ROMA – Commemorata ieri pomeriggio, alla Camera dei deputati, la figura di Ciriaco De Mita, già presidente del Consiglio e segretario nazionale della Democrazia cristiana, scomparso lo scorso 26 maggio. Qui di seguito gli interventi in Aula (fonte: camera.it)
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PRESIDENTE. (Si leva in piedi e, con lui, l'intera Assemblea e i membri del Governo). Colleghe e colleghi, come sapete, lo scorso 26 maggio è venuto a mancare, all'età di 94 anni, Ciriaco De Mita, già membro di questa Camera dalla IV alla XI e dalla XIII alla XV legislatura, Presidente del Consiglio dei Ministri, più volte Ministro, parlamentare europeo e sindaco del comune di Nusco dal 2014 fino al giorno della sua scomparsa.
Nato a Nusco il 2 febbraio 1928, laureato in giurisprudenza, dal 1956 è stato consigliere nazionale della Democrazia Cristiana, divenendo vicesegretario del partito dal 1969 al 1973. Protagonista della vita politica nazionale nella sinistra democristiana, ha ricoperto nuovamente la carica di vicesegretario dal 1979, per poi divenire segretario del partito dal 1982 al 1989 e, infine, presidente del consiglio nazionale sino al 1992.
Eletto alla Camera per la prima volta nel 1963, ne è stato ininterrottamente membro fino al 1994 e, poi, dal 1996 al 2008. Nel corso della sua intensa e appassionata attività parlamentare è stato componente delle Commissioni I, III e IV e delle Commissioni parlamentari di vigilanza sulle radiodiffusioni e per le questioni regionali.
Profondamente legato alla sua terra natale e al Meridione, ha costantemente rappresentato con fervore e tenacia le istanze del Mezzogiorno, anche in qualità di membro della Commissione parlamentare per l'esercizio dei poteri di controllo sulla programmazione e sull'attuazione degli interventi ordinari e straordinari nel Mezzogiorno e della Commissione speciale per l'esame dei decreti-legge in favore delle popolazioni colpite dal terremoto del novembre 1980.
Nella sua lunga carriera parlamentare ha rivolto anche grande attenzione ai temi delle riforme, quale membro della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali, nelle legislature IX e XI, ricoprendo in quest'ultima anche la carica di presidente, e della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali, nella XIII legislatura.
Come uomo di Governo, ha ricoperto molteplici e prestigiosi incarichi, in qualità di sottosegretario di Stato all'Interno nel I e II Governo Rumor, di Ministro dell'Industria, del commercio e dell'artigianato nel IV e nel V Governo Rumor, di Ministro del Commercio con l'estero nel IV e V Governo Moro e di Ministro per gli Interventi straordinari nel Mezzogiorno nel III e nel IV Governo Andreotti. Presidente del Consiglio dei Ministri dall'aprile 1988 al luglio 1989, è stato anche parlamentare europeo nelle legislature II, V e VII.
Nella sua intensa attività governativa si è reso promotore, tra gli altri, di disegni di legge, poi divenuti legge, volti allo sviluppo del quadro economico nazionale in materia di finanza regionale, di pubblico impiego e di sanità, impegnandosi anche a favore delle fasce sociali più deboli del Paese, mediante l'istituzione della Commissione di indagine sulla povertà e sull'emarginazione, curando, altresì, le relazioni con le altre confessioni religiose attraverso la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l'Unione delle Comunità israelitiche italiane. Ha, inoltre, dedicato grande attenzione ai temi internazionali, interessandosi in particolare al processo di rinnovamento politico e istituzionale che coinvolse l'Unione Sovietica alla fine degli anni Ottanta.
Con la morte di Ciriaco De Mita scompare un protagonista di primo piano della vita politica e istituzionale dell'Italia repubblicana, una figura di riferimento nel panorama storico nazionale che, durante tutta la sua fervida attività politica, ha profuso con sapienza e passione il suo impegno verso i temi a lui più cari, quali il rinnovamento delle istituzioni, anche attraverso un costruttivo dialogo con le diverse forze politiche e il riconoscimento dei bisogni delle realtà locali, con particolare riferimento al Mezzogiorno d'Italia, al fine di un equilibrato sviluppo del Paese.
La Presidenza ha già fatto pervenire ai familiari, che sono oggi presenti nelle nostre tribune, le espressioni della più sentita partecipazione al loro dolore, che desidero ora rinnovare anche a nome dell'Assemblea, invitandola ad osservare un minuto di silenzio (L'Assemblea osserva un minuto di silenzio - Applausi).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Gianfranco Rotondi. Ne ha facoltà.
GIANFRANCO ROTONDI (FI). Presidente e onorevoli colleghi, ringrazio il Presidente Rampelli per aver ricordato, con poche e toccanti parole, una straordinaria storia di servizio alle istituzioni della vita della nostra Repubblica. Non aggiungerò nulla, perché la biografia di De Mita è già nei libri di storia; aggiungo il cordoglio di tutto il gruppo parlamentare di Forza Italia e quello, personalissimo, del presidente Silvio Berlusconi.
È con emozione che intervengo perché sono uno dei tantissimi - l'ultimo della fila - immessi nelle istituzioni dal presidente De Mita perché nel 1994 sono entrato in quest'Aula sostenuto vigorosamente da lui, che assicurò l'elezione a soli 4 su 468 candidati del Partito Popolare che perse tutti i collegi tranne quelli orientati dal consenso del Presidente De Mita. Sono l'ultimo della fila. Tutti gli uomini della Democrazia Cristiana che sono ancora presenti operosamente nelle istituzioni vengono dalla scuola che oggi commemoriamo, uno per tutti il nostro straordinario Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Quindi, non c'è da aggiungere nulla; c'è solo da ricordare ciò che il Presidente De Mita ebbe a dire: “Quando morirò, vi parlerò ancora per molti anni”. Quindi, vorrei recuperare tre pensieri che hanno accompagnato il suo operoso e vigile esilio nuscano degli ultimi anni, tre pensieri che sono rivolti al futuro e che sono un piccolo dono che vorrei fare ai colleghi oggi presenti. Il primo: il popolarismo è la sola cultura uscita vincente dal Novecento.
Era una sua ossessione e posso parlarne guardando a sinistra come a destra, perché De Mita diceva che il popolarismo era una cultura che precedeva la Democrazia Cristiana, non la definiva e succedeva alla Democrazia Cristiana, un giacimento immenso attingibile da tutti gli uomini di buona volontà.
Secondo pensiero, il riassetto delle istituzioni, a cui De Mita ha dedicato cinquant'anni di impegno civile. Oggi noi ci confrontiamo ancora con questo tema, che egli poneva negli anni Sessanta con la teoria dei patti costituzionali, che non erano la strizzatina d'occhio ai comunisti di cui si favoleggiava, ma erano l'idea che le istituzioni si riformano nel consenso delle parti che si contrappongono, allora democristiani e comunisti, oggi forse direbbe destra e sinistra. Sorrido quando vedo i giornali che ironizzano sul dialogo tra Enrico Letta, che saluto, e la presidente Meloni: non c'è niente di più demitiano di questo sforzo di legittimare le istituzioni con riforme condivise, che non siano solo la riscrittura volante di una legge elettorale ad ogni legislatura.
Terza riflessione finale. Presidente, De Mita ha fatto tutte le cose che lei ha elencato, ma ha avuto il piacere e la soddisfazione di sentirsi soprattutto un parlamentare. Diceva: “Io ho desiderato una sola carica: essere deputato”. Essere membro dell'Assemblea di cui noi facciamo parte. È nato quando il Parlamento non c'era, lo sentiva come un privilegio, non nel senso della casta, ma nell'onore di servire il popolo democraticamente. L'ultima volta che gli ho parlato - vi giro questo pensiero che può essere condiviso da tutti noi - mi disse: “Ricordate, questo è il Parlamento di una linea di confine, tra un tempo e quello che verrà, che sarà molto diverso. Essere deputati è l'onore più grande che può avere un politico e, se dovete scegliere tra salvare l'opinione ed il seggio, salvate l'opinione perché, se salvate l'opinione e perdete il seggio è la politica; se salvate il seggio e perdete l'opinione, è la sopravvivenza”. È un pensiero di De Mita, che mantiene così l'impegno di parlarci ancora, anche dopo la sua fine. Quindi io mi sento di concludere dicendo: “Grazie, presidente De Mita, parlaci ancora a lungo perché ne abbiamo bisogno, più di prima” (Applausi).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Maria Soave Alemanno. Ne ha facoltà.
MARIA SOAVE ALEMANNO (M5S). Grazie Presidente. Ciriaco De Mita è morto da sindaco in carica della sua Nusco. Se ne è andato tra la sua amata gente, nel cuore del Mezzogiorno, lì dove era nato e le sue radici erano ben salde, attaccato alla terra ma capace di volare alto. Di quel Sud De Mita ha ben rappresentato il temperamento, l'autenticità, la ruvidezza che, unite alla curiosità intellettuale e alla capacità di dialogare con tutti, lo hanno portato a essere più volte parlamentare, Ministro, sottosegretario, Presidente del Consiglio, segretario della Democrazia Cristiana, al servizio delle istituzioni, sempre guidato dall'idea di politica intesa come pensiero e non potere, custode strenuo dei principi costituzionali, testimone di importanti processi storici, che ha saputo comprendere senza mai farsi travolgere. Ciriaco De Mita ci ha lasciati facendo politica fino all'ultimo giorno di vita e nessuno mai avrebbe potuto immaginare un saluto diverso. Custodiamo il ricordo di un uomo di intelligenza e di carisma eccezionali (Applausi).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Gianluca Cantalamessa. Ne ha facoltà.
GIANLUCA CANTALAMESSA (LEGA). Grazie Presidente. La frase che riportava prima l'onorevole Rotondi mi ha colpito molto: “Quando morirò, continuerò a parlare”. Credo che sia la misura della passione del presidente De Mita. Io non ho condiviso tutte le battaglie con la sinistra democristiana, ma non si può non dire che il presidente De Mita è stato un gigante della politica italiana. È stato un gigante non solo per i ruoli istituzionali, ma per i ruoli di partito che ha avuto per circa 15 anni, da segretario, da vicesegretario e da presidente della Democrazia Cristiana, che comunque è stato il più grande partito, al 40 per cento per quarant'anni; lui, gran parte di questo periodo storico, lo ha vissuto da signor protagonista.
Un'altra cosa che ricordo - e credo sia emblematica e gliene vada dato atto - è l'attaccamento quasi carnale alla sua terra. Il fatto che abbia fatto il sindaco fino alla fine, insieme a una sua frase bellissima: “dalla politica non ci si può dimettere, come non si può chiedere a un poeta di non scrivere più poesie”, dimostrano e rappresentano, oltre alla doverosa gestione del potere che esercita un politico, anche quella vena romantica che accompagna chi fa politica per passione. Io l'ho visto solo due volte nella mia vita, ma ricordo un particolare che mi raccontò mio padre, che lo incontrò velocemente in un convegno nel quale era intervenuto. A distanza di due anni mio padre lo rivide come Presidente del Consiglio e si presentò. Il presidente De Mita disse a mio padre: “Onorevole, noi ci siamo visti due anni e mezzo fa; lei intervenne su questo tema sulla politica sanitaria in Campania; io non ero d'accordo con lei per questo, questo e questo”. A distanza di due anni e mezzo lo ricordava e mio padre era un semplice consigliere regionale. È un'altra, secondo me, delle qualità del presidente De Mita, che vanno ricordate: una memoria ferrea, dimostrata in tante occasioni.
Da ultimo, una frase che mi ha colpito sempre è che quando qualcuno ritiene molto complicata una cosa molto semplice è perché non ha capito assolutamente niente. Questo si riferiva ai parvenu della Prima Repubblica, della Seconda, della Terza e a tutti quelli che verranno. Ci mancherà (Applausi).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Enrico Letta. Ne ha facoltà.
ENRICO LETTA (PD). Grazie, Presidente, grazie di questa occasione che ci offre. È un momento importante per quest'Aula, nella quale il presidente De Mita ha svolto ruoli importanti, che hanno lasciato il segno profondamente. Il Partito Democratico, per il quale il presidente De Mita all'inizio della nostra storia, nella gestazione e nella creazione del Partito Democratico, ha giocato un ruolo così importante, si unisce al cordoglio della famiglia e di tutti coloro che hanno voluto bene a Ciriaco. Io mi devo scusare con la famiglia per non essere stato in condizione di partecipare al funerale. Avrei voluto farlo e le parole in questo momento che voglio esprimere a nome di tutta la nostra comunità sono parole di profondo cordoglio e di profonda vicinanza.
Ciriaco De Mita è stato un leader politico che ha marcato decenni della vita del nostro Paese; non è stata una meteora, tutt'altro. Appassionato di politica come nessun altro, appassionato della buona politica, della comprensione delle dinamiche politiche e dei cambiamenti della politica, Ciriaco De Mita, con la sua leadership, che sempre univa la parte intellettuale, il disegno e poi l'azione concreta, è riuscito a incidere profondamente nella vita politica del nostro Paese. Molte cose, signor Presidente, le ha ricordate molto bene lei poco fa, altre cose le abbiamo ascoltate dagli interventi belli che abbiamo sentito. Ciriaco De Mita ha inciso profondamente nell'evoluzione del quadro politico italiano, attraverso scelte coraggiose, importanti, fatte sempre assumendosi le responsabilità fino in fondo - era una sua caratteristica e la caratteristica dei leader politici: assumersi le responsabilità e assumersi le responsabilità delle scelte - e attraverso i comportamenti, che con la sua azione è riuscito anche a cambiare: il famoso rinnovamento della Democrazia Cristiana. Prese la guida della Democrazia Cristiana, in un tempo in cui la Democrazia Cristiana stava declinando e declinando in modo molto pesante. Il decennio di rinnovamento degli anni Ottanta fece della Democrazia Cristiana di quell'epoca un partito che ha profondamente innovato la vicenda politica italiana e ha lasciato un segno profondo anche nella storia che stiamo vivendo oggi. Poi ha inciso anche nelle regole istituzionali. Mi permetta, signor Presidente, di aggiungere a quanto da lei detto una delle più importanti cose, secondo me, per quest'Aula. Il periodo del Governo De Mita è stato breve, ma è stato un Governo intenso, profondo, di grandissimi cambiamenti.
È stato il Governo che ha accompagnato il cambiamento dell'Europa, il cambiamento storico che ha visto il nostro continente, ma è stato un Governo che ha fatto sì che in quest'Aula, attraverso un impegno molto forte che fu portato avanti, si cambiasse una delle regole che meno funzionava in quest'Aula - vado a terminare subito -, e cioè il cambiamento dell'introduzione del voto palese per la sessione di bilancio. Il nostro Paese aveva il voto segreto nella sessione di bilancio, ed è stata una delle cose più complicate nella storia della Prima Repubblica. Grazie a quell'impegno si arrivò a tale cambiamento.
Voglio terminare, signor Presidente, dicendo che tanti di noi vengono da quella storia, tanti di noi si sono impegnati in politica grazie all'impegno per i giovani di Ciriaco De Mita. Quell'impegno che ha fatto sì che tanti giovani non se ne sono andati, ma si sono impegnati in politica; impegno di rinnovamento che fa di Ciriaco De Mita non soltanto il grande pensatore, il grande leader, l'uomo d'azione, ma anche e soprattutto l'uomo che ha segnato il futuro del nostro Paese (Applausi).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Lollobrigida. Ne ha facoltà.
FRANCESCO LOLLOBRIGIDA (FDI). Grazie, Presidente, colleghi, esprimo, a nome del gruppo di Fratelli d'Italia, le condoglianze alla famiglia, al comune di Nusco, del quale Ciriaco De Mita era sindaco, e alla comunità politica che lo ha accompagnato nella sua esistenza terrena. L'onorevole De Mita è stato, senza dubbio, un protagonista della politica nel nostro Paese, tanto da appassionato militante nella sua Irpinia quanto al vertice della Democrazia Cristiana, tra i partiti più importanti della storia repubblicana. Nei Ministeri più importanti, fino a Palazzo Chigi ha attraversato alcuni periodi centrali della storia repubblicana, dalle contestazioni studentesche al periodo del terrorismo, alla ricostruzione post sisma, fino ai margini dell'implosione del sistema della Prima Repubblica.
La storia dell'onorevole De Mita non è sovrapponibile a quella della destra italiana, ma noi guardiamo con grande rispetto alla sua capacità di interloquire con forze politiche diverse, anche tra quelle che mai avrebbero potuto governare insieme. In questa Italia, nella quale l'avversario troppo spesso diventa nemico, nella quale la sovranità popolare sembra essere spesso un fardello, credo che la memoria di un uomo che ha fatto della democrazia e del consenso una ragione di vita possa corrispondere a un invito al reciproco riconoscimento tra culture politiche differenti, in nome dei comuni valori di questa Nazione. Ringrazio l'onorevole Rotondi che ha richiamato alcuni importanti elementi che possono invitare, con le parole che, meglio di me e per conoscenza diretta, ha citato dell'onorevole Ciriaco De Mita, le forze politiche di questo Parlamento a riconoscere reciprocamente la necessità di interpretare le istituzioni democratiche nel modo più alto, in un confronto serrato, aperto, chiaro, trasparente, ma sempre con la consapevolezza del ruolo che qui dentro si incarna (Applausi).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Rosato. Ne ha facoltà.
ETTORE ROSATO (IV). Grazie, Presidente. La politica è tale se prefigura il nuovo, non esiste politica che non prefiguri il nuovo. Nella sua vita politica, Ciriaco De Mita ha sempre saputo intrecciare futuro e memoria, progettualità e radici. Ci sapeva fare, Ciriaco De Mita, con le parole, ci sapeva fare molto bene, ma perché ci sapeva fare con le persone. Il suo era un carattere anche spigoloso; amava la retorica, la sapeva usare e sapeva trafiggere anche con una battuta, ma proprio per questo amava il confronto e amava coinvolgere le persone. E alle parole dava grande importanza, sempre, perché lui diceva che nelle parole stavano le regole. Chi lo ha conosciuto, chi lo ha frequentato ha senza dubbio qualche episodio indelebile che lo collega a lui, prima ne dicevo qualcuno con Roberto Giachetti, che anche lo ha conosciuto e frequentato tanto. Un giorno mi chiese di andare a trovarlo a Nusco, c'era anche suo nipote Giuseppe, per parlare di questioni attinenti alle liste elettorali. Parlammo, anzi, parlò lui per circa due ore, sempre di don Sturzo, del popolarismo, delle grandi radici democratiche del nostro Paese, e poi lasciò cinque minuti alla contingenza. Ricordo quelle due ore - poi sono state l'ultima occasione privata che ho avuto di parlare con lui - come un grandissimo regalo, perché il Presidente De Mita, come è stato ricordato Presidente del Consiglio, presidente della Democrazia Cristiana, parlamentare, europarlamentare, Ministro, sindaco della sua amata Nusco, si sentiva rappresentante del Mezzogiorno d'Italia, lo sentiva molto forte, oltre che rappresentante del nostro Paese, era uno statista. È così che è giusto che venga ricordato, nel nostro Paese: era uno statista perché ha lasciato una traccia indelebile nella storia politica del nostro Paese; era uno statista perché ha selezionato, scelto, coinvolto personalità importanti insieme a tanti giovani, come è stato ricordato, lo diceva, in precedenza, Enrico Letta, personalità che hanno servito ai massimi livelli il nostro Paese. È stato uno statista perché Ciriaco De Mita ha messo una profonda esperienza teorica e pratica nell'arte del governo a servizio del Paese.
E quindi, a nome di Italia Viva, ma a nome di un'esperienza politica che tanti di noi hanno vissuto insieme a lui, esprimo veramente le mie condoglianze, le nostre condoglianze alla famiglia, che ringrazio per essere qui, in quest'Aula, che lui ha amato e onorato profondamente, ai suoi amici e alle persone che con lui hanno condiviso un pezzo di strada. Termino con un suo pensiero, con una sua frase, che ha detto recentemente, anzi, non tanto recentemente: quando morirò, continuerò a parlare. Mi sembra che sia molto giusta e molto vera (Applausi).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Cosimo Sibilia. Ne ha facoltà.
COSIMO SIBILIA (CI). Grazie, Presidente. È con grande emozione che sono qui, oggi, a ricordare la scomparsa dell'onorevole De Mita, avvenuta lo scorso 26 maggio, ad Avellino. Non è semplice riassumere in due minuti il profilo di un personaggio che è nella storia della politica italiana fin dalla prima metà del secolo scorso. Tra i politici più conosciuti nel mondo, un leader carismatico, un'intelligenza rara. Nel ricordare l'onorevole Ciriaco De Mita, il Presidente De Mita, mi sento pertanto particolarmente coinvolto. Non posso non fare appello ai miei ricordi giovanili, ai ricordi di un De Mita politico e di un De Mita privato. Come politico, ho avuto un rapporto di libero e intenso confronto, ma sempre profondamente formativo. Una persona con la quale ho condiviso un'alleanza di centrodestra per le provinciali di Avellino nel 2009, successivamente esportata anche alle elezioni regionali della Campania del 2010. Sicuramente non fu semplice, perché era la prima volta che De Mita condivideva un'esperienza non di centrosinistra. Entrambi dal carattere tenace, ci siamo scontrati più volte, ma, forse perché irpini, alla fine riuscivamo ad intenderci, sempre.
E ho avuto l'onore di condividere con lui anche momenti privati. Due esempi: la squadra di calcio dell'Avellino, non solo ai tempi della serie A, e le partite a tressette sono state le passioni che ci hanno unito. È stato non solo un politico, ma un indiscutibile intellettuale, rimasto sempre fedele alla sua storia, fautore del potere inteso come servizio alla collettività, interprete vero del valore del cattolicesimo democratico, degli insegnamenti di don Luigi Sturzo, di Aldo Moro, e, a sua volta, maestro di politica per intere generazioni. È stato protagonista di assoluto rilievo per lo sviluppo del Mezzogiorno, non solo da un punto di vista economico e sociale, ma anche culturale ed istituzionale. Infrastrutture e classe dirigente erano le sue priorità. Ha servito con competenza le istituzioni, è stato consigliere nazionale, vicesegretario, segretario e poi presidente della Democrazia Cristiana.
Più volte Ministro, Presidente del Consiglio dal 1988 al 1989, per poi ritornare a Nusco, suo paese nativo, dove è scomparso da sindaco in carica, facendo ancora politica sempre con ammirevole energia e passione.
Nonostante i prestigiosi incarichi che ha ricoperto, ha dedicato quasi tutti i fine settimana alla sua terra, Avellino e la sua provincia, a cui era visceralmente legato, senza mai dimenticare le istanze del territorio. Questo è il motivo principale per cui ad ogni consultazione elettorale otteneva sempre un largo consenso e da cui traeva rinnovato vigore. Concludo, rinnovando alla signora Annamaria e ai figli le mie più sentite espressioni di cordoglio (Applausi).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Federico Conte. Ne ha facoltà.
FEDERICO CONTE (LEU). Grazie Presidente, credo che il miglior tributo alla memoria di Ciriaco De Mita sia nell'elogio della politica, la politica intesa come scienza e come arte del governare, come la teoria e la pratica dell'organizzazione, della direzione della vita pubblica, la politica come arte del possibile, quella a cui egli ha dedicato tutta la vita. Martinazzoli amava ripetere: la politica è importante, ma la vita è più importante. Questa antinomia in De Mita si è risolta perfettamente nella completa immedesimazione delle due dimensioni: egli nella vita è stato quello che è stato in politica. È stato, non a caso, nella funzione di segretario della Democrazia Cristiana - il periodo più longevo della storia del più importante partito della Prima Repubblica - il politico più capace di organizzare pensiero e azione. Ha ricoperto moltissimi incarichi di Governo - come Lei ricordava -, di Ministro, prima e poi finanche di Presidente del Consiglio, dopo. È stata proprio quella stagione che ha rappresentato il cuore della sua esperienza politica. Veniva dalla sinistra di base fondata da Marcora; era stato un sostenitore del compromesso storico, addirittura su posizioni più avanzate rispetto a quelle di Moro. Era un teorico della possibilità di un'alleanza con il Partito Comunista Italiano quando questi ancora non aveva risolto integralmente il suo rapporto con Mosca. Fu scelto come segretario dopo che la Democrazia Cristiana aveva modificato la sua linea politica con il «preambolo Forlani», anche perché fortemente anti-craxiano; eppure con Craxi strutturò il più importante accordo politico di quel tempo; quell'accordo ha prodotto un Governo lungo, il Governo Craxi, il Governo Goria, il Governo De Mita.
Tutti gli anni Ottanta, con un compromesso alto che ha consentito di governare la complessità di quella società in trasformazione, prima della svolta epocale dell' ‘89, vengono dalla sua capacità di essere protagonista cedendo la guida del Governo, almeno fino a un certo punto. È stato leader politico di altissimo livello, ma di origini umili. Come tanti dirigenti della Prima Repubblica sapeva che la politica era stato un ascensore sociale importante, che la politica era, per la società italiana, un ascensore sociale importante. Non ha mai smarrito il rapporto con la sua terra, con la sua Avellino, con l'alta Irpinia, con Nusco di cui è stato fino all'ultimo momento sindaco; un rapporto ossessivo, addirittura, che fa monito a questa classe dirigente politica rispetto a quello che un leader nazionale deve essere rispetto alla società da cui proviene.
Posso portare soltanto una piccola testimonianza parlamentare del suo amore per la politica e per i giovani: appena eletto deputato fui invitato dal Centro studi Taurasi, presieduto dall'avvocato Lorenzo Mazzeo, a un dibattito sul Mezzogiorno - era presente anche l'amico Vito De Filippo - nel quale ebbi a contestare un esponente politico che aveva offerto una lettura a mio giudizio superficiale della questione meridionale, una lettura più articolata, una proposta più strutturata di rilancio della questione meridionale. Era il tempo in cui i finanziamenti del PNRR erano molto lontani da venire. Nel concludere il convegno egli ebbe ad apprezzare e a sostenere il mio intervento, eppure io ero e sono l'erede e l'interprete di una tradizione politica fieramente antagonista e avversaria a quella di cui De Mita è stato il leader indiscusso, soprattutto in Campania, nelle province di Salerno ed Avellino. Volle conoscermi, mi invitò a rimanere a cena con lui, una cena invero frugale col proprietario di casa, che fu arricchita da racconti di scontri, di incontri, di accordi, di disaccordi, qualche amarezza e, nel congedarci, volle dirmi con una frase che amava ripetere e che è stata anche ricordata: tu non hai bisogno di consigli, vieni da una buona scuola politica, però un avvertimento tienilo a mente, quando ti sembrerà semplice in politica vorrà dire che non hai capito (Applausi).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Vittorio Sgarbi. Ne ha facoltà.
VITTORIO SGARBI (M-NCI-USEI-R-AC). Presidente, voglio ricordare agli amici e ai colleghi che, come dovrebbe essere nella logica delle vicende che abbiamo vissuto negli ultimi decenni, Ciriaco De Mita non è mai uscito dalla Prima Repubblica, che è l'unica Repubblica che io conosco e riconosco. È stato cristiano prima che democristiano e io che sono entrato in Parlamento quando lui era presidente della Democrazia Cristiana mi sono misurato con lui e con la sua intelligenza a cui dobbiamo nell'ordine statisti come Spadolini, Romano Prodi, Cossiga e Mattarella, i quali hanno svolto e tenuto alto il nome di questa Nazione perché erano politici professionisti e tali sono.
Devo anche dire che nella sua dimensione ironica – era chiamato intellettuale della Magna Grecia - ma anche sul piano della ironia, fu lui a indicare la città di Avellino in termini di ribaltati per cui Napoli era chiamata “Avellino mare”, trattandosi di Avellino la capitale che ha dato i natali o comunque l'attività politica a Maccanico, Biagio Agnes, l'amico Gerardo Bianco, Gargani, Sullo, Mancino, Rotondi, Zecchino, tutti uomini distinti per capacità intellettuali e conoscenza. È stato in Parlamento e in attività fino all'ultimo giorno, per una breve pausa è stato parlamentare, poi è stato parlamentare europeo, poi sindaco fino al 2022 (era sindaco dal 2014 dopo l'esperienza al Parlamento europeo).
È stato l'orgoglio della politica italiana e credo che il minuto di silenzio, quel lungo minuto che abbiamo dedicato a lui, abbia fatto pensare a quanto vuoto abbiamo non di persone ma di teste, ossia di persone che intendono la politica come pensiero e azione, e non come azione “falsa ribellione”. Vorrei dire che lui si scontrò con Renzi per il referendum che lo stesso Renzi aveva voluto e disse «no». Sarebbe stato un segnale importante che le Istituzioni avessero indicato che i referendum si votano, magari «no», ma non si disertano: chi ha coscienza civile dei diritti e dei doveri ai referendum va; De Mita si era misurato della certezza dei suoi diritti e della sua volontà di dire pubblicamente il suo «no», non con un'astensione vigliacca.
Ricordo i tanti anni in cui io l'ho visto e l'ho frequentato, e lui ha ironizzato con me. Ricordo una sua battuta con cui, ironizzando sulla volontà di Berlusconi di diventare Presidente della Repubblica, disse che lui per conquistare la Democrazia Cristiana aveva detto di avere una zia suora, ma non basta avere una zia suora per essere buoni cristiani. Da questo punto di vista la visione cristiana di De Mita è stata una visione di civiltà, di coscienza e di valori che non possono essere né perduti, né dimenticati (Appalusi).
PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il Ministro Dario Franceschini, prego a lei la parola.
DARIO FRANCESCHINI, Ministro della Cultura. Grazie Presidente, il Governo si associa alle parole che abbiamo sentito, tutte importanti, alle condoglianze alla famiglia, qui oggi, alla moglie, ai figli, alla comunità di Nusco, di Avellino e - fatemelo dire - anche alla grande famiglia democristiana che è dispersa ma si sente ancora una famiglia e riconosce in De Mita un grande leader. È difficile parlare a nome del Governo e contemporaneamente mescolare l'affetto e i ricordi personali. De Mita è stato davvero tante cose insieme: un uomo di partito e un uomo di Stato; una coincidenza tra le due cose e quanto sarebbe utile oggi che ricordassimo che servire il partito significa anche servire il proprio Stato se si svolgono bene le proprie mansioni, guidando il partito si può servire lo Stato. Un intellettuale, nel senso più puro del termine. Un'intelligenza straordinaria, un leader naturale, un formatore di intere generazioni, un uomo dalle battute fulminanti, quasi tutte irriferibili. Me ne viene in mente soltanto una: io gli stavo parlando bene di un cardinale che avevo sentito parlare dicendo che si trattava di un uomo molto intelligente e lui mi disse: «sì, ma non crede in Dio».
Io restai gelato. Un uomo veramente di battute fulminanti, che erano un altro segno di una grande intelligenza, eppure perseguitato da un pregiudizio antimeridionale, così forte nel nostro Paese da non dargli fino in fondo il merito che meritava, neanche quando era al momento di massimo potere, perché è un pregiudizio antimeridionale molto forte, ancora radicato, purtroppo, nel nostro Paese.
Un uomo colto, un uomo curioso, che gestiva il potere, certamente, ma come mezzo per risolvere i problemi, come mezzo per fare riforme. Pensiamo a quanto tempo ha dedicato - invano, purtroppo, come tutti noi l'abbiamo dedicato invano, ma lui ha tracciato la strada - al tema delle riforme istituzionali, dell'esigenza di cambiare il nostro Stato, e siamo ancora qui a parlarne. Un uomo che ha guidato la Democrazia Cristiana con strumenti nuovi. Enrico Letta ricordava il rinnovamento, l'apertura agli esterni, alle grandi personalità, ai giovani. Quando eravamo nei giovani della Democrazia Cristiana e mi chiedevo perché i grandi capi di allora, che pure avevano ruoli di Governo importanti, stavano ore e ore, giorni interi, ad ascoltare il dibattito tra di noi. Adesso non capiterebbe mai, eppure stavano lì, perché era un modo di assorbire idee, era un modo di selezionare classi dirigenti, era un modo veramente di accompagnare la crescita di nuove generazioni. Mi chiedevo perché tanta attenzione e tanto ascolto. Quindi, dare e ricevere allo stesso tempo, e De Mita dava tanto, ogni discorso era un'analisi, un ragionamento, come diceva. I congressi erano una scuola, da questo punto di vista, così come i seminari. Io ricordo quell'enorme fucina di cervelli e di grandi protagonismi che erano le riunioni della sinistra democristiana, i convegni di Chianciano e di Lavarone, quanta intelligenza, quanto confronto di leadership e, poi, intesa alla fine.
De Mita ha seminato cultura politica. Nell'ultimo colloquio politico, da maestro quale era, da grande politico quale era, volle venire per dirmi che era preoccupato del futuro del cattolicesimo democratico, si domandava se avrebbe mai avuto un futuro. Io gli risposi citando una frase con cui un grande cattolico democratico, Giorgio La Pira, quando era sindaco di Firenze, ricordò, affiggendo manifesti in giro per la città, la scomparsa di un suo giovane assessore, Nicola Pistelli, che era uno dei grandi leader, coetaneo di De Mita, della sinistra di base, della sinistra democristiana. Quando morì, la città di Firenze fu coperta da manifesti del comune che riportavano soltanto una frase: “Da quel chicco di frumento nasceranno tante spighe di grano nuovo”. Ecco, De Mita ha seminato tanto, per tutta la vita e continueranno a nascere, dalla sua lezione, tante spighe di grano nuovo (Applausi).




