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    23/04/2026

Questo tempo di Avellino è quello della bellezza?

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica-Editoriale_la_statua_di_carlo_ii_dasburgo_e_la_torre_dellorologio.jpgAVELLINO – Un gruppo di cittadine avellinesi ha preso il nome di “Piano B”, nella speranza e lavorando per una via di uscita dallo stato di crisi di Avellino. Grazie a loro ho potuto dire la mia ed ascoltare il lucidissimo Aldo Masullo, filosofo ma nell’occasione fervido pedagogo. Il tema assegnatoci “Il tempo della bellezza”, sottinteso ad Avellino, come sinonimo di città. Due concetti, tempo e bellezza, analizzati nei secoli con diversi esiti definitori, ma che nell’occasione dovevano essere imbrigliati in uno spazio urbano, che sia pure di tangente ci induceva a discutere di Avellino, tentando un andare più a fondo rispetto alle singole polemiche quotidiane. Perché il non esplicitato nell’incontro era e resta il rapporto, attraverso il potere, tra amministratori e cittadini, per quel che in un assetto repubblicano più vasto, possono operare gli avellinesi. Come il potere è amministrato, come i cittadini vigilano sulla delega al potere affidata con le elezioni locali è un tema vasto, declinato nell’occasione sapendo che una città continuava a vivere al di fuori della chiesa del Carmine. Ma in sala presenti un pugno di cittadini e, bontà loro, solo il sindaco e Cignarella, assessore officiante.

La mia parte di discussione ha tenuto al centro soprattutto il concetto di tempo, o meglio di memoria dei tempi di una città. Non il tempo del quotidiano vivere, ma come i tempi passati e vissuti di una città permangano nella memoria dei cittadini, in un reciproco gioco di riflesso e rinvio, tanto da poter diventare una memoria sociale, condivisa. Memoria collettiva, così la definì Maurice Halbwachs, il sociologo alsaziano, ebreo, resistente francese, morto nel marzo del 1945 nel campo di concentramento di Buchenwald, poco prima della liberazione dal nazifascismo. Noi singoli riquadriamo i nostri ricordi attraverso un linguaggio, una collocazione nel tempo e nello spazio, secondo una classifica valoriale. Quando cominciamo a condividere con altri, e giudicare, la massa dei ricordi, il trasalimento sentimentale del singolo può anche perdersi, ma si crea la memoria condivisa, complessa e modificabile nel tempo.

Terremoto, ad esempio: cosa significa nell’animo di un avellinese oggi? È ricordo personale e in contemporaneo memoria collettiva, coacervo di sentimenti e di giudizi dei tempi vissuti all’epoca del terremoto. È sensibilità diversa se quei tempi sono stati vissuti da ragazzi o da adulti; ed altro senso e peso ha la parola terremoto per i nati dopo il 1980. Fra dieci o cento anni, risuonerà diversa. Ma tutti per ora vi fanno i conti, giovani e meno giovani, chi ha vissuto e chi ascolta. Sembrano banali affermazioni, ma la memoria collettiva è un diritto dei cittadini ottocentesco e novecentesco, prima i sudditi potevano ripetere inginocchiati le verità di un potere monarchico, non il proprio. Le memorie diverse al massimo passarle sottovoce, di orecchio ad orecchio. Anche per un diritto di libertà così banale come la memoria sociale, Halbwachs è morto.

La memoria collettiva è dunque un patto per la città, perché rinvia al confronto tra amministrati ed amministratori ed al giudizio che ne traiamo, per il passato e come riflesso nel presente. Le vicende di Avellino ci offrono due memorie, in due specifici momenti in cui quel patto è stato disprezzato oppure rafforzato.

Il tempo del disprezzo è la pestilenza del 1656, quando gli avellinesi incoscienti/inconsapevoli si sottraggono alle prime misure o le boicottano corrompendo le guardie alle porte della città o ai “rastelli” della dogana, spostata alla Pontarola. Peggio, si ammassano durante cerimonie religiose, in attesa di improbabili miracoli. Poi giunge Francesco Marino I che, dall’alto del suo cavallo, vede più lungo dei suoi sudditi ed imperativamente provvede alla popolazione. Dieci mesi di pestilenza ridurranno Avellino a ben poca cosa, dei circa diecimila avellinesi ne sopravvivono soltanto duemilacinquecento.

Eppure, negli anni successivi, scatta una sorta di patto tra il principe e gli avellinesi. Un patto per la bellezza civica, scolpito nella facciata restaurata della Dogana, nelle parole della lapide, nelle statue e nei busti disposte dal Fanzago. Noi oggi siamo ciechi, come è cieca la facciata della dogana. Ma gli esempi di forza e di virtù che accompagnano il principe in corazza da parata, Augusto, Adriano, Pericle, Antonino Pio; i miti di antica memoria e primi fra tutti quelli di Diana e di Venere, ovvero della bellezza, presenti sugli appoggi e nelle nicchie, vogliono affermare un patto. Le virtù non sono esclusive del principe in alto, ma dei singoli che si muovono in basso, in uno spazio urbano vitale per i cittadini, prima ancora che per la città. E forse questo avrà spiegato ai presenti l’accanimento del comitato per la rinascita della Dogana ed indotto alcuni ad un raffronto con il presente.

Aldo Masullo, da par suo, ha smontato e rimontato la parola bellezza. Ha citato la Yourcenar quando si chiedeva se una statua antica è bella ora come quando fu fusa o scolpita. In origine poteva essere dipinta a vivaci colori ed oggi la vediamo di nuda pietra. Persino la Venere di Milo del Louvre, così amputata e archetipo di bellezza per noi contemporanei, potrebbe essere stata in origine una delle tante ripetizioni in serie del mito, ovvia nella completezza degli arti e della testa.

La bellezza non è dunque data per sempre. Soprattutto nel mutare di una città che non è bella per sempre e per il solo esistere, pietra su pietra, edificio per edificio. Diventa bella nel gioco delle emozioni dei singoli che ricordano i momenti del proprio crescere negli spazi della città. Ma la bellezza di una città deriva soprattutto dal gioco post-kantiano del gusto condiviso: il singolo sussurra “mi piace questa città”, immaginando che le sue percezioni siano condivise dagli altri. “Mi piace”, quando aspettative ed interessi sono mediati con reciproco vantaggio, per i singoli e per i gruppi sociali. Un piacere, altrimenti detto bellezza, utilitaristico, contingenza più o meno forte nel tempo.

Il vissuto e i rivissuto nella città sono il vero cemento della continuità che si tramuta in bellezza, una bellezza che continua nel tempo, tra le emozioni dei singoli che si infiammano e la illuminano.

 

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