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    20/06/2018

Politica, economia e società nella Montella del Seicento

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura5_montella600.jpgMONTELLA - Molto spesso i saggi sulla storia locale si risolvono in una sterile riproposizione di cronache direttamente mutuate da altre opere. In altri casi aspiranti storiografi si dedicano ad alimentare leggende prive di qualsiasi obiettivo riscontro o a formulare ipotesi tanto fantasiose quanto inverosimili, che, basate su semplici suggestioni, sembrano funzionali semplicemente a fornire all’incauto autore la patente di studioso rigoroso ed innovatore. In altri (pochi) casi le vicende locali, ricostruite in modo corretto e puntuale, trovano una corretta collocazione storiografica, contribuendo a rafforzare la memoria storica di una terra, l’Irpinia, che tende spesso a perderla.

È proprio questo il caso dell’ultima opera di Mario Garofalo, “Storia sociale di Montella – Il Seicento”, edita per i tipi della casa editrice Il Terebinto. Le precedenti opere dell’autore (a partire da “Anarchici d’Irpinia”) già garantiscono uno studio serio ed approfondito, che nasce da una ricerca storiografica corretta e basata direttamente sulle fonti originali, e non, come spesso accade, su testi successivi che le rielaborano. E questa stessa ricerca, scientificamente orientata, non è diretta alla ricostruzione cronachistica dei fatti, ma, viceversa, alla riproduzione di un contesto storico, letto in tutte le sue sfaccettature.

Si tratta di peculiarità che emergono fin dal titolo dell’opera, laddove il riferimento espresso alla “storia sociale” fa chiaramente intendere che l’indagine di Garofalo non si limita alla sfera più propriamente politica, ma si estende a tutto campo, coprendo anche gli aspetti tradizionalmente trascurati dalla saggistica storica e, soprattutto, da quella locale. E, infatti, dopo i primi due capitoli dedicati alla geo-storia di Montella (“Conformazione topografica e spazi fisici”; “Politica, amministrazione e società”) l’opera si dirige verso percorsi decisamente diversi, assumendo connotati socio-culturali e socio-economici, più che politici (“Le strutture religiose”; “Economia agricola e pastorale”; “Epidemie e calamità”; “Criminalità e paure superstiziose”; “La cultura”).

Il rischio sarebbe stato quello di isolare il microcosmo sociale della Montella seicentesca, delineandone un contesto – in tutto in parte – alieno dal secolo, il Seicento, in cui esso è calato. Al contrario, Garofalo riesce a tracciare in modo chiaro ed esaustivo le coordinate di un periodo molto complesso e travagliato della storia dell’Italia Meridionale. Il XVII secolo fu un periodo di instabilità non solo per Napoli, ma anche per le aree “regnicole” dell’interno, e, tra queste, anche per il Principato Ultra. La rivolta di Masaniello, pur se espressione di tensioni e populismi urbani tendenzialmente circoscritti alla capitale del Regno, produce una reazione a catena che dispiega i suoi effetti anche in terre lontane, e non solo geograficamente, da Napoli. Anche Montella viene sfiorata dal nuovo vento, al quale è dedicato un intero capitolo del volume (“La rivolta del 1647”).

E, ancora, la crisi dell’aristocrazia napoletana, deflagrata agli inizi del secolo e protrattasi per l’intero Seicento, sconvolse gli assetti e gli equilibri geopolitici delle aree interne. Il fenomeno interessò ovviamente anche Montella, che, dopo il secolare dominio dei Cavaniglia, in poco più di quindici anni (dal 1597 al 1613) vide passare di mano più volte il feudo. All’ultimo dei Cavaniglia (Troiano III) subentrò Giovanni Antonio Carbone, marchese di Paduli e Santo Mauro. Travolto quest’ultimo dai debiti, dopo solo quattro anni, il feudo fu messo all’asta ed acquistato nel 1601 da un danaroso maior (oggi lo definiremmo “borghese altolocato”), Cesare Palatucci, che, vittima – a sua volta – di tracolli finanziari, lo perse. Messo nuovamente all’incanto, nel 1613 il feudo fu acquistato dalla famiglia dei Grimaldi, appartenente all’aristocrazia genovese, che lo conservò fino al 1680, quando lo vendette al doge di Genova, Francesco Maria Sauli, peraltro a sua volta imparentato con i Grimaldi.

Nel pieno rispetto dei canoni di governo dell’epoca, la gestione del feudo era funzionale – in modo pressoché esclusivo – a soddisfare bisogni ed esigenze del feudatario, che, dedito spesso ad un tenore di vita ampiamente superiore alle proprie possibilità, faceva ricadere sulla popolazione le conseguenze dei suoi sperperi, persino in periodi di crisi acuta, come, ad esempio, quello successivo all’epidemia di peste che investì Montella nel biennio 1656/1657.

Fin qui la storia vista dalla prospettiva dei potenti. Garofalo, però, va oltre. La parte più rilevante ed interessante del volume, infatti, è dedicata alla storia vista dal “basso”, dalla prospettiva, cioè, dei montellesi del XVII secolo. Sparsi in vari nuclei abitativi (i cosiddetti “casali”, in numero di 22 nel 1613), erano inquadrati in tre categorie (“maiores”, “mediani” e “minores”), in rapporto alle loro capacità finanziarie e patrimoniali. Ma, oltre alle distinzioni basate sui parametri economici, vi erano quelle collegate alle funzioni istituzionali svolte nell’ambito dell’università: il catapano, addetto all’annona; il mastrodatti, una sorta di pubblico ufficiale addetto alla redazione ed autenticazione di scritture private e pubbliche, contratti, testamenti, ecc.; il mastrogiurato, ufficiale di polizia municipale addetto all’ordine pubblico; il portolano, addetto alla riscossione dei dazi sui passi feudali. Tra le altre funzioni, è singolare (e – nello stesso tempo – assai significativa) la presenza di un’ampia congerie di figure cui era demandata l’esazione delle varie imposte gravanti sulla popolazione: i tassatori, gli esattori, gli erari, i grassieri, i cedolari. Non mancavano ovviamente le figure a quelle funzioni che oggi potremmo definire più propriamente “amministrative”: il giudice annale, collaboratore e consulente dell’università; il baglivo, assegnatario di un’ampia congerie di competenze, dal controllo degli usi civici alla riscossione degli introiti erariali, fino alla vigilanza sulle proprietà private e sul demanio comunale. V’era, infine, anche un funzionario terzo, estraneo all’università, il capitano, rappresentante dell’autorità governativa e baronale, che esercitava funzioni di garante ed esecutore della legge ed era dotato di potere repressivo di reati e di ogni sorta di illegalità.

Dai compiti attribuiti ai vari funzionari si evincono anche le caratteristiche socio-economiche della comunità montellese. Il territorio, ricco di fonti idriche e di terreni di varia altimetria (e, quindi, utilizzabili sia per l’agricoltura che per il pascolo), in astratto era idoneo a fornire risorse tali da consentire il sostentamento anche delle fasce più deboli della popolazione. E, tuttavia, il Seicento, anche a Montella, fu un secolo triste e travagliato. A più riprese si produssero epidemie devastanti, a partire dalla peste del 1656 già richiamata in precedenza, che sterminò la popolazione dell’università. E, ancora, fu un periodo di gravi carestie, che, del resto, afflissero l’intera Europa, in quanto coincise con la cosiddetta “piccola glaciazione”, con un brusco abbassamento delle temperature ed intense precipitazioni. Infine, a rendere ancora più dure le condizioni di vita furono le vessazioni dei feudatari, che, nel corso dell’intero Seicento, depauperarono (e non poco) sia le risorse dei montellesi sia quelle del territorio. Da questo punto di vista, sono estremamente interessanti le pagine che Garofalo dedica alla vita quotidiana, alle caratteristiche degli insediamenti abitativi, agli usi, e persino all’alimentazione. Da ultimo, di estremo interesse è anche l’appendice al libro in cui sono riportati, tra gli altri, due documenti dell’epoca (“Costituzioni municipali di Montella” e “Relazione dell’apprezzo del feudo di Montella, ad opera di G.B. dello Sapio”) che contribuiscono a delineare meglio il contesto storico, politico e socio-economico.

 

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