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    12/07/2020

All'ombra di Carlucciello

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Calo II d'Asburgo, detto CarluccielloAVELLINO - Molti, manifestando un’intimità che stona, lo chiamano Carluccio, o più vezzosamente Carlucciello. Personalmente questa confidenza non la condivido. È un’intimità che stona e che può portare a quello che  è accaduto a Napoli dove la statua che lo ritrae da adulto sulla fontana di Monteoliveto a febbraio dell’anno appena trascorso è stata oltraggiata. Un anonimo buontempone le ha calcato in testa un berretto rosso, di quelli con il pon pon. Per niente regale.

Noi qui ad Avellino, fatta eccezione per le pessime condizioni in cui teniamo la Dogana, lo abbiamo sempre rispettato e, dal 1669, da quando sta in piazza, gli abbiamo dimostrato affetto e rispetto coinvolgendolo da sempre nelle mostre cose.

In una bella veduta di fine 800 di Giovanni Battista si vede  un precursore di  Mariniello che dorme alla sua base. Maria ‘a cevozara, alla sua ombra, ha venduto per anni semi di zucca  e ceci abbrustoliti per gli spettatori del cinema Umberto, mentre Filuccio ‘o cucchiere aspettava in sua compagnia i rari clienti che si servivano della sua carrozza. In tempi più recenti, quando l’Avellino Calcio lottava per la serie B,  Mullicone,  il giornalaio,  lo arruolò come portabandiera dei tifosi dello Stretto.

E quante ne ha viste. Ferito come tanti avellinesi durante il bombardamento si è fatto, con danni,  due o tre terremoti di quelli buoni. Era presente quando la fidanzata  sedotta e abbandonata tagliò la faccia con una lametta a Peppo ‘o buffone e  ha visto pure Pierino, il figlio di Pipulillo, violare  con il bel pomodoro maturo che stava mangiando seduto su uno dei fittoni di pietra che attorniavano l’obelisco, la divisa bianca e immacolata di quell’antipatico vigile urbano che lo prendeva sempre in giro. Povero Pierino, per la paura di essere arrestato scappò da Avellino e riparò in Francia dove, pensate un po’, lui, bassino e buono come il pane, per sopravvivere  fu costretto ad arruolarsi nella legione straniera e si dovette fare pure la guerra.

Insomma il feeling con gli abitanti è stato immediato, la corrispondenza d’amorosi sensi praticamente totale anche per via di una somiglianza forte tra il re e la città. Sentite come lo descriveva quando aveva poco più di vent’anni l’ambasciatore del Papa presso la corte di Spagna:  “(il re) è più basso che alto, malformato, ha il viso sgraziato, (---). A volte dà segni di intelligenza, memoria e di vivacità, ma non ora, sembra lento e non risponde, maldestro, pigro, con l'espressione stupita. Si può fare ciò che volete, non ha volontà propria”.

Ma ditemi voi se questa, specialmente quando l’ambasciatore parla di volontà, non è Avellino (e gli avellinesi) di oggi?

 

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