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    18/10/2018

Mancini giurista e statista, l’attualità della lezione nelle pagine di Vicatim

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura5_mancinivicati.jpgCASTEL BARONIA – “La cifra eclettica del suo pensiero, come ebbe a definirla Bobbio, ne contraddistinse la figura”. Tali parole pronunciate da un’altra eccellenza del diritto italiano, il presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno, descrivono a pieno il peso carismatico che la figura di Pasquale Stanislao Mancini ha assunto nel panorama giuridico-politico italiano.

La rivista culturale Vicatim del presidente Prof. Salvatore Salvatore pubblica un interessantissimo numero speciale dedicato all’insigne giurista irpino nato a Castel Baronia di cui, nel 2017, si è celebrato il bicentenario dalla nascita. Illustri interventi, raccolti nella pubblicazione, hanno caratterizzato il convegno tenutosi a Palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato, in Roma e consentono di cogliere con chiarezza l’opera senza tempo dello statista meridionale, rara per acume e poliedricità.

L’ampiezza intellettuale del Mancini si rivelò infatti incisiva in ogni campo del diritto. “Le sue fortune politiche e istituzionali non furono dovute tanto al lavoro di politico militante e/o al sostegno di una qualche particolare corrente o formazione politica quanto – come ha sottolineato Guido Pescosolido, professore ordinario di Storia moderna all’Università La Sapienza di Roma – alla stima personale guadagnata nell’opinione pubblica e nell’intero Parlamento per la sua straordinaria cultura giuridica”.

Indubbiamente, la sua teorizzazione più famosa, l’idea di Nazione come “fondamento del diritto delle genti”, si pone come uno dei modelli basilari del diritto internazionale. “La Nazione – ha spiegato Franco Frattini, presidente di sezione del Consiglio di Stato – diventa per Mancini un precedente, rispetto allo Stato, la cui artificialità e arbitrarietà è sottolineata proprio da Mancini, dicendo che invece è la nazionalità che ha naturalità, necessità e storicità”. Il Mancini, inoltre, ebbe un ruolo determinante in ambito amministrativo. Egli si dedicò con grande passione ai rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione ed alla risoluzione delle relative controversie; in tal senso, l’intervento ex professo di Franco Gaetano Scoca ci riporta ai taglienti “duelli oratori” in parlamento tra Mancini e Filippo Cordova, ancora oggi riportati in ogni manuale di giustizia amministrativa. E certamente non passa in secondo piano l’enorme peso che il Nostro ebbe in materia penale e civile, la sua accesa avversione alla pena di morte e il considerevole contributo all’opera di codificazione di quegli anni.

L’Ottocento fu certamente un’epoca complessa, caratterizzata da equilibri precari e di difficile gestione: il Mancini, esponente di spessore della sinistra storica, si fece carico delle sorti italiane dimostrando grande fermezza e, spesso, rifiuto del compromesso. Ortensio Zecchino delinea magistralmente quel quadro tanto complicato ricordando in particolare il forte anticlericalismo del Mancini e la contrapposizione con Papa Pio IX, pontefice strettamente legato ai dogmi della Chiesa. Il giurista assunse con estrema inflessibilità il concetto di nazionalità come caposaldo nella gestione dei rapporti con la Chiesa di Roma, accantonando il dialogo ed assumendo invece le vesti del “campione dell’anticlericalismo militante”. Si aggiunge la voce di Giuseppe Orlando, docente di filosofia, a ribadire l’idea del parlamentare irpino per cui “sul territorio della Nazione italiana vi può essere un solo Stato in cui la Chiesa è solo un corpo morale e spirituale privato (non statuale)”.

Mancini “giurista”, Mancini “politico”, Mancini “storico”, dunque. La sua autorevole figura si elevò sulle altre. La vita lo condusse a confrontarsi con ogni campo del sapere, e forse fu proprio l’eclettismo la chiave del suo successo e delle illustri amicizie: il Nostro fu molto legato, ad esempio, a Giuseppe Garibaldi, del quale prese persino le difese in giudizio (si può apprezzare, per maggiori dettagli, l’intervento di Benito Melchionna, procuratore emerito della Repubblica).“La cifra eclettica del suo pensiero” si lascia peraltro già piacevolmente intuire nell’introduzione di Massimo Vitale.

“Pasquale Stanislao Mancini – ha sottolineato Rocco Colicchio, componente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas – l’uomo verticale venuto dal Sud fino a Torino che l’accolse riconoscendo il suo immenso valore e la sua raffinata cultura”, tanto alto eppure tanto solitario. Il suo orgoglio lo fece apparire, per richiamare le parole di Spadolini, come un “generale senza soldati, un parlamentare senza seguaci, un ministro senza portaborse”. Il suo genio, però, fu messo indiscutibilmente a servizio della Patria unita, sia in relazione agli affari interni - erano gli anni del brigantaggio e della questione meridionale - che ai rapporti internazionali (illuminanti gli scritti di Costantino Firinu e Marcello Marchetti).

La partecipazione ai lavori di Felice Martone, sindaco di Castel Baronia, paese natale del Mancini, e di Carmine Famiglietti, presidente della Comunità Montana dell’Ufita, chiudono un quadro completo sulla superba figura dell’intellettuale, del giurista, del politico, dell’uomo.

E allora, perché leggere del Mancini così lontano dalla nostra epoca? La scelta, per vero di grande attualità, è già chiara – come spiega Faustino De Palma, direttore di Vicatim – al principio delle pagine: è la volontà “di dare risalto all’opera di un grande giurista che, da vero statista, seppe agire e pensare per le generazioni future, e non solo per quelle dei suoi tempi”.

 

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