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    17/07/2019

Una foto, un modo di vivere

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita10_bartoli.jpgAVELLINO – Ricevere foto o documenti per il sito degli avellinesi è sempre piacevole. In genere richiamano alla mente luoghi o persone che il tempo e gli eventi, se non hanno cancellato, hanno sicuramente cambiato. Non è stato così per la copia del trafiletto del “Roma” del 7 maggio del 1969 che ho trovato nella casella di posta elettronica. La fotografia a corredo dell’articolo scritto per ricordare la tragedia del Grande Torino avvenuta a Superga venti anni prima mostra un giovane calciatore in posa davanti alla lapide posta, anni prima, nel vecchio stadio di Avellino proprio per mantenere vivo il ricordo del tragico evento.

Ma non è della lapide, probabilmente scomparsa con il ”Piazza d’Armi”, che voglio parlare. No! L’articolo e la foto non mi hanno riportato alla mente un luogo ma il ricordo di un modo di vivere, un’eleganza comportamentale che Avellino e gli avellinesi sapevano gestire con leggerezza e che condividevano con quasi tutte le città della provincia italiana. Figuratevi, il presidente di una  formazione impegnata nel campionato Dilettanti, con l’allenatore e tutti i giovani calciatori che, considerata l’età, del Grande Torino avevano solo sentito parlare, sentivano il bisogno di commemorarlo offrendo dei fiori.

Oggi negli stadi le tragedie degli altri, in modo particolare degli avversari, si festeggiano. I giovani atleti sono allenati al disprezzo che inesorabilmente porta alla tracotanza e non ci si rende conto che questo genera un meccanismo mostruoso capace di divorare chi lo ha avviato. Sono tanti gli episodi di giovani che si rivoltano, quasi sempre spalleggiati dai genitori, contro chi li prepara in qualsivoglia attività, fisica o intellettuale, per il semplice fatto che ritengono di non essere stati valutati (e già essere sottoposti a valutazione non è cosa gradita) per quello che (loro o i genitori) ritengono di valere. E questo basta per protestare, per denunciare se non addirittura aggredire anche fisicamente.

Solo qualche mese fa la notizia di un papà che ha mandato all’ospedale l’allenatore della squadra di calcio del figlio di 10 anni, ripeto 10 anni, per non aver convocato il bambino per una partita da giocare in un torneo di Pulcini. Ai tempi in cui è stato scritto quel trafiletto e scattata la foto non era così. Le persone preposte alla formazione, qualunque tipo di formazione, anche se non erano apprezzate erano comunque rispettate innanzitutto per il ruolo che ricoprivano. Ecco, è proprio il senso del rispetto che è venuto meno ed il prezzo più alto lo pagano le categorie che hanno visto il loro ruolo trasformarsi. E così il medico, l’ingegnere, il professionista in genere, e più di tutti i docenti, sono diventati dei semplici impiegati in balia di una clientela a cui tutto e dovuto e che tutto pretende e che quando questo viene meno immediatamente passa alle vie di fatto.

Ora, pur riconoscendo le responsabilità degli “aggrediti”, che spesso ci sono, è ovvio che essi vanno tutelati innanzitutto per l’istituzione che rappresentano. Non farlo porta al blocco di attività, di procedure, di formazioni. Porta alla fine. Non voglio fare esempi ma se vi guardate intorno senza i paraocchi della partigianeria e degli affetti, forse qualcosa  noterete…

 

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