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    23/04/2026

Un ricordo di Vincenzo Pacelli, lo studioso di Caravaggio che amava l’arte irpina

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Vincenzo PacelliAVELLINO – Il 13 febbraio 2014 moriva Vincenzo Pacelli, docente di storia dell’arte all’Università Federico II di Napoli, nato nel 1939 a San Salvatore Telesino, in provincia di Benevento, insigne storico dell’arte, famoso “detective” di Caravaggio. S’era recentemente innalzato alla ribalta del successo  internazionale con il suo libro “L’ultimo Caravaggio” (edizioni Ediart) con cui  aveva  sostenuto la tesi che Caravaggio non morì per malaria a Porto Ercole come la tradizione voleva, ma fu vittima di un “assassinio di Stato”, vittima  di un complotto ordito dai Cavalieri di Malta con la connivenza della Curia romana.

Nella ricorrenza del secondo anniversario della sua morte, noi, tuttavia, vogliamo ricordare di Vincenzo Pacelli soprattutto la sua attività di studioso dell’arte irpina, essendosi egli dedicato con zelo e passione anche alla conoscenza del patrimonio artistico dell’Irpinia.

Vincenzo Pacelli iniziò la sua attività di studioso proprio approfondendo la ricerca sui grandi maestri irpini del Seicento e del Settecento, principalmente su Francesco Guarino, Francesco Solimena e Angelo Solimena. Allargò poi lo sguardo sui “minori”, sui cosiddetti “solimeneschi”, fino ad allora rimasti nell’ombra come  Carlo Sellitto, Francesco Celebrano, Paolo De Falco, Michele Ricciardi, Vigilante, Paolo Di Maio. Tra le sue pubblicazioni dedicate all’arte irpina ricordiamo “Francesco Guarini e le arti  decorative nella Collegiata di Solofra”, Edizioni Scientifiche italiane, 1989; “I dipinti nell’abbazia di Montevergine, Il Barocco Verginiano”, Edizioni virginiane, Mercogliano; e i saggi contenuti nell’ Enciclopedia Sanbernardiniana, Napoli, e nell’Enciclopedia Hirpinia - Storia Illustrata di Avellino e dell’Irpinia, Ed. Sellino, Avellino.

Ebbi l’onore e il piacere di  divenire amico del prof. Vincenzo Pacelli fin da quando, allievo, frequentavo l’Università degli studi di Napoli. Dal 1970 sino al giorno della sua morte si strinsero tanto i rapporti di collaborazione  reciproca che io posso vantarmi di avere avuto in lui  un amico sincero ed affettuoso, un vero “amico fraterno”.

Con orgoglio e senza vanto credo di essere stato io il primo ad introdurre Vincenzo nel mondo delle opere d’arte irpine e ad incoraggiarlo ad occuparsene. Dibattemmo insieme l’attribuzione a Francesco Guarino o a ad un suo allievo  dell’Apparizione della Vergine a S. Felice da Cantalice esistente  nella chiesa di Santa Maria delle Grazie ad Avellino , oppure a don Paolo De Falco o a Francesco Celebrano delle lunette esistenti nel refettorio del convento di Sant’ Andrea a Nocera Inferiore, oppure, infine, a Francesco Solimena o alla sua scuola dei dipinti collocati nella medesimo chiesa. Ci legò l’impegno reciproco nella conoscenza scientifica e nell’approfondimento degli studi che  mettessero nel giusto valore il patrimonio artistico irpino.

Quante indimenticabili giornate trascorse insieme tra chiese e conventi, bui e gelidi, nei paesi anche più lontani dell’Irpinia! Non me ne voglia da lassù, ma credo proprio che a causa  mia, delle mie pressanti sollecitazioni, Vincenzo si sia trovato ad essere, ad un certo punto, un “irpino d’adozione” (conosciuto ed apprezzato anche da collezionisti e cultori d’arte locali che gli chiedevano lumi e pareri professionali).

Ci prodigammo insieme a diffondere nelle sedi scientifiche nazionali più competenti i risultati delle nostre ricerche e delle nostre scoperte condotte in terra d’Irpinia. Egli tenne a battesimo i miei libri forse più importanti: Artisti Irpini,  Ed. Laurenziana, Napoli, 1970; Michele Lenzi, pittore bagnolese dell’Ottocento, Ed. Laurenziana, Napoli, 1983 ( egli presentò la monografia insieme alla prof.ssa Marinetta Picone, docente di storia dell’arte all’Università  di Napoli , al Museo Irpino di Avellino).

Rimane ancora vivo il ricordo di quell’indimenticabile gelida sera nevosa d’inverno a Montemarano in cui Vincenzo  presentò ufficialmente il mio libro Gli affreschi nella cripta di Montemarano, Ed. Laurenziana, Napoli,1996.

Pacelli incoraggiò lo sviluppo e l’attività artistica irpina anche svolgendo nella nostra provincia - a partire dagli anni Settanta - conferenze e dibattiti come quelli  tenuti ad Avellino all’Istituto statale d’arte “Paolo Anania De Luca” ( sul tema “ Caravaggio ed il suo tempo”) e al liceo classico “ Pietro Coletta” (sul tema “Il significato del segno e Caravaggio”).

Senza voler qui ripercorrere la complessa formazione dello studioso e senza  voler fare l’elenco che sarebbe lunghissimo delle sue pubblicazioni, incentrate principalmente sull’arte meridionale del Seicento, Settecento e Ottocento,  può dirsi tranquillamente che Vincenzo Pacelli si impose e si impone su scala nazionale tra i più autorevoli storici dell’arte italiana. L’emerito docente, a cui si deve fra l’altro l’attribuzione a Caravaggio dell’ultima sua opera, “ Il martirio di Sant’Orsola” e che dedicò l’intera sua vita allo studio di Caravaggio, dedicò anche parte della sua attività di studio alle opere d’arte dell’Irpinia.

 

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