ATRIPALDA – Questo articolo di Lello La Sala è il testo della relazione svolta in occasione della presentazione del volume di P. Davide Fernando Panella, Mostrami il tuo volto… Itinerario spirituale di P. Bonaventura Martignetti, Ed. Biblioteca “Le Grazie”, Benevento 2015, svoltasi ad Atripalda nella chiesa di San Nicola da Tolentino nel mese di giugno.
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“Parlare di Padre Bonaventura Martignetti è difficile”. Non sono parole mie. Lo scriveva l’11 novembre del 2013 P. Angelo Ferraro che lo aveva conosciuto bene e ne era stato “veramente amico”. Figurarsi quanto più può essere difficile parlarne per chi, da una distanza non solo cronologica e con gli strumenti della ricerca storica, prova a ripercorrerne il profilo umano e spirituale e, districandosi tra formulari e meditazioni giovanili, acerbi documenti di formazione e documentazione fotografica ed epistolare, si assume il compito di collocarlo nella storia della provincia francescana del Sannio e dell’Irpinia.
Ci perdoneranno il ministro provinciale Sabino Iannuzzi e l’autore del volume P. Davide Panella se a questa storia ci avviciniamo con un po’ di rispettosa familiarità. Ma i Frati minori sono parte non trascurabile del vissuto del Mezzogiorno ed anche di Atripalda; ed io stesso, a partire dagli anni ’60 (ed altri prima e dopo di me) di questa storia si sono sentiti in qualche modo parte. Nella sobria ed imponente fabbrica del Convento di San Giovanni Battista, S. Pasquale, realizzato lungo la cinta della antica Abellinum (luogo di solidarietà, di incontro, di cultura) intere generazioni si sono educate alla vita ed alla fede, nella serena letizia del gioco ed anche nelle dotte conversazioni con P. Pasquale Caporale, P. Tarcisio, P. Giacinto.
Non ho conosciuto P. Bonaventura, ma la sua testimonianza, oggi riproposta dall’agile profilo di P. Davide Panella, ed efficacemente sintetizzata nella prefazione del ministro della provincia francescana del Sannio e dell’Irpinia, P. Sabino Iannuzzi, si offre in un percorso coerente ed incisivo, per quanto solo in parte depurata dalle passioni (ed anche dalle incomprensioni) che l’accompagnarono in vita. Essa sembra arrivare a noi attraverso un tempo distante, una storia che si sgrana lungo il percorso di un anelito ad una quotidiana santità moderna.
E non è tuttora facile inquadrarla nella storia della Chiesa irpino-sannita, per la quale sono necessari ulteriori, dettagliati studi di contesto. È tuttavia innegabile che P. Bonaventura visse con ardore serafico, eroica coerenza, calda (e persino ribollente) spiritualità, una delle pagine più intense della storia della Chiesa, nel tormento della guerra e di un dopoguerra altrettanto tragico e poi nello snodo del Conciliare di Giovanni XXIII e dei suoi successori sulla cattedra di Pietro. Vicenda complessa di un millenario cammino nella quale P. Martignetti, per carattere, formazione, curiosità, fervore mistico non visse da spettatore inerte, ma da militante, combattente per la fede, in umiltà ed obbedienza, certo, ma anche con dolce e perseverante fermezza.
Negli anni della formazione, con maestri dello spessore dei servi di Dio P. Antonio Dota e di P. Isaia Columbro, vissuti in odore di santità (e per i quali è avviato il processo di beatificazione), P. Bonaventura maturava il proprio percorso di fede, intorno ai due capisaldi della spiritualità francescana: la centralità della Passione di Cristo ed una dolcissima e filiale devozione mariana. Che si erano arricchiti negli anni del noviziato attraverso singolari circostanze familiari, e fortuiti ‘incontri’ che il libro documenta attraverso le testimonianze dello stesso Bonaventura. Il padre, carabiniere a Rovereto, gli aveva inviato alcune immagini del Cristo sofferente, e quasi negli stessi anni, nel 1937, egli aveva avuto in lettura il volume di Rudolf Maria Hynek, La Passione di Cristo. Su questo grumo di profondi sentimenti filiali, di meditazione e di studi a Paduli e a Vitulano, il giovane Rodolfo affinava, quasi in un’ansia di sublimazione, il suo itinerarium in Deum. E si forgiava quella figura paterna e spirituale che ne avrebbe fatto, nelle comunità e nelle responsabilità alle quali era chiamato ad essere chiaro riferimento spirituale e naturale guida per il popolo di Dio (gente semplice ed uomini di scienza, artisti, donne, giovani ai quali sapeva aprire il cuore con un coinvolgente fervore mistico. In questo contesto, e grazie a P. Bonaventura, nasceva a San Pasquale la fiorente e tuttora viva esperienza dello scoutismo (poi sostenuta ed alimentata da P. Celestino Boscaino); la spontanea vicinanza alla comunità, alla sofferenza, ai giovani, come ci viene riportata nella commovente testimonianza di Pino Innaccone (che ne sperimentò la paterna e persino ‘miracolosa’ vicinanza, nella tragica occasione della morte del padre).
In questo fervore di fede, nascevano i gruppi di preghiera e si realizzava, su un’idea progettuale del prof. Armando Rotondi, la suggestiva cappella addossata al convento di Atripalda e veniva commissionata allo scultore Domenico Stasi un’Immacolata Concezione, ispirata nel volto al Cristo sofferente, che nel primo cinquantennio del ‘900 si identificava senza dubbio nell’immagine della Sindone. Che il fervore mistico e la spiritualità cristologica di Padre Bonaventura si incrociassero poi con eventi straordinari (come le “essudazioni sierose” di un immagine del volto della Sindone, il ‘Volto Santo’, che fecero gridare al miracolo, anche ad Atripalda tra il 1959 ed il 1960), appare –pur con ogni necessaria prudenza – perfettamente coerente con la sua religiosità ascetica.
È questa ricchezza e questo fervore che il libro di P. Davide ricostruisce con semplicità (e direi con candore) uno dei pregi della pubblicazione che attraverso un dettaglio, una citazione, una didascalia, sollecita curiosità, apre nuovi percorsi di ricerca, sollecita testimonianze e nuove ricerche d’archivio. Che è il destino di ogni serio contributo storiografico: essere non un punto di arrivo, ma un punto di partenza, che possiamo solo augurarci ricco di esiti.




