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    23/10/2018

Centro Dorso/Le forme e i paradigmi della democrazia nella storia e nella modernità

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Da sx: Cignarella prima con Luciani, poi con PetruccianiAVELLINO – Prosegue con successo il corso avanzato per l’avvio all’istruzione superiore, alla ricerca e alle professioni, organizzato dal Centro di ricerca Guido Dorso di Avellino. Nel pomeriggio, presso l’oratorio della SS. Annunziata, sono intervenuti sul tema “Le istituzioni e la crisi della democrazia” – tema centrale del corso, rivolto agli studenti del penultimo anno della scuola superiore – il costituzionalista Massimo Luciani e il professore di filosofia politica Stefano Petrucciani. A fare gli onori di casa sono stati il vice presidente del Centro Dorso, Nunzio Cignarella, e la responsabile della segreteria, Giuliana Freda.

La lezione di Luciani si è concentrata su Le forme e i paradigmi della democrazia. Secondo Luciani, per analizzare e comprendere il tema della democrazia, è necessario «partire dalla radice etimologica della parola democrazia» che, come si sa, deriva dai termini greci demos e kratos. Luciani ha notato come, nel corso della storia del pensiero democratico, si sia posta maggiore attenzione al lemma kratos, ovvero al potere, piuttosto che al lemma demos, popolo: «Intorno al termine kratos – ha infatti affermato – si sono costruite le principali teorie del potere, mentre il termine demos è stato molto spesso trascurato. Il lemma demos – ha spiegato ancora Luciani – a differenza dell’altro è, del resto, un lemma più complesso. Infatti da una parte esso sembra evocare la moltitudine, l’intera popolazione, dall’altra esso evoca qualcosa di diverso, di separato. Dunque, come si può comprendere dalla stessa complessità del lemma, il demos, il “popolo”, che è sempre stato trascurato dal pensiero democratico, non è a-problematico, anzi, al contrario, presenta molti più problemi di quanto possa sembrare».

Da questo assunto fondamentale è partita la relazione di Luciani che si è concentrata sul tentativo di dare una definizione di un concetto così problematico. In questa carrellata nella storia del concetto di “popolo”, il costituzionalista è partito dalla famosa definizione che ne diede Cicerone nel suo De re publica: «Il popolo non è un’accozzaglia di gente, ma una comunità che è unita da un diritto comune e/o condiviso e da una comunanza di interessi». Il popolo di per sé, dunque, non esiste; non è un fatto naturale, «ma il frutto di un processo storico: è una sorte di “finzione”, come la definì il grande giurista Hans Kelsen. Ancora – ha proseguito Luciani – Max Weber, in una lettera a Roberto Michels, affermava che “concetti come il popolo, per me non esistono più”».

L’errore storico è stato, dunque, quello di aver prestato troppa attenzione al concetto di “potere del popolo” piuttosto che alla formazione del popolo: «il popolo, affermava Ernest Renan, “è un plebiscito di tutti i giorni”. Ciò vuol dire che esso va continuato formato, giorno dopo giorno, dall’azione dei governanti. Renan – ha precisato Luciano – in realtà parlava di “nazione”. Il concetto di “nazione” divenne centrale anche nella riflessione di un illustre italiano, meridionale, irpino di Castel Baronia, che nel 1851 tenne una prolusione al suo corso di diritto internazionale e marittimo: Pasquale Stanislao Mancini. In quella prolusione Mancini, seguendo la scia di Vico, compì una rivoluzione copernicana: se fino a quel momento i soggetti del diritto internazionale erano considerati gli Stati, Mancini dimostrò che il diritto internazionale è fondato sul concetto di nazione».

Dopo questo viaggio nel concetto storico di “popolo” e di “nazione” – due termini strettamente collegati – Luciani si è concentrato, nell’ultima parte della sua relazione, sui paradigmi e sulle forme della democrazia. Per quanto riguarda il paradigma della democrazia, il professor Luciani ha preferito parlare di «due paradigmi, strettamente collegati tra loro: il non-cognitivismo e l’uguaglianza. A quest’ultima, inoltre, andrebbe collegato un terzo paradigma, la libertà. Del resto, lo affermava già Cicerone che “la libertà se non è ugualmente distribuita non è una vera libertà”». Per quanto riguarda le forme della democrazia, queste sono essenzialmente due: «la democrazia diretta e la democrazia rappresentativa. In realtà nessuno dei due sistemi è, dal punto di vista etimologico, realmente “democratico”. Più in particolare essi sono, rispettivamente un pleonasmo e un ossimoro: il termine “democrazia diretta” è un pleonasmo perché ogni democrazia, in quanto potere del popolo di decidere, è diretta; il termine “democrazia rappresentativa” è, invece, un ossimoro perché essa prevede che il potere del popolo venga delegato ad una parte di esso che, in sua rappresentanza, decide. Quindi, da un punto di vista strettamente etimologico, si dovrebbe parlare in un caso di democrazia e nell’altro di rappresentanza.

«Ma perché – si è chiesto in conclusione Luciani – i due termini vengono spesso confusi e sovrapposti? Perché - questa la secca risposta del costituzionalista – l’unica forma di democrazia oggi possibile e, soprattutto, utile al mondo d’oggi, è quella che abbiamo conosciuto come democrazia rappresentativa».

Dopo l’interessante relazione di Luciani è toccato al filosofo Stefano Petrucciani parlare de La democrazia nella modernità. La lezione di Petrucciani è partita dalla constatazione di alcune criticità della democrazia contemporanea: «Da più di venti anni – ha spiegato – le ricerche sociologiche ci dicono che i cittadini hanno sempre meno fiducia nelle istituzioni democratiche. Ma quali sono le ragioni – si è chiesto Petrucciani parafrasando Carlo Galli – di questo disagio della democrazia?». Petrucciani ha individuato tre cause principali: la regressione oligarchica della democrazia; la mediatizzazione della politica; la globalizzazione.

Riguardo al primo punto, ha notato Petrucciani come «negli ultimi venti anni sia diminuito il ruolo delle aule parlamentari, diventate sempre più delle camere di approvazione di decisioni prese in altri ambienti. Questa verticalizzazione della decisione politica si è accompagnata, in ambito governativo, ad una maggiore presenza sulla scena o richiesta di maggiori poteri da parte del capo del governo: vi è dunque una riduzione leaderistica della compagine governativa. Quest’ultima è accompagnata ad una involuzione verticistica degli stessi partiti politici: in questi, ormai, la figura preminente è quella del capo politico, del segretario, che prende tutte le principali decisioni politiche lasciando agli altri e/o agli iscritti solo il compito di approvarle».

Tale riduzione oligarchica della democrazia ha la sua origine, secondo Petrucciani, nella mediatizzazione della politica: «Con la nascita del talk show politico, in televisione si è affermata l’immagine del leader. Inoltre la diffusione del mezzo televisivo come unico mezzo, o quanto meno tra i principali mezzi, di informazione ha contribuito alla fine del momento del comizio in piazza, che costituiva l’elemento centrale nella battaglia politica in un’era pre-televisione, e alla crisi del giornale cartaceo come strumento di formazione dell’opinione pubblica». La sfiducia nella democrazia a causa della sua riduzione oligarchica e della mediatizzazione della politica è alimentata anche «da una riduzione della responsabilità della decisione politica: ormai – afferma Petrucciani – le principali decisioni politiche vengono prese da agenzie sovranazionali. Negli ultimi venti anni si è infatti assistito all’impoverimento delle sedi decisionali nazionali in favore di sedi di decisione sovranazionali. Questo perché la globalizzazione, un fenomeno che riguarda la mobilità di capitali, la mobilità commerciale e la mobilità delle persone, ha terremotato la dialettica politica».

Le trasformazioni indotte dalla globalizzazione hanno scardinato, secondo Petrucciani, gli aspetti democratici a cui siamo sempre stati abituati. Fra questi, in particolare, la contrapposizione ideologica tra destra e sinistra, nata all’indomani della rivoluzione rrancese, e ormai del tutto scomparsa, a favore di nuove «discriminanti politiche che si rifanno ai temi emersi con la globalizzazione: sovranismo, immigrazione, integrazione, etc.».

In questo scenario cupo Petrucciani individua alcune strategie per superare la crisi della democrazia: «In primo luogo la democrazia deliberativa o partecipativa, che permette ai cittadini di intervenire su alcune tematiche; in secondo luogo è necessario ripensare la “costituzione” dei media, il loro ruolo e il controllo oligarchico dei grandi strumenti di informazione». Ma queste ricette rimarrebbero semplici utopie se non si avviasse «un vero e proprio ripensamento del concetto stesso di democrazia e dei suoi cardini essenziali».

 

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