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    17/10/2017

Il caldo, i tatuaggi e le…immagini che sogniamo

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La Gioconda con i baffi di Marcel DuchampAVELLINO – Questa calda estate ci ha permesso di riscontrare come la nostra gioventù sia perfettamente allineata con quella di tutto il mondo. Mi riferisco ai tatuaggi che decorano i corpi dei nostri giovani. E così, non solo in spiaggia ma anche durante la passeggiata quotidiana, possiamo ammirare su possenti bicipiti e forti polpacci rigorosamente depilati decorazioni maori, ideogrammi cinesi, serpenti, teschi, e, su gambe scattanti e ben tornite o vicino ad ombelichi con diamantino o in prossimità di fondoschiena che non ti dico, diademi, farfalline, fatine che, nell’intrigante pratica del vedo non vedo, fanno maliziosamente capolino dai leggeri indumenti estivi.

Sia ben chiaro, non si tratta di un attacco di voyerismo ma di un’antica abitudine all’osservazione dovuta alla pluridecennale attività di docente di Storia dell’arte, materia bellissima, che mi ha insegnato a cogliere il particolare, il più minuto, a leggere quello che c’è dietro l’immagine e a comprendere eventi e messaggi come questo che, sia quando sono supportati da uno scopo, da una ricerca, da un credo o quando  si presentano come stupide scimmiottature di realtà e culture lontane dalla nostra, sono chiari messaggi che ci vengono dalle nuove generazioni.

Ebbene, senza volersi addentrare in analisi sociologiche, debbo dire che questi corpi tatuati, fin dalla prima volta che li ho notati, mi hanno ricordato “La Gioconda con i baffi" di Marcel Duchamp. Si è scritto e detto tanto su questa famosissima opera dadaista. C’è chi ha visto in essa la dichiarazione di guerra al conformismo, chi la certificazione della morte dell’arte chi, e forse questa è l’interpretazione che più avvicina la filosofia del tatuaggio a quest’opera, il tentativo di ripensare un’immagine consolidata ed universalmente riconosciuta in una dimensione diversa, non banale.

Io penso che a Duchamp, e mi farebbe piacere sentire il parere del mio amico Riccardo Sica, questa nuova manifestazione artistica (?) non sarebbe dispiaciuta e chissà cosa avrebbe detto guardando poi il recapito finale di questa abbondanza di segni sulla pelle. Eh sì perché,  quando i portatori di questi segni invecchiano, e ce ne sono già parecchi in giro,  le opere che portano addosso seguono la trasformazione del loro corpo. Il teschio si trasforma in una maschera grottesca, l’aquila diventa un pollastro, la farfallina, che ha seguito l’allargamento della coscia una volta scattante e ben tornita richiama le falene schiacciate sui fanali delle auto o resta prigioniera della azzurra ragnatela di capillari e vene varicose.

L’altro giorno, in spiaggia, mi si è materializzato davanti agli occhi un diadema storto e sbilenco che una volta incoronava un fondoschiena che non ti dico. Probabilmente sarà stato il rossore di un’abbronzatura affrettata ma mi ha ricordato, e non solo per il colore, l’adesivo che avevo appiccicato sul posteriore della mia Vespa 125 turismo special rosso mattone. Però, potenza dell’arte. Il dadaismo si trasformò nel surrealismo, che andò alla ricerca della realtà  e della verità analizzando e rivalutando l’inconscio che si presenta attraverso le immagini che sogniamo. In questo caso però più che un sogno siamo di fronte ad un vero e proprio incubo.

 

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