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    18/07/2019

Il ricordo/Don Michele Grella dieci anni dopo

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura6_convegrella.jpgAVELLINO –  A dieci anni dalla scomparsa l’impegno ecclesiale e sociale di don Michele Grella, stimato parroco di San Ciro, saranno ricordati nel corso di un convegno che si terrà il prossimo 19 febbraio 2019, alle ore 16,30, presso la sala Penta della biblioteca provinciale di Avellino in Corso Europa. Nell'occasione sarà presentato il libro-documento a cura di Gennaro Bellizzi e Gianni Festa, edito da Abe edizioni,  che raccoglie testimonianze di alcuni dei protagonisti della comunità di San Ciro. Il convegno, moderato da Gerardo Salvatore, vedrà la partecipazione del vescovo di Ariano Irpino, don Sergio Melillo, del missionario don Franco Ausania, dell'on. Ciriaco De Mita, di padre Luciano Gubitosa, parroco di San Ciro. Saranno presenti gli autori.

Sulla figura di don Michele Grella ospitiamo l'articolo di Gennaro Bellizzi.

*  *  *

Dieci anni fa si spegneva, dopo una malattia dolorosa, don Michele Grella. Parlare di lui significa raccontare cinquanta anni di storia di una città più che della sola parrocchia di San Ciro martire, dove pure si è sostanzialmente dipanato il suo ministero sacerdotale. Sì, perché l’azione di questo sacerdote, che lasciò da ragazzino la natìa Sturno per entrare in seminario, ha avuto riflessi notevoli sulla vita, non solo religiosa, ma anche sociale e politica di Avellino.

Don Michele, fin dall’inizio della sua ordinazione, cominciò ad occuparsi dei giovani, divenendo assistente dell’Azione cattolica giovanile e degli studenti universitari di Azione cattolica. Ancora oggi ragazzi di quel periodo raccontano del suo impegno per i più poveri, soprattutto per gli abitanti delle zone più degradate del centro storico. Fin da allora don Michele sentiva come necessario l’incontro fra le culture e gli orientamenti più diversi in nome dell’universalità del Vangelo; già negli anni ’50 fece scalpore il suo gesto di porre, sul presepe costruito nella “Saletta”, la capsula sovietica Sputnik a fianco della “Cometa”.

Ma la vera svolta della sua vita fu rappresentata dal Concilio, un evento che venne inaugurato circa un anno dopo la sua nomina a parroco di San Ciro. Don Michele ne intuì subito la portata e lo seguì in “tempo reale” (a dispetto di Internet neanche solo ipotizzabile), attraverso i documenti man  mano prodotti, discutendone con i ragazzi che lo seguivano. Dalle conclusioni del Vaticano II egli fece immediatamente scaturire la costruzione della nuova parrocchia, edificata attraverso la solidarietà degli abitanti di viale Italia e dintorni, e concepita con l’altare rivolto al popolo, a pianta semicircolare. Sempre dal Concilio nacque la nuova liturgia “partecipata”, coi ragazzi che iniziarono a intonare i canti con la chitarra. E molti di quei ragazzi, nei sotterranei di San Ciro,  furono gli animatori dei prodromi del Sessantotto avellinese che don Michele guidò assieme al frate francescano Pio Falcolini nell’intento di governare quel fermento nel perimetro della “non violenza”. Non ebbe paura don Michele (e con lui, dall’altra parte della città, un altro indimenticabile sacerdote, don Ferdinando Renzulli) anche di sfidare le molte opposizioni giunte dal di dentro e dal di fuori della Chiesa verso quelle “aperture” giudicate eccessive.

E sempre il Concilio ispirò a don Michele l’accoglienza dei Movimenti: passando attraverso le “Comunità di base”, all’inizio degli anni ’70, giunse l’incontro con l’esperienza neocatecumenale, un percorso che don Michele abbracciò totalmente, che più che guidare da pastore, egli visse in prima persona, senza per questo tralasciare altre realtà che comunque, a San Ciro, ebbero le porte aperte (dagli scout, alla milizia dell’Immacolata). Un percorso, quello del Cammino, di cui sempre egli avrebbe riconosciuto la grande valenza evangelizzatrice, soprattutto verso i “lontani”, la notevole capacità di costruire i cosiddetti cristiani “adulti”, il sostegno che aveva offerto anche alla sua vocazione; soltanto negli ultimi anni, egli ne avrebbe segnalato alcune deviazioni, rispetto agli obiettivi delle origini, senza peraltro avere il tempo di operare, almeno in parrocchia, le correzioni che riteneva necessarie.

Il Vangelo, in don Michele, si tradusse anche in azione sociale e politica; il desiderio di sostenere i bisognosi lo portò ad essere vicino agli abitanti di Sant’Antonio Abate nella loro “battaglia” per ottenere condizioni abitative dignitose; nelle settimane successive al terremoto del 23 novembre, oltre ad ospitare nella chiesa coloro che avevano avuto la casa danneggiata, accolse i volontari della Misericordia provenienti dalla Toscana e volle che questa storica associazione aprisse i suoi battenti anche ad Avellino, offrendo la parrocchia come sede.

E anche in politica egli agì, ispirandosi alle grandi figure del Cattolicesimo sociale quali don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani; oltre al capitolo del Sessantotto egli si mosse in prima persona anche negli anni successivi: non è certamente un mistero l’appoggio offerto alla candidatura di Antonio Di Nunno a sindaco di Avellino convinto come era che “Tonino”, cresciuto anch’egli alla scuola dell’Azione cattolica, incarnasse in pieno i valori del popolarismo sturziano in cui credeva.

Ma più di tutto don Michele ha lasciato la testimonianza della Carità, intesa come ricerca del Bene dell’uomo, una carità tradottasi, per esempio, nella costruzione della scuola “Pedicini” dove accolse, con rette bassissime (e spesso gratis) i bambini della materna e poi anche della primaria; e ancora, nell’intervento economico diretto a favore di chi non riuscisse a soddisfare i bisogni essenziali, nell’intercessione presso chi potesse dare possibilità di lavoro ai tanti che lavoro non avevano oppure presso coloro che potessero garantire servizi e altre forme di aiuto per chi avesse avuto necessità (penso per esempio ai medici amici suoi, “vittime” consenzienti di richieste tipo “ Per piacere guarda un poco a …, che non sta bene e ha bisogno). E al vertice di tutto la riconoscenza verso quel Dio che, anni prima, come diceva lui, “…fra tanti ragazzi, ha scelto me, ha donato la vocazione a essere presbitero a  me, non badando per niente a tanti altri che certamente erano più intelligenti, più buoni, migliori di me:…perché così è piaciuto a Lui!”

Oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa, don Michele Grella rimane ancora una presenza fortissima, non solo nella parrocchia di San Ciro, una figura indimenticabile in una Chiesa avellinese, che forse, mai come ora, ha bisogno di una testimonianza luminosa come la sua.

 

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