteggiata ferocemente dai gruppi dirigenti del Nord ed anche per questo fallì, non soltanto per i limiti della classe dirigente meridionale. Quella fu l’ultima volta che c’è stata una vera strategia. Dunque, per il Recovery plan, c’è una ragione vera che attiene la politica economica, e c’è una ragione di natura politica. Dobbiamo prendere atto che molte di queste risorse non arriveranno, noi non saremo in grado di utilizzare tutte queste risorse. Dobbiamo allora cercare di costruire nel dibattito politico un punta di vista autonomo e lo dobbiamo fare dal Mezzogiorno. È stato licenziato il decreto sulla governance, è una decreto di totale centralizzazione di tutta la vicenda del Recovery. L’unico punto di riferimento è quello dalla presidenza del Consiglio, con una cabina di regia con il presidente del Consiglio ed il ministro dell’Economia. Non è questo soltanto un potere di indirizzo, è anche un potere sostitutivo che, rispetto agli enti attuatori, opererà quando quell’ente non sarà in grado di operare. Bisogna dunque costruire insieme a noi un fronte che riesca a rompere la cortina dietro le quali ci sono scelte politiche che riguardano non solo il Mezzogiorno, ma questioni come la transizione ecologica. Dobbiamo, dunque, affrontare la questione del Mezzogiorno sapendo che l’Europa è l’ambiente in cui possiamo trovare la soluzione dei nostri problemi: l’Europa guarda alle regioni e così distribuisce le risorse. Ma se un Paese vuole mantenere il suo profilo politico, economico sociale, quindi non regredire, deve impegnarsi a portare avanti il tentativo di posizionarsi dentro una grande fase di transizione. Dobbiamo recuperare la vicenda delle nostra realtà, delle nostre città delle zone interne, il Sud tra l’altro sta subendo uno spopolamento e va verso una crisi demografica che, una volta superato un certo limite, diventa distruttiva. Lo sforzo è quello che, con la politica e la partecipazione, si possa scardinare un copione già scritto”.




