TORINO – Autonomismo e azionismo quale “soluzione media delle esigenze della vita italiana” è il titolo della ricerca che Francesco Saverio Festa, Lucia Roviello e Raffaele Molisse dell’università degli studi di Salerno hanno proposto, nella giornata di giovedì scorso, ai lavori della 12ª edizione di Giellismo e Azionismo/Cantieri aperti dedicata a Massimo Ottolenghi e svoltisi in due sessioni tra Roma e Torino nei mesi di aprile e maggio 2016. Alla giornata torinese ha partecipato anche Elisa Dorso, figlia del grande meridionalista avellinese autore della Rivoluzione meridionale.
Tra le istituzioni culturali che hanno collaborato con l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” (Istoreto) vi è il Centro di ricerca Guido Dorso di Avellino.
Un discorso culturale che continua, quello sull’asse Torino-Avellino, iniziato dai due grandi pensatori italiani Piero Gobetti e Guido Dorso che, sulle pagine della Rivoluzione liberale e del Corriere dell’Irpinia, portarono avanti, con grande rigore intellettuale e morale, la loro battaglia politica di antifascisti che affondava le radici nel pensiero democratico e riformista di Gaetano Salvemini. Proficua è ancora oggi la collaborazione tra il Centro Guido Dorso diretto da Sabino Cassese e il Centro Piero Gobetti di Torino di cui è presidente Marco Revelli.
* * *
L'attuale ricerca in corso ha come tema il meridionalismo nell'ambito dell'azionismo e delle discussioni e polemiche che esso suscitò nelle altre formazioni politiche del secondo dopoguerra a partire dalla nascita del Cln. Tale tematica è affrontata a partire dal pensiero meridionalistico di Guido Dorso e Tommaso Fiore: dalla pubblicazione dell'Appello ai meridionali (apparso recentemente per la prima volta in un volume autonomo grazie alla curatela di Raffaele Molisse) sottoscritto da tredici meridionalisti, tra cui lo stesso Fiore, esponenti taluni di formazioni autonomiste, sino al confronto e al dibattito, nel secondo dopoguerra, con altri movimenti dell'autonomismo meridionale e insulare.
Il punto decisivo della ricerca è costituito dal tentativo di interpretare l'autonomismo come concetto/categoria operante nel pensiero politico di Dorso e di Fiore: autonomismo inteso come qualcosa di più rispetto a federalismo e regionalismo, e che sia in grado di porsi quale «strumento e metodo di lotta politica» al fine di capovolgere le «basi storiche dello Stato». Uno dei punti programmatici del Pda (Partito d’Azione), su cui convenivano sia Dorso sia Fiore, era proprio l'autonomismo, che i due pensatori elaborarono su scala meridionale, in quel “laboratorio politico” che è il Mezzogiorno.
Questa tematica emerge con estrema chiarezza nel congresso di Cosenza del Pda allorché Dorso, nella sua relazione, afferma che «nel Mezzogiorno, ormai sottratto alla compressione economica, libero dal fardello di uno Stato opprimente e accentratore, potranno svilupparsi le libere iniziative, e una classe di diligenti imprenditori e commercianti e di tenaci coloni riprenderà la marcia verso una dignitosa sistemazione».
Si potrebbe perciò ipotizzare che l'autonomismo coincida con il vero e proprio sistema di politica meridionalistica. Se da un lato esso si configura quale sperimentazione di nuove posizioni politiche sul terreno del self-government, che «è insomma armonia di libere coscienze che tutelano i propri interessi legittimamente conquistati», dall'altro si pone come anti-trasformismo contro la vecchia, trasformistica classe dirigente meridionale: «anti-trasformismo come nuova classe dirigente», per riprendere la nota espressione di Emilio Lussu.
Ma cosa vuol dire, nel 1944-45, scrivere che il popolo meridionale deve comprendere la necessità di «fabbricarsi da se stesso il proprio destino» e che «il Sud per risorgere deve fare da sé»? Forse il sorgere di una «Terza forza», «laica e laburista», espressione della nuova «borghesia del lavoro», ma specificamente su scala meridionale? Non a caso a Cosenza, allorché si pone seriamente il problema del superamento della vetusta classe dirigente di uno Stato che si avvia a divenire troppo complesso per poter reggere un Paese sostanzialmente spezzato in due parti, si affaccia la questione della cosiddetta «scommessa» sui ceti medi, insieme con la riconsiderazione del ruolo del capitale finanziario. Specie per Dorso, ma anche per Fiore, un partito politico come il Pda nel Mezzogiorno doveva avere la funzione specifica di «politicizzazione dei ceti medi»: «noi siamo la soluzione media delle esigenze della vita italiana». Si tratta della ripresa, in ambito meridionale, dell'ipotesi storiografica, analizzata da Giovanni De Luna, sulla possibilità di un percorso azionista alternativo alla Democrazia cristiana per la conquista dei ceti medi: Pda come «partito dei ceti medi» per evitare la «repubblica monarchica dei preti» (Calamandrei)?
Al congresso di Cosenza la linea dorsiana risultò vincitrice. Si potrebbe, quindi, ipotizzare che essa si ponga quale soluzione media, quasi come una terza forza autonoma, rispetto alle due correnti del partito? L'autonomismo potrebbe allora essere il punto di incontro tra liberalismo e socialismo, talmente difficili da mettere insieme tanto che il Pda fu definito per questo motivo un «ircocervo» da Croce? Fiore votò l'ordine del giorno di Dorso, ma si può dire che abbia la sua stessa idea? Quale contributo ha dato Fiore su questo tema? Si tratta quindi di cercare di capire come si configura quell'«asse Dorso-Fiore» di cui ha parlato Vittore Fiore, forse senza andare fino in fondo alla questione.
Al fine di condurre questa ricerca, si è cominciato a scavare negli archivi del Centro Dorso e nell'archivio Fiore presso la biblioteca nazionale “Sagarriga Visconti Volpi” di Bari, così come negli archivi di varie formazioni autonomistiche meridionali, per riuscire a dare un quadro complessivo di come il pensiero autonomistico dopo la liberazione dal nazifascismo, piuttosto che sognare impossibili secessioni, avesse di mira una più ampia e profonda unitarietà del Paese.




