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    18/11/2018

Il Regno delle Due Sicilie nella storia del Mezzogiorno

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura6_bar_2_sicilie.jpgAVELLINO - Tra gli ex Stati che componevano il puzzle geopolitico della Penisola italiana fino all’Unità, quello che di gran lunga più ha suscitato (e tuttora suscita) l’interesse degli storici (dai più eminenti studiosi ai cultori di storia locale) è senz’altro il Regno delle Due Sicilie. Si tratta di una constatazione dai profili apparentemente paradossali, in quanto lo Stato borbonico non fu protagonista dell’unificazione, ma, anzi, la subì, essendo di fatto vittima di un’annessione forzata, che per certi versi nasconde una vera e propria conquista.

E, tuttavia, a dispetto della retorica risorgimentale e delle cronache ufficiali di regime, il Regno di Napoli ha conservato quell’aura di grandezza, che inevitabilmente oscura le vicende degli altri Stati italiani preunitari, a partire da quel Regno di Sardegna, che, pur avendo conquistato l’Italia, non riuscì mai ad affrancarsi da una dimensione sostanzialmente locale e periferica. Chi si accinge a studiare la storia del Regno delle Due Sicilie è ben consapevole, quindi, di essere sul punto di intraprendere un percorso che attraversa i secoli ed i sentieri della storia d’Europa, rischiando di perdersi in mille stradine secondarie che si incrociano con quelle di altri Paesi e popoli anche lontani, quantomeno dal punto di vista geografico. E, strada facendo, troverà su quei sentieri radici comuni, che legano, ad esempio, l’Italia meridionale ai Paesi anglosassoni, in un connubio che, alla luce delle attuali condizioni socio-economiche, potrebbe apparire assolutamente incomprensibile.

Quale gravissimo compito spetterà, quindi, a chi, avendo studiato ed approfondito la storia del Regno delle Due Sicilie, vorrà analizzarla criticamente e riproporla a lettori più o meno interessati ad una vicenda storica così complessa ed articolata. E, soprattutto, quale difficile prova attenderà chi vorrà raccontarla in modo originale, evitando di appiattirsi sui lavori e sulle opere dei tanti che in questa impresa l’avranno preceduto.

Di ciò è consapevole anche Francesco Barra, docente di Storia moderna presso l’Università di Salerno, autore de “Il Regno delle Due Sicilie (1734-1861)”, il cui primo volume è stato recentemente pubblicato per i tipi della casa editrice Il Terebinto. Tale consapevolezza, anzi, costituisce la premessa dell’opera, laddove Barra scrive che “questa non intende essere una nuova, organica e completa storia del Regno delle Due Sicilie nell’età borbonica…quanto piuttosto ripercorrerne e affrontarne alcuni temi e argomenti, scelti sulla base dei particolari percorsi di ricerca dell’autore”. L’approccio selettivo all’argomento si rivela nelle pagine del libro, dedicate – per lo più – non alla ricostruzione storiografica dei fatti e dei protagonisti di quell’epoca, ma – piuttosto – all’indagine sui meccanismi e sulle condizioni che determinarono – di volta in volta – le svolte epocali che segnarono le vicende dell’Italia meridionale fino all’Unità, riflettendosi inevitabilmente anche oltre.

Vi è traccia di questo particolare approccio già nella prima parte dell’opera in cui l’autore riesce a delineare con accuratezza le peculiarità geografiche e l’orografia del territorio che tanta importanza ebbero nell’ostacolare la nascita e lo sviluppo di virtuosi processi sociali ed economici. Subito dopo, benché dichiaratamente circoscritta al periodo intercorrente tra la nascita della monarchia borbonica ed il completamento del processo di annessione al Regno di Sardegna, l’autore compie una indispensabile digressione sulle vicende che interessarono il Regno prima dell’insediamento, quale monarca, di Carlo di Borbone. Anche in questo caso, Barra percorre un sentiero che attraversa tutta l’Europa, partendo dall’Europa del Nord (e, quindi, dai Normanni), per poi snodarsi lungo la Germania (Federico II di Svevia), la Francia (gli Angiò), fino ad approdare in Spagna (gli Aragona, prima, ed i Borbone, poi). È un percorso che ben fa comprendere la grandezza del reame partenopeo, inserito da secoli a pieno titolo nelle dinamiche politiche che agitavano le coorti europee. E proprio questa dimensione “europea” segna – ancora una volta – la linea di discrimine tra il Regno di Napoli e gli altri Stati della Penisola (fatta salva, forse, la Repubblica di Venezia), che, benché legati – a loro volta – a potenze straniere, vi erano sottomessi, talvolta per via di diritto, talvolta per vie di fatto.

Ma la vera svolta nella storia dell’Italia meridionale è segnata proprio dall’ascesa al trono del Regno delle Due Sicilie di Carlo di Borbone, avvenuta nel 1734. Concluso il periodo del vicereame ed acquistata definitivamente l’indipendenza, si apre per il Regno una nuova stagione, segnata dall’affermazione di un nuovo establishment politico ed amministrativo. Le grandi potenze monitorano attentamente l’evoluzione delle vicende napoletane, preoccupate di garantire i delicati equilibri che presiedono alla pace nel Vecchio Continente.

Per la monarchia borbonica, però, il pericolo proviene non solo da Oltralpe, ma anche dagli Stati italiani e, soprattutto, dallo Stato pontificio. Quella dei rapporti tra il Papa ed i sovrani del Regno di Napoli è una vexata quaestio, che a lungo si è trascinata nel corso dei secoli, risolvendosi talvolta in forti contrapposizioni e talvolta in un mutuo sostegno. Anzi, significativamente l’ultima e definitiva pagina del Regno delle Due Sicilie fu scritta a Gaeta, ai margini dello Stato della Chiesa, da un sovrano cattolicissimo, Francesco II, l’ultimo monarca di Napoli. E, tuttavia, all’atto dell’ascesa al trono di Carlo di Borbone, i rapporti tra i due Stati erano tutt’altro che cordiali. Persino i confini comuni erano contestati e a lungo alcune comunità furono soggette contemporaneamente al potere impositivo di Napoli e di Roma. I pericoli, si è già scritto, provenivano, però, soprattutto da Oltralpe, e – in buona parte – derivavano da quella estrema fragilità del tessuto economico, che avrebbe penalizzato l’Italia meridionale anche nei secoli a venire, ed anche dopo l’unificazione. La bilancia dei pagamenti faceva segnare un deciso squilibrio. Le attività produttive e manifatturiere del Regno non erano competitive. Il gap tra Nord e Sud tendeva ad allargarsi sempre di più, fino a manifestarsi in tutta la sua drammatica  ampiezza nel periodo post-unitario.

Ma, al di là, della ricostruzione delle vicende politiche e socio-economiche più note ai comuni lettori, l’originalità del libro di Barra sta nella scelta dell’autore di focalizzare l’attenzione su questioni che spesso sono trascurate nei volumi – a carattere più o meno divulgativo – dedicati alla storia del Regno delle Due Sicilie. Il richiamo è ai rapporti politici e commerciali intrattenuti da Napoli con la Repubblica di Ragusa e con Malta. Entrambe, legate da vincoli di soggezione con il Regno, continuarono ad individuare in esso un importante punto di riferimento sul piano politico ed economico. Nel XVIII secolo, in particolar modo, Ragusa stabilì importanti sinergie con la monarchia napoletana, a tal punto che alcuni notabili ragusei furono indotti ad avviare attività e ad acquisire possedimenti nel territorio napoletano (in Irpinia è emblematico il caso di Prata di Principato Ultra, feudo della famiglia Zamagna). Peraltro, al capitolo dedicato ai rapporti tra il Regno di Napoli e la Repubblica di Ragusa sono allegati interessanti documenti che supportano in modo pertinente e significativo la trattazione dell’argomento.

Non resta, infine, che raccomandare la lettura di questo volume, che, benché frutto di rigorosi studi e ricerche, si presta ad una lettura piana ed agevole, così da rivolgersi non solo ad una ristretta platea di studiosi, ma anche alla platea – ben più ampia – degli appassionati di storia del Mezzogiorno d’Italia.

 

 

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