AVELLINO – Cantieri aperti che non si sa quando e se si chiuderanno mai; cantieri mai aperti che non si sa se si apriranno mai; cantieri prima aperti e poi chiusi che non si sa se si riapriranno più; cantieri aperti che meglio sarebbe stato che non si aprissero mai. Lavori ultimati che è come se non fossero stati mai eseguiti o, peggio, che hanno forse persino peggiorato situazioni di precarietà preesistenti.
C’è movimento in giro, animazione, talora ai limiti della violenza; ma tutto resta, alla fine, come era e come è. Esattamente come i partiti in Italia e come il governo della città di Avellino oggi: tutto è in crisi e tutto ritorna ad essere in crisi come o più di prima. Dapprima delusioni e depressione, disperazione; poi speranza, illusioni, promesse. Poi di nuovo delusioni e depressione. Forse (fortunatamente!) non c’è però ancora rassegnazione. Al fondo dell’animo della popolazione c’è prevalente ora l’inquietudine, lo smarrimento, l’incertezza che determina infelicità. Siamo nel tempo liquido. Dove le certezze perdono gli abituali contorni fermi di guide sicure e sconfinano nelle incertezze. Dove l’ambiguità che ne consegue spesso fa da protagonista, anche nel campo dell’ormai quasi estinta distinzione dei generi umani. L’incertezza, l’ambiguità, l’incoerenza vengono valorizzate come nuovi idoli emergenti. Dove, a seconda della convenienza, le incertezze si alternano alle certezze e prevalgono su queste, a volte facendosi passare per certezze, e viceversa.
Nella confusione generale viene meno la credibilità e nasce il caos. Nel caos il dramma attuale delle guerre sanguinose tra generazioni, vecchie e nuove. Nascono l’inquietudine e, nell’incomprensione, la solitudine. Tutto è fluido, scorre, lasciando tutto inalterato. Nella fluidità si fluttua, forse si galleggia, si nuota; a stento forse si vegeta, certo non si vive. Ci si muove ma non si cammina o, se si cammina, si cammina sempre e solo in orizzontale, a zigzag. Non si crea più, non si costruisce più. Non ci si innalza più nei cieli del futuro, né si costruisce più…sempre più in alto…l’edifico del progresso e della civiltà dell’uomo.
C’è un’immagine pittorica che, a mio giudizio, sintetizza efficacemente (e poeticamente) questa fluida ma sostanzialmente statica situazione surreale dell’uomo d’oggi. Forse l’immagine della contemporaneità. È La persistenza della memoria del genio Salvator Dalì, con cui fa coppia la successiva Disintegrazione della persistenza della memoria.
“La persistenza della memoria” riflette una fredda luce diretta che definisce uno spazio caotico, asimmetrico, le cui coordinate tradizionali (larghezza, lunghezza, altezza, profondità) sono distrutte; gli oggetti deformati che si stagliano sul paesaggio proiettano ombre lunghissime, che alimentano un’atmosfera da incubo, metafisica e irreale, in cui i toni, ora freddi ed ora caldi, determinano uno stato di confusione generale, anche mentale. Gli orologi, elementi ricorrenti in Salvador Dalì, diventano emblemi di un tempo che scorre irregolare, a zigzag, il tempo della memoria. E le immagini assurde, deformate, molli, sono le immagini dell’assurdo proposto da Salvador Dalì, assurdo che si fa specchio d’una dimensione onirica, territorio dell’inconscio, la cui conformazione, come osserva Dawn Ades, “è probabilmente più vera della parvenza logica del reale”.
Più precisamente Ades scrive in proposito:“Gli orologi molli sono un simbolo inconscio della relatività dello spazio e del tempo, una meditazione surrealistica sul crollo delle nostre nozioni riguardo un sistema cosmico immutabile” (Ades, Dawn. Dalí. Thames and Hudson, 1982).
Il sistema meccanico degli orologi, consequenziale e infallibile, viene minato alle fondamenta dalla mollezza e dalla fluidità del pensiero. Anche nel mondo d’oggi il sistema è mutato, tutto è dubbio, tutto è molle,è fluido. Non a caso, qualche anno dopo (1952-54), Dalì realizzò La disintegrazione della persistenza della memoria, in cui egli soppresse completamente le coordinate spaziali: il campo visivo viene ora sommerso dall’acqua, gli oggetti fluttuano in bilico tra il sopra e il sotto l’acqua, non c’è nulla a legarli l’un l’altro. Penso davvero che poche altre immagini pittoriche sappiano essere, come queste descritte, testimoni così efficaci e così originali della memoria e del tempo di oggi.
Credo che solo il genio di Dalì avrebbe potuto consentire alla pittura di acquistare addirittura la nitidezza della fotografia per esprimere l’indistinto, l’incerto, l’inquietante, il mistero che ci avvolge sempre di più con le sue spire da piovra. Credo, cioè,che solo Dalì avrebbe potuto fare della pittura la “visione” dell’io e del mondo, cioè lo specchio della realtà che è fuori di noi e della complessa e complicata interiorità che è in ognuno di noi, turbata e conturbante insieme. L’originalità della sua arte risiede proprio nella straordinaria capacità di riflettere nella precisione di immagini figurative così lucide e così trasparenti nella loro veridicità fotografica il volto vero del nostro tempo moderno: la maschera dell’ambiguità, dell’incertezza, della fluidità, non solo del reale ma anche del pensiero.




