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    10/08/2020

Maccanico e quel visionario di Dorso

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Antonio MaccanicoChi volesse capire meglio in quale cotesto si manifesta l’azione politica dell’azionista Antonio Maccanico dovrebbe rileggere nelle pagine iniziali del poderoso scritto di Federico Biondi (“Andata e ritorno”) la storia (quella dell’autore) di un militante di provincia del partito comunista. In quelle pagine Federico Biondi racconta come, sbagliando, in tanti ad Avellino ritennero che la caduta di Mussolini e del fascismo significasse il ritorno alla libertà e, soprattutto, la fine della guerra.

Come si sa così non fu ed il lugubre annuncio radio di Badoglio “la guerra continua” avrebbe dovuto far capire che la fine delle ostilità era di là da venire. Il volantinaggio di molti giovani che oramai contestavano la guerra, il morente regime e lo stesso Badoglio fu ritenuto dagli organi di polizia un oltraggio che come tale andava trattato (represso). La conseguenza di quella repressione fu l’arresto di molti giovanissimi. Tra questi il sedicenne Federico Biondi che trovò nel carcere di via Dalmazia i Maccanico, padre e figlio, e tanti militanti dei partiti di sinistra che in Avellino erano prevalentemente artigiani, operai e soprattutto studenti.

Il riferimento grande e significativo per quasi tutti era in città l’avvocato Guido Dorso che da quando aveva scritto La rivoluzione meridionale e poi si era visto strappare dalle mani il giornale  Corriere dell’Irpinia, fondato proprio mentre si radicava nel Paese il partito fascista, era divenuto uno dei principali oppositori del regime.

Le considerazioni dorsiane sulla realtà del Meridione d’Italia erano soprattutto un giudizio severo sulla classe dirigente di questa parte del Paese e sulla necessità di formarne una nuova non compromessa né con il fascismo né con la concezione savoiarda dello Stato (prefetti servili, funzionari ed alti gradi militari alla corte del governo); ovvero quell’apparato derivante da quella che Dorso chiamerà sempre “la conquista regia del Sud”. Ma Dorso andava anche al di là delle vicende del contesto meridionale. Per l’intellettuale avellinese la rivolta contro l’apparato sabaudo andava molto oltre il contesto locale. Della rivolta avrebbe goduto tutto il Paese, diceva Dorso, che per questo motivo aggiungeva: la rivoluzione sarà meridionale o non sarà. L’idea di questa sorta di rivoluzione sociale sarà poi il faro per i politici che aderiranno al Partito d’Azione o si identificheranno nei cosiddetti liberali di sinistra.

Antonio Maccanico, che proseguirà sempre in questo solco, troverà guide ed interlocutori autorevoli prima negli zii Adolfo e Sinibaldo Tino (che lo introdurranno anche nel mondo dell’alta finanza), poi soprattutto in Ugo La Malfa. Quel pensiero dorsiano riemerse ogni volta che Maccanico si trovò a dovere assumere incarichi di rilievo.

Da segretario generale della Camera a segretario generale della presidenza della Repubblica (con Sandro Pertini), a presidente di Mediobanca, a parlamentare (anche irpino), l’avellinese Maccanico non ebbe mai deviazioni di percorso. Forse lasciò troppo presto Avellino o, peggio, vi è tornato troppo tardi. Certo è che mezzo secolo di politica, peraltro con l’Irpinia in prima fila, tutto ha prodotto tranne che una messa in pratica del programma di risanamento morale promosso dall’intransigente Guido Dorso.

Strano, poi, molto strano, che nell’arco di oltre mezzo secolo il gruppo dirigente democristiano (egemone in Irpinia ed altrove) non abbia mai trovato il tempo di avviare almeno un dibattito sul pensiero dorsiano ritenuto da molti Dc più che altro una divagazione fuori testo di un inutile ardimentoso. Invitato dai giornalisti a parlare di Dorso durante un convegno sui problemi del Mezzogiorno un “pezzo da novanta” (e più) della Dc irpina declinò l’invito dicendo: “Dorso? Non so, non lo conosco molto, l’ho studiato poco…”.

 

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