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    29/02/2024

L'incultura della Lega, la disperazione del Sud

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica_lidiota_in_politica.jpgÈ soltanto una questione di cultura, niente di più e niente di meno. Certo non è cosa di poco conto perché la cultura o c’è o non c’è. O ce l’hai o non ce l’hai. E la cultura, si sa (o si dovrebbe sapere), non la si trova né nei negozi di antiquariato né ai grandi magazzini. Al punto che anche persone di una certa finezza ed educazione possono scivolare per uno scatto sbagliato, una polemica fuori posto. Un esempio? Cosa c’è di più diverso tra un imprenditore raffinato e moderno come il principe ereditario di casa Agnelli, Gianni, ed un industrialotto in carne come Calearo (quello della Camera dei deputati con il mutuo da dodicimila euro al mese e l’auto, potente, registrata all’estero per risparmiare)?

C’è un abisso come quello che separa la passata classe dirigente Dc-Pci (e persino Psi, con tutto il naufragio di Milano) del Nord da quella oggi rappresentata dal vasto mondo che conduce alla Lega Nord: barbari sognanti (e ignoranti), eredità celtiche…, violento disprezzo per gli altri, i diversi (meridionali, immigrati, ecc.).

Ebbene, come dicevamo, anche ad un fine savoiardo come l’Avvocato scappò una forzatura in occasione di una polemica con l’allora segretario nazionale della Dc, De Mita, il De Mita irpino, meridionalissimo, dal forte accento locale. De Mita?, disse l’Avvocato, un intellettuale della Magna Grecia! Con ciò volendo riferirsi ai suoi lunghi e tortuosi discorsi, alla presunta inconcludenza degli intellettuali di quel mondo seppellito da qualche millennio. Ora, che quel mondo sia distante anni luce da noi (e non parliamo, poi, delle distanze galattiche dall’habitat cavernicolo e valligiano dei leghisti) è fuor di dubbio.

Ma sorge una domanda: Gianni Agnelli era consapevole della luce che la Magna Grecia riversò sull’umanità? E un intellettuale, poi, in quel mondo di guerrieri (coloni ed autoctoni) che usavano la forza bruta ogni giorno per sopravvivere non erano degli autentici giganti? E non è da quel mondo che noi veniamo? Cosa sarebbe anche la cultura del Nord Italia senza quella luce? Sarebbe quella di Maroni (un Bossi ripulito) che nel cacciare Rosy Mauro non trova niente di meglio da dire che finalmente al vertice del sindacato padano ci sarà una persona del Nord (la Mauro è pugliese)? Per la cronaca l’intellettuale della Magna Grecia, De Mita, replicò alla prima occasione (“Agnelli? Un mercante moderno con poche idee e molti interessi!”.

Volendo entrare nel merito – ma qui si apre una ben più vasta discussione – ci sarebbe da dire che la struttura mercantile del Nord affermatasi lentamente in epoca medievale è stata forse vista in modo negativo proprio da intellettuali, dirigenti, gran borghesi dell’altra parte del Paese (noialtri).

Fin qui, considerando lo spettacolo osceno (per l’Italia tutta più che per i meridionali) visto giorni fa a Bergamo, sarebbe valsa la pena che fior di intellettuali scesi in campo per commentare l’indecente spappolamento del partito di Bossi avessero cercato di correggere lo squilibrio dell’assioma nordista Noi lavoriamo e paghiamo le tasse mentre il Sud ci depreda.

Pierluigi Battista sul Corriere della Sera – più articolata e cauta la riflessione di Ernesto Galli della Loggia – ha descritto il montare dello sdegno nordista anche per il fastidio in Padania dell’eccesso di romanesco nella cinematografia italiana (Ladri di biciclette, La ciociara?).  Lo stesso Battista e Gad Lerner (l’inventore in Rai della formula “profondo Nord”, ribaltamento – dopo quasi un secolo e mezzo – dell’esigenza fondamentale del Paese: l’unificazione anche economica e sociale dell’Italia) hanno messo in evidenza come contadini, operai, impiegati ed imprenditori del Nord hanno lentamente costruito anticorpi verso il Sud vista l’inutilità verso quelle zone dei finanziamenti pubblici. Ma quelli, abbondanti, serviti per il “miracolo economico” del Nord su quale conto li mettiamo? Le rimesse degli emigrati meridionali che “mantenevano” milioni di concittadini e finivano anche nella Cassa depositi e prestiti non avevano né odore né colore?

S’intitola Il rancore il libro che a questo fenomeno di rivendicazione della società meridionale ha dedicato un sociologo come Aldo Bonomi (Censis, Cnel). Il fatto è che queste importanti analisi fanno in genere riferimento all’impegno non concludente della Repubblica per il riscatto del Meridione. D’accordo, i meridionali ci hanno messo del loro nel non raggiungere il risultato. Anche se non bisogna dimenticare che il Sud una sua modernità – classe operaia, tv, cinema, fondi governativi (inadeguati) – una non trascurabile modernità l’ha comunque raggiunta.

Ma prima e durante il fascismo – fior da fiore della cultura padana – chi si è ingrassato? Perché tanti decenni (contenenti un’emigrazione biblica verso le Americhe (e la Francia) scompaiono dalle analisi di tanti studiosi che si sono ritrovati l’origine del problema in un romanzo, Il gattopardo, che ancora oggi ispira battute e luoghi comuni ma null’altro?

Per dirla in breve perché il Sud ha prodotto intellettuali come Fortunato, Nitti, Salvemini, Dorso, con le loro analisi mai insolenti verso i cugini benestanti (salvo severe critiche storiche) ed i meridionali, invece, devono oggi sorbirsi insulti, la richiesta della separazione in due (o in tre?) dello Stato senza che vi sia alcuno – soprattutto in tv dove oggi si giocano le vere partite – che ricordi gli oltre tre milioni di calabresi, pugliesi, campani e lucani scappati nel triangolo industriale – dove trovavano scritte tipo “non si affitta ai meridionali” – per creare il miracolo economico italiano? E prima ancora chi ricorda il mai citato a sufficienza accordo Italia-Belgio per le sue industrie lombardo-liguri-piemontesi dell’immediato dopoguerra (tu mi mandi lavoratori – terroni, ovviamente: Marcinelle dice ancora qualcosa ai padani? – io ti do carbone) e poi la fuoruscita di braccia nell’area Mec con il risultato di distruggere nel Sud la campagna ed i paesini? Qualcosa di questo mondo in sfacelo si poteva davvero rialzare?

E la parola-epiteto “terroni” non nasce dalla considerazione che quel popolo che si spostava era dedito al lavoro dei campi, come del resto lo era quello della Padania magistralmente ripropostoci (nella fame, nell’indigenza, in un dialetto inascoltabile, quasi gutturale, simile a quello dei ragazzi guerrieri di Gomorra) da Ermanno Olmi ne L’albero degli zoccoli? E per favore diciamolo almeno una volta che un conto era creare sviluppo nel mitico Nord-Est posto a ridosso di aree ricchissime e comunque al centro dei principali scambi ed assi europei e che, comunque, sono state aiutate da decine di svalutazioni della lira pagate da tutti i consumatori italiani, un’altra cosa fiorire nel mitico Mediterraneo delle dittature arabe.

Qualcosa di quel meridionalissimo mondo contadino l’ha raccontata il cinema, qualche libro fondamentale come Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, ma in realtà la frittata era già fatta. E sta diventando più grande perché anziché rintracciare nella tragedia dell’emigrazione, di uno Stato accentratore (di cui è stato incolpato il Sud!) della scelta a favore delle industrie del Nord (appena unita l’Italia  e dopo le due grandi guerre) stiamo cercando il futuro in un mondo scomparso o in un eldorado mai esistito (Borbonia). E giù libri sbagliati, ragioni inutilmente rintracciabili e confrontabili nel mondo di oggi.

Consola però che qualcuno si stia svegliando anche sul tema della presunta Padania, vedi il libro di Lydia De Matteo, sulla dimensione umana e culturale del militante leghista “duro e puro”, non a caso intitolato L’idiota in politica (nella foto la copertina del libro). Idiota che, evidentemente, così vuole vivere il suo percorso pubblico-istituzionale. Ma intanto perché nessuno ricorda che il vero federalismo doveva arrivare con le Regioni che invece di far esplodere lo Stato savoiardo-fascista hanno, per colpa di una classe dirigente, anche meridionale, avida ed impreparata, creato tanti miniapparati che divorano il loro territorio anziché liberarlo?

Tornando al becero leghismo, del resto, come ha scritto Michele Serra su Repubblica, “i leghisti rozzi si piacciono così”. Ed allora, per favore non costruiamo da noi, nella terra della Magna Grecia, che fu poi anche di Bisanzio, degli svevi, dei normanni, degli angioini, degli aragonesi e solo infine dei Borbone, un ragionamento sbagliato (una Lega-Sud, una unione delle regioni meridionali fortunatamente mai neanche supposte) che premierebbe proprio i senza cultura. E pensare che quando la tv incominciò ad offrire a tutti l’immagine dell’Italia così com’era, in tanti ammirammo il grande Mario Soldati mentre ci descriveva le golene, le anse del Po, i suoi anfratti, la sua gente, la sua cucina. Quello stesso Soldati che compì con la telecamera quel Viaggio in Italia che si concluse sugli scogli di capo Passero “ultimo lembo d’Italia”.

 

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