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    23/04/2026

Il principe di Avellino a San Pietro per la consegna della chinea al Papa

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Il principe di Avellino Francesco Marino I CaraccioloNell’agosto del 1648 il principe di Avellino Francesco Marino aveva combattuto valorosamente alla testa del suo esercito contro le truppe francesi che erano sbarcate sulla costa salernitana, a Vietri, per tentare di riaccendere la rivolta antispagnola nelle province interne.

I meriti conquistati sul campo da Francesco Marino nella guerra di repressione dei popolari gli fruttarono, grazie anche alle sue brillanti qualità personali, riconoscimenti e onori negli anni successivi. In qualità di gran cancelliere del Regno fu al fianco del viceré, Iñigo Velez de Guevara y Tassis conte di Oñate, già ambasciatore di Spagna a Roma, allorché, dopo la rioccupazione nel gennaio del 1653 di Barcellona, che si era ribellata a Filippo IV e si era posta sotto la protezione dei francesi, fu organizzata, in Napoli, nella chiesa del Carmine, come già era successo qualche anno prima dopo la presa di Portolongone, nell’isola d’Elba, una solenne cerimonia di ringraziamento alla Santissima Vergine con la partecipazione di tutta la nobiltà.

La particolare bellezza fisica ed il sontuoso abbigliamento del principe di Avellino – al cui leggiadro aspetto e alla cui figura slanciata conferivano particolare risalto l’abito senatorio di gran cancelliere del regno (mantello scarlatto con la mozzetta di ermellino e il gran collare del Toson d’oro, scarpe di velluto cremisi, calzoni attillati e giubbone di raso bianco, berrettone di velluto rosso tempestato di gioielli) quale si ammira, presso il museo di San Martino, nel dipinto del Tiziano raffigurante il nonno Camillo Caracciolo – richiamarono l’attenzione della folla acclamante al passaggio del corteo a cavallo: “Vedevasi il principe di Avellino – si legge in una minuziosa cronaca del tempo – che per bellezza gareggiava col sole medesimo nel fiore della sua gioventù; coi primi peli che si scoprivano nella barba, mostrava con la polizia delle lettere, che possiede, una maestà adorna di cortese umanità”.

E un autentico protagonista, divorato con gli occhi da tutte le nobildonne presenti, fu il giovane Francesco Marino al sontuoso ricevimento, con musica e balli, che fu allestito nel nuovo salone delle feste della reggia. “Il duca di Girifalco, eletto maestro di ballo – come si apprende ancora dalla cronaca di quegli eventi – cavò alla danza primo il principe di Avellino; il secondo fu il principe di Cariati, il terzo il duca di Maddaloni, il quarto il duca d’Andria, il quinto il principe di Forino, e di mano in mano altri cavalieri e titolati. Il numero delle dame fu di centoquarantasei, tra le quali la duchessa di Maddaloni, vestita di color di fuoco con fregi di spessi merletti di argento; la principessa di Cariati, vestita di soda bellezza e di veste ricamata d’argento; la duchessa d’Andria, vestita di color di cervo ricamato d’oro; la principessa di Forino, vestita di color celeste ricamato d’argento; donna Marzia, moglie di Masillo Caracciolo di Forino, vestita di lama d’argento, guarnita di fettucce negre; l’altre dame anco al paragone adornate. Terminò il festino con quello del ballo della torcia, che fu onorato da S.E. il Viceré, e, durando per gran spazio, finalmente fu smorzato dalla duchessa della Rocca, dandosi fine al festino verso l’undici ore di quella notte”.

E il prestigio e la fama del principe di Avellino aumentarono ancora di più in tutto il regno allorché, ormai ventiduenne, fu scelto dal viceré di Napoli quale ambasciatore straordinario di Filippo IV presso il papa Innocenzo X cui, secondo la secolare tradizione risalente all’epoca della conquista normanna e ratificata nel 1264 da Carlo I d’Angiò, doveva essere presentato, alla vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo, il 28 giugno, cioè, di quello stesso 1653, il tributo, in segno di vassallaggio dei re di Napoli, della bianca chinea (cavallo bianco in grado di tenere l’ambio, un’andatura caratterizzata dal movimento, in contemporanea, della gamba anteriore e posteriore dello stesso lato) con l’annuale censo di 7000 ducati.

Il compito cui assolse il giovane Caracciolo con quella solenne ambasceria non solo gli procurò “perpetua memoria di sé ad onore della sua casa e della sua patria”, ma risultò anche utile a rasserenare alquanto i rapporti tra la santa sede e il viceré di Napoli, rapporti che erano stati caratterizzati da una certa tensione al tempo dei fatti rivoluzionari del 1647-48. In quella occasione, pur mantenendosi il più possibile neutrale, Innocenzo X, con numerosi brevi pontifici, aveva, da una parte, esortato gli spagnoli all’indulgenza e, dall’altra, i ribelli con a capo l’Annese, che aveva ormai preso il posto di Masaniello, alla sottomissione.

Le rappresaglie, però, del governo vicereale contro gli insorti – che avevano, con un manifesto apparso sulle cantonate di Napoli, annunciato di non fidarsi più del viceré proclamando il papa immediato sovrano del regno – avevano avuto come conseguenza l’irrigidirsi delle relazioni diplomatiche fra Roma e Napoli. Di qui la necessità di una dichiarazione di lealismo al sommo pontefice che, ormai, soprattutto all’indomani della presa di Barcellona, si era dichiarato filospagnolo.

La presentazione della chinea fu l’occasione ideale. Dopo aver ricevuto, il 14 giugno del 1653, le lettere da Madrid che lo accreditavano presso la santa sede, Francesco Marino, con un seguito imponente di trecento persone – di cui faceva parte una sessantina di nobili suoi vassalli, tra cui il marchese Amoretti barone di Pianodardine, il barone di Picarelli Arminio-Monforte, il barone dell’Isca Marcantonio Belli, il barone di Bellizzi Balzorano nonché i rappresentanti del fior fiore del patriziato avellinese, vale a dire i De Angelis, i De Felice, i Giordano, gli Imbimbo, i Miroballo, i Morra, i Minali, i D’Offiero, i Paolella, i Riccardo, gli Spadafora, i De Vivo, i Fratese, i Galasso, i Sanchez de Luna – imbarcato a Napoli su di una flottiglia composta da una galea, una tartana e dodici feluche, approdò il 26 di quel mese a Nettuno da dove, dopo essersi riposato nella villa dei principi Colonna, proseguiva per Roma ospite del cardinale Trivulzio.

Si avvicinava il gran giorno. La mattina del 28 giugno, da piazza di Spagna, con a fianco il nipote del papa, il principe Camillo Pamphili, ebbe inizio la solenne cavalcata fino a San Pietro con un lunghissimo corteo, di cui facevano parte, oltre i dignitari della corte pontificia e gli ambasciatori dei principali Stati italiani ed europei, i rappresentanti dei più potenti casati romani quali erano i Colonna, i Caetani, gli Orsini, i Savelli, i Ludovisi, i Giustiniani, gli Altieri, i Capranica, i Salviati.

In testa, dinanzi alla bianca chinea, adorna sulla groppa di una gualdrappa cremisi con ricami d’oro,  c’era il principe Pamphili con a fianco il tesoriere Giuseppe Genovese che, scortato da sei staffieri in livrea con merletti d’argento, portava al collo una borsa con i settemila ducati. Seguiva il principe di Avellino che indossava un vestito verde ricamato in oro, scortato da tre paggi e trenta palafrenieri. In chiusura del corteo, un centinaio di carrozze a sei cavalli che trasportavano i numerosissimi prelati presenti alla cerimonia tra cui i cardinali Trivulzio, Cesis e Lugo.

Seguirono, dopo l’incontro col papa e la consegna del tributo, i tradizionali fuochi d’artificio in piazza di Spagna, uno dei quali, particolarmente pittoresco, raffigurante Atlante con il mondo sulle spalle. “Finiti li fuochi e per darsi compimento all’allegrezze del popolo romano e degli spettatori che la calca osservavano, si buttarono dai balconi dodici bacili di confetture e quattro di monete d’argento e scudi d’oro”.

Sarà in seguito Bernardo Tanucci, il grande giurista toscano di Stia, in provincia di Arezzo, al servizio di Carlo III prima e di suo figlio Ferdinando IV di Borbone poi, convinto sostenitore del concetto nuovo e moderno di Stato che si andava affermando in quei decenni che caratterizzarono il Settecento napoletano, a sostenere l’abolizione dell’omaggio della chinea il cui uso risaliva a Carlo d’Angiò impegnatosi ad un censuo annuo di 8000 chinee per ottenere il regno di Manfredi di Svevia. Un atto di vassallaggio che, nella spettacolarità della cerimonia pubblica, limitava il prestigio del sovrano e che non era più tollerabile; fu, pertanto, sostituito con il versamento diretto alla Santa Sede del tributo dovuto (questa riforma, avallata successivamente anche dal ministro Domenico Caracciolo (1715-1789), durò fino al 1855, anno in cui il Regno delle Due Sicilie fu liberato dal tributo).

*  *  *

Veramente meritoria fu l’opera di Francesco Marino durante la peste del 1656. Grazie anche all’aiuto del clero, coordinato dall’allora vescovo Lorenzo Pollicino, organizzò un lazzaretto per gli ammalati e i colpiti dal morbo, fece costruire un secondo cimitero con l’acquisto di un terreno, non molto distante dalla città, di un tal Palombo, ordinò un’accurata disinfezione delle case per impedire la diffusione del contagio (i ruderi di quella costruzione sono sopravvissuti a lungo in quella contrada denominata ancora oggi Palombi). Chiuse, inoltre, la Dogana, lì, al centro dell’agglomerato urbano, e, per non ostacolare del tutto il commercio in quella che fino ad allora era considerata la «città dell’abbondanza», la spostò in periferia, alla Pontarola, con rigorosi controlli degli scambi che avvenivano con i forestieri. Si contarono, ad un primo bilancio della peste, 25.000 vittime.

Anche come mecenate continuò l’azione illuminata di suo padre Marino II e di suo nonno Camillo a favore di artisti e letterati. Fondò e protesse l’Accademia degli Inquieti di cui facevano parte Pietro Michelangelo di Napoli, segretario generale dell’Ordine francescano minore; il francescano Pietro Antonio Masucci, minore conventuale; Michele Avisato barone di Fontanarosa, Onofrio Riccio, Giuseppe de Gratia, Carlo Spadafora, Mercurio Galasso, Carlo De Lellis che gli dedicò i suoi Discorsi delle famiglie nobili, fra Scipione Bellabona che compose in suo onore i suoi Raguagli della città di Avellino.

In tempi di maggiore tranquillità, poi, Francesco Marino, senza mai trascurare il governo della città di Avellino e dei suoi feudi, fu più volte in Spagna, presso la corte reale, allo scopo di ottenere il grandato, vale a dire la dignità di Grande di Spagna, ma senza riuscirvi.

E fu proprio a Madrid che nel 1666 conobbe e sposò la principessa del Sacro Romano Impero Geronima Pignatelli, figlia di Ettore principe di Noia e duca di Monteleone, e di Giovanna Tagliavia d’Aragona Cortez principessa di Castelvetrano e duchessa di Terranova. Insieme con lei si trovò a Napoli nel gennaio del 1673 a rendere omaggio al nuovo viceré, Antonio Alvarez Pedro de Toledo marchese di Astorga, insediatosi il 14 febbraio dell’anno precedente, con il quale intrattenne buoni rapporti fino a che la morte non lo sorprese, alla giovane età di 43 anni, il 12 dicembre del 1674. Le sue spoglie furono trasportate ad Avellino e tumulate nella chiesa del Carmine.

Cinque anni dopo, nel luglio del 1679, donna Geronima, nel palazzo di Atripalda, dopo dispensa papale, si rimaritò con un suo cugino, Giulio Pignatelli duca di San Mauro, figlio primogenito del principe di Montecorvino. Fu, quello, un matrimonio che procurò qualche discapito alla «qualità della signora principessa, ch’essendo una delle figlie del duca di Monteleone e Terranova e vedova del signor don Francesco Marino Caracciolo principe d’Avellino, e avendo tre altre sorelle maritate a personaggi di sfera sublime, cioè donna Marianna al duca d’Ixar, donna Stefania al duca di Mirando, ambidue grandi di Spagna, e donna Caterina al marchese di Geraci della famiglia Ventimiglia, il più nobile, si può dire, de’ baroni siciliani, ora se sia rimaritata, benché con personaggio della sua famiglia, non però della sfera del primo e povero cavaliero».

Il «cavaliero» cui si fa riferimento è Francesco Marino il quale, come abbiamo ricordato, non riuscì, per quanto si sia adoperato, a ricevere l’onorificenza del grandato.

 

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