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    22/09/2019

Il sogno del basket in Irpinia, in un libro la storia della Scandone

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Basket6_basketlibro.jpgAVELLINO – Pur essendo una piccola cittadina, la tradizione sportiva di Avellino è lunga e gloriosa. E, al contrario di quanto accaduto nella gran parte delle città di provincia dell’Italia meridionale, la sua storia è stata costellata di successi di rilievo nazionale in diversi sport, tutti, peraltro, di primo piano. Tra questi, il basket è quello che maggiori soddisfazioni, in termini di titoli e di promozioni da una categoria all’altra, ha regalato agli avellinesi e – più in generale – agli irpini. Indimenticabile la vittoria nell’edizione della Coppa Italia del 2008, il primo (e per ora unico) trofeo vinto da una squadra irpina in uno degli sport più seguiti in Italia.

Ma la peculiarità del basket avellinese è un’altra. A differenza di quanto accaduto nel calcio, ad Avellino non solo è seguita da migliaia di tifosi, ma è attivamente praticata da giovani e da … meno giovani. Le proporzioni del movimento cestistico e la sua durata nel corso degli anni hanno creato una peculiare tradizione e – soprattutto – un particolare humus. Insomma, chi frequenta gli spalti del Pala DelMauro ha - nella gran parte dei casi - praticato il basket fin dall’adolescenza, nelle palestre scolastiche o in quelle delle varie associazioni sportive operanti in città ed in provincia. E non di rado, anche nel passato meno remoto, alcune scuole del capoluogo (a partire dal liceo “Colletta”) costituivano uno dei serbatoi delle squadre avellinesi, sia di quelle maschili sia di quella femminile. Anzi, per lunghi anni le palestre di quelle stesse scuole ospitarono partite di campionati e tornei nazionali, fino a quando le dimensioni acquisite dal basket professionistico resero necessaria la migrazione dei team professionistici in altre strutture.

In questo contesto va inquadrato il libro “Di padre in figlio – L’Irpinia e il basket – I primi 70 anni della Scandone Avellino”, scritto a sei mani da Giovanbattista La Rosa, Giuseppe Matarazzo e Generoso Picone, recentemente pubblicato per i tipi della Casa editrice “Il Terebinto”. L’occasione è la ricorrenza del settantesimo anniversario della fondazione del glorioso sodalizio o, meglio, della società “Forza e Coraggio”, costituita dal professore Guido Troncone, uno dei padri nobili del basket avellinese. Lo scopo è quello di restituire non solo la storia di una società sportiva ormai di rilievo non solo nazionale, ma anche un ampio spaccato di storia della gioventù avellinese che – in modo più o meno diretto – in questi settanta anni è stata coinvolta in quel movimento cestistico che ha visto nella Scandone la sua punta di diamante.

L’opera, che si apre con il prestigioso contributo di Gianni Petrucci, presidente della Federazione Italiana Pallacanestro (“I valori di una città”) e con un’interessante intervista a Dino Meneghin, indiscusso monumento del basket italiano ed internazionale, si compone di cinque capitoli: “La memoria e la storia”; “Le immagini: storia visiva della Scandone”; “Il percorso in Serie A – In prima fila sulla scena del basket”; “I protagonisti – Le interviste”; “La passione – Gli avellinesi del basket – I tifosi. Gli irriducibili pronti a girare il mondo”. Probabilmente, tra tutti, sarà proprio il primo capitolo a destare maggiormente l’interesse dei lettori, soprattutto di quelli meno giovani. È dedicato, infatti, alla storia della pallacanestro avellinese fino ai giorni nostri, e, in gran parte, a quella delle origini ed al periodo “intermedio”, quello, cioè, antecedente agli ultimi gloriosi anni che hanno visto la Scandone trionfare sui parquet di tutta Italia e di mezza Europa.

La ricostruzione storica è rigorosa ed è, in realtà, frutto della memoria lucida ed appassionata di due grandi protagonisti del basket avellinese: Ciro Melillo e Menotti Sanfilippo. “Motori” della Scandone, ancor prima che suoi dirigenti storici (il secondo, per un breve periodo, calcò anche i campi), la loro testimonianza è tanto più preziosa, quanto più consente di svelare i retroscena ed i drammi di una storia, che non è fatta solo di successi e di vittorie.

Il basket in Italia fu sport dilettantistico, come tanti altri, fino agli anni Settanta nella massima serie, e fino agli anni Novanta nelle serie inferiori. Quella della Scandone, quindi, è stata una vicenda a lungo segnata dai grandi sacrifici di pochi uomini (primo fra tutti Ciro Melillo) che, grazie alla loro passione viscerale, riuscirono a garantire le risorse finanziarie e logistiche necessarie per la sopravvivenza della società. A lungo fu una squadra di avellinesi, con allenatori avellinesi e dirigenti avellinesi. E come nelle migliori tradizioni dello sport agonistico di provincia, gli “stranieri” entrarono a far parte della comunità a tutti gli effetti e, anche dopo la fine della loro esperienza, conservarono un legame indissolubile con i tifosi e con la gente di Avellino. È questo, peraltro, un segno che ancora distingue l’ambiente della Scandone, tanto da indurre alcuni giocatori a restare in città (è il caso, ad esempio, di Pippo Frascolla) ed altri, pur provenienti da altri Paesi, a considerare l’Irpinia come la propria famiglia e la propria seconda casa. È questo il caso di Marques Green, vera e propria icona del basket avellinese, che si dice pronto a tornare in città ed alla Scandone, magari anche nelle vesti di allenatore.

Chiusasi la parentesi “dilettantistica”, il movimento cestistico subisce un’inevitabile cesura: da una parte, i praticanti di base, che continuano ad affollare le palestre cittadine; dall’altra, la Scandone, la squadra che anno dopo anno riuscirà a ritagliarsi uno spazio sempre più ampio e prestigioso nel panorama del basket nazionale, fino ad approdare stabilmente nelle coppe europee. A differenza delle vicende raccontate da Melillo e Sanfilippo (che, peraltro, pure accennano all’evoluzione della società in ambito professionistico), la storia recente del team irpino è conosciuta anche dai giovani tifosi ed appassionati. È senz’altro una storia esaltante che, dopo i primi incerti passi nel campionato di massima serie, racconta di una serie di successi inanellati di fila. E, tuttavia, nella rosa (e, ancor più, nel roster) scompaiono gli irpini, che lasciano il posto ai fortissimi stranieri provenienti da Oltreoceano e dall’Europa dell’Est. Anche i dirigenti ed i coach ormai provengono da altre realtà, anche se in questi profili non sono pochi gli avellinesi che si affermano in altre società di prestigio.

Il libro si chiude proprio con le pagine dedicate al presente ed al passato prossimo e, quindi, con una serie di interviste dedicate ad alcuni dei protagonisti più importanti di questi ultimi anni di basket professionistico. Ed è suggestivo leggere le sensazioni, le impressioni ed i ricordi dei tanti giocatori ed allenatori che annoverano l’esperienza avellinese tra quelle più significative della propria carriera. Alcuni conservano Avellino nel loro cuore, forti di legami che sono sopravvissuti ai trasferimenti in altre squadre e piazze cestistiche. Anche quelli (pochi) che in Irpinia non hanno vissuto le loro migliori stagioni riconoscono – comunque – alla Scandone il rango meritato che si è ritagliata nella pallacanestro italiana.

Un libro da leggere, insomma. Un libro dedicato non solo agli addetti ai lavori ed agli appassionati, ma anche a tutti gli sportivi irpini comunque coinvolti in questa splendida avventura. Un libro, infine, che merita l’attenzione anche di chi, pur non avendo dimestichezza con la pallacanestro, ha voglia di leggere alcune tra le pagine più belle della storia irpina degli ultimi decenni e dei primi settanta anni “di un sogno che accompagna tre generazioni di irpini e promette di continuare a farlo almeno per un tempo altrettanto lungo”.

 

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