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    21/07/2019

È scomparso Francesco Saverio Festa, studioso di Dorso e della questione meridionale

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Francesco Saverio FestaAVELLINO – Vivo cordoglio sta suscitando in città la notizia dell’improvvisa scomparsa del professor Francesco Saverio Festa, nota figura di studioso, docente di filosofia politica presso l’Università degli studi di Salerno. Secondo una prima ricostruzione sembra che da alcuni giorni non si avessero più sue notizie e l’allarme è scattato quando non ha risposto agli organizzatori di un convegno cui avrebbe dovuto partecipare.

Proprio mentre scriviamo queste brevi note, presi dall’emozione che la notizia ha suscitato in chi, come noi, conosceva Saverio dai tempi del liceo Colletta, apprendiamo che il medico legale si sta portando presso l’abitazione di via Partenio dove il professore viveva ormai da solo dopo la scomparsa della madre cui era molto legato per un primo accertamento sulle cause della morte.

Studioso attento e appassionato, profondo conoscitore del pensiero di Guido Dorso e della questione meridionale cui ha dedicato più di una pubblicazione, Francesco Saverio Festa, 72 anni, appartenente ad un’antica famiglia avellinese, è stato una delle figure più rappresentative della cultura irpina dagli anni del Sessantotto ad oggi. Due, in particolare, le direttrici della sua ricerca, cui ha dedicato numerosi saggi, studi e traduzioni: il rapporto tra politica, filosofia e teologia nell’Otto-Novecento, con particolare attenzione alla “teologia politica”, come alla riflessione filosofica della Mitteleuropa e alle tematiche della teologia dialettica; Il pensiero politico di momenti e figure della teoria delle élites dal tempo de “La Voce” sino all’odierna questione dei “diritti di cittadinanza”. Tra le sue pubblicazioni in tema: Politica e/o teologia (1999), Pensare la politica (2003), Terre di confine. Politica, Filosofia, Teologia (2009).

È stato redattore dal 1974 della rivista "Il tetto" e membro della redazione meridionale di "Filosofia e Teologia" sin dalla fondazione (1987). Ha collaborato alle riviste "Rocca", "Filosofia Politica", "Hermeneutica", "Spagna contemporanea", "La società degli individui" e al magazine culturale settimanale "Via Po". Ha collaborato a "Il Mattino", a "Il Giorno" di Milano e al supplemento Sud de "Il Sole 24 Ore".

Numerosi gli scritti pubblicati anche su “L’Irpinia”. Qui di seguito riproponiamo l'articolo apparso sul nostro giornale nel febbraio del 2016 con il titolo La formazione della classe dirigente nel meridionalismo politico di Guido Dorso.

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Da qualche anno si è riaperto una sorta di “caso Dorso” nel Paese. L’improvvisa riscoperta del problema del Mezzogiorno ha recato altresì la riscoperta di Dorso. Su un quotidiano d’oggi lo storico Sabbatucci lo ha citato parlando del sempiterno ritorno del “metodo Depretis” nelle vicende italiane, ovvero il nodo patologico nazionale: il trasformismo.

L’anno scorso ai “Cantieri Aperti” di Torino al centro del dibattito è finita la ristampa del celebre Appello ai meridionali scritto da Dorso, curato dal giovane Raffaele Molisse per la casa editrice dell’Archivio Bobbio (Aras, Fano 2015), ma anche l’antologia di testi dorsiani, Un delitto storico, curato da Paolo Saggese et alii (Delta 3,2015). Dell’avvocato avellinese venivano sottolineate dagli studiosi presenti i suoi concetti-chiave, da “conquista regia” a “trasformismo”, da “logica del sistema” a “l’ora dei fiancheggiatori”, così ben tratteggiata dall’articolo del 19 giugno 1924 sul Corriere dell’Irpinia. È la “logica del sistema” a trionfare contro un intero Paese che sperava di scrollarsi di dosso, insieme, il regime e la monarchia. L’azione reazionaria dei fiancheggiatori evidenzia il carattere gianesco, bifronte, del fascismo, reazionario e rivoluzionario insieme.

È il momento topico in cui Mussolini mette via ogni possibile “seconda ondata” invocata a gran voce dai “rivoluzionari” impenitenti in camicia nera e riporta al re, a due anni di distanza dalla marcia su Roma, “l’Italia di Vittorio Veneto”: una nuova “conquista regia”? Certo! Anche le “vecchie cariatidi del Mezzogiorno” sono parte attiva dei “fiancheggiatori”, “una schiera sterminata di gente di ogni risma e di ogni sentimento”, tutti insieme uniti dal compito supremo di “isolare e rigettare nell’impotenza tutti i migliori, per collezionare una nuova schiera di arrivisti e di servitori, disposti a continuare la grande tradizione nazionale [al fine] ancora una volta di alterare e corrompere il naturale processo di formazione della classe politica”.

In fondo è questo il nodo storico che disegna anche il fallimento delle opposizioni e la tragica fine dell’Aventino. Al fianco del fascismo, nell’ora della sua estrema crisi, a un passo dal baratro, vien riesumato d’incanto il “vecchio ceto dirigente dell’Italia monarco-conservatrice”, quei “fiancheggiatori”, da Federzoni a Bonomi, decisi a dar via libera al regime contro tutto e contro tutti, con la complicità dei Savoia. È lo stesso ceto politico che, contro Giolitti e contro la maggioranza del Parlamento, aveva trascinato, nella cosiddette “radiose giornate” del 1915, il Paese in un’inutile strage con la pretesa di voler completare l’opera risorgimentale: nient’altro che rafforzare la “conquista regia”!

Come scriverà successivamente Dorso in Un delitto storico sulla rivista di Riccardo Bauer, Realtà politica, nel 1945, il vecchio ceto politico-conservatore mirava a “alterare e corrompere il naturale processo di formazione della classe politica”, ossia “non solo perpetuare l’ingiustizia storica, che patirono nel 1922 le nobili formazioni affiorate nel primo dopoguerra, ma altresì estenderla alle generazioni successive…”. “Un delitto storico” è stato fondamentalmente questa alterazione permanente del processo di formazione di una classe politico-dirigente, anche con l’assassinio come nel caso Matteotti, un metodo esteso esattamente tredici anni dopo, nel 1937, a Carlo e Nello Rosselli pugnalati a Bagnoles-de-l’Orne dai cagoulards al soldo dell’Ovra.

Ma, nel 1945, mentre le formazioni partigiane, da Dorso definite “l’organizzazione armata del popolo”, lottano per scacciare definitivamente dal Paese i tedeschi invasori e i loro alleati fascisti, il problema è come far nascere una nuova “organizzazione democratica del Paese, che già appare smentita dal tentativo di rafforzamento della vecchia struttura dello Stato”, dal permanere della vecchia classe politica pre-fascista. Ma se Bonomi ed altri erano la continuità del vecchio Stato liberal-conservatore, che aveva dato via libera al fascismo nel 1922 e nel 1924 con l’apporto dei “fiancheggiatori”, non mancano ora simboli di coerenza, di coscienza morale e di probità politica, persino nel Sud ove la vita pubblica era troppo spesso un contrasto permanente tra individui in una esasperazione personalistica e in una “lotta di municipio senza alcuna luce ideale”.

Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini, Tommaso Fiore sono sopravvissuti al fascismo e sono un esempio vivente per riuscire a costruire, finalmente, un’altra Italia. “S’approssima l’ora delle grandi risoluzioni: l’ora in cui la vecchia Italia, vissuta fortunosamente dal 1865 al 1943, dovrà crollare […] infatti, secondo la logica più elementare, la demolizione deve precedere la ricostruzione”. In fondo è questa la scommessa di Dorso, la sua linea di continuità dal primo al secondo dopoguerra, dal confronto con Sturzo e Salvemini nel Mezzogiorno nell’imperversare del fascismo alla volontà di compiere finalmente nel 1945 quel che non era riuscito dopo la prima guerra mondiale. Ed in questa riedificazione d’Italia anche il Mezzogiorno deve fare la sua parte per risolvere il problema cruciale, il problema dei problemi: far sorgere  una nuova classe politica del tutto aliena dalle “vecchie cariatidi” meridionali.

Il “meridionalismo politico”, per l’irpino, “deve avere un’impostazione politica propria”, infatti “dobbiamo tentare di elaborare un’élite seria, preparata, organizzata […] oppure dovremo al momento buono lasciare che le plebi meridionali si abbandonino a una vasta serie di jacqueries?”. Così scriveva il 31 agosto del 1925 sul Giornale delle Puglie per intendere che se era poi necessario passare a un “meridionalismo applicato”, come ebbe a scrivere poi nello stesso anno, questo non poteva non esser altro che l’autonomismo politico nella sua più completa espressione. Dorso elabora una vera e propria strategia politica in un’autentica chiave di “realismo politico” facendo i conti con la teoria della classe politica di Mosca e Pareto. Ed in tal senso mi sembra quanto mai opportuno ribadire l’episodicità dell’esclamazione in veste interrogativa che Dorso si ritrovò a scrivere su Irpinia Libera il 13 novembre del 1943 nel noto articolo Ruit Hora!

È una  frase divenuta famosa, alla quale è stato da sempre “impiccato”  sino a tentar di snaturarne il pensiero, sino a farlo diventare una sorta di imbelle ed impotente sognatore: “Ma esiste una nuova classe politica nel Mezzogiorno? Esistono cento uomini d’acciaio, col cervello lucido e l’abnegazione indispensabile per lottare per una grande idea?”. Si è dinanzi a chissà quale astratta, utopica rielaborazione teorica o è soltanto il grido esasperato di un uomo, che è stato per  vent’anni “esiliato in patria” sotto il fascismo e che ora richiede, a gran voce, se vi sono finalmente uomini capaci di mutare alla radice il corso  degli eventi della vecchia Italia, “vissuta fortunosamente dal 1865 al 1943”,  alla quale si presenta  l’occasione storica del riscatto?

Se si finisce una volta per tutte con l’assurda storiella dei “cento uomini d’acciaio”, riproposta asfitticamente a ogni convegno o commemorazione dorsiana, ci terrei a far presente che Dorso soleva scrivere che  “c’è un mezzo più sicuro per dominare la politica ed è quello di teorizzarla”, mostrando di esser un uomo del tutto alieno da immagini semplicistiche e rapsodiche. Scriveva nel 1944 a Manlio Rossi-Doria in una lettera, ora compresa nel Carteggio pubblicato dall’indimenticabile segretario del Centro Dorso, Bruno Ucci: “Qualche volta ho l’impressione che nessuno lavori, che tutti aspettino per lavorare: chi dovrebbe costruire  aspetta per costruire, chi dovrebbe far politica aspetta a farla, chi dovrebbe governare aspetta per governare”. Come non rammentare che in tal senso si è espresso anni fa pure un protagonista della prima Repubblica, Ugo La Malfa, che titolò  un testo: Intervista sul non-governo (Laterza, Bari 1977)?

È una base seria per riproporre, a partire dalla condizione del Sud, la questione storica della formazione di una classe politica? Dorso era solito scrivere che la formazione di una classe politica è un “mistero della storia”, talora un “mistero divino”, in quanto “una classe politica è la più misteriosa delle formazioni umane”. Ma per Dorso la formazione di una classe politica è veramente così misteriosa o non si è  dinanzi  alla più dissacrante battuta del suo finissimo humour?

Aggiornamento del 29 marzo 2019 – Il Presidente Luigi Fiorentino, il CdA e il CS del Centro di Ricerca “Guido Dorso”, increduli e commossi, esprimono profondo cordoglio per l’improvvisa scomparsa del Prof. Francesco Saverio Festa, collaboratore prezioso del Centro Dorso fin dalla sua fondazione, membro del Comitato scientifico, rigoroso e finissimo studioso di Dorso, alla cui conoscenza ha contribuito in modo originale e penetrante. Intellettuale poliedrico, osservatore lucido e acuto della vita sociale, politica e culturale, la sua scomparsa costituisce una grave e dolorosa perdita per il Centro Dorso e per la città di Avellino.

Il ricordo di Elisa Dorso

Saverio lo conosco da una vita. All’inizio degli anni 60 feci una supplenza al Colletta, dove lui frequentava la 1° liceo. Si  fece subito notare per l’interesse, la passione e gli interventi (talvolta polemici) nel corso delle lezioni. Nacque allora un legame che non si è più spezzato. Saverio ha lavorato moltissimo per l’avvio del Centro Dorso e non ha fatto mancare il suo contributo al dibattito culturale, non solo a livello locale, perché aveva stabilito una feconda collaborazione con l’ISTORETO e con i Cantieri torinesi. Recentemente stava lavorando sul tema del federalismo, creando anche in questo caso importanti rapporti con altre realtà nazionali. Ci siamo sentiti la settimana scorsa in occasione della riunione del Comitato Scientifico del Centro, prevista per il 22 marzo, a cui non avrei potuto partecipare. Nel corso della telefonata mi ha accennato a problemi di salute, che però non mi erano parsi così gravi da far presagire una fine tanto improvvisa e sconvolgente. La sua morte è stata una perdita per la cultura irpina e un doloroso lutto sul piano personale.

Il ricordo del Presidente Luigi Fiorentino

Ho appreso con profonda tristezza la scomparsa improvvisa del professore Francesco Saverio Festa. L’Università italiana, la città di Avellino, il Centro Dorso e tutti noi perdiamo un amico ed un intellettuale unico, brillante innovatore, meridionalista, profondo conoscitore di Guido Dorso. In questi anni, avevamo instaurato un rapporto profondo, leale e di reciproco ascolto e confronto. Già prima del mio impegno al Centro Dorso e della nostra conoscenza diretta, avevo avuto modo di apprezzare i suoi numerosi scritti sul rapporto tra la filosofia e la politica e il suo impegno scientifico accurato. Il suo tratto cordiale, schivo, aperto al confronto, è stato essenziale per il sostegno e per l’impulso alle iniziative del Centro Dorso, sin dalla fondazione. Negli ultimi anni aveva avviato un importante progetto di ricerca sul federalismo. Proprio venerdì scorso, al Comitato scientifico, avevamo deciso di tenere a breve un primo seminario, a partire dagli studi avviati, sul regionalismo differenziato. Un’altra iniziativa a cui teneva era quella relativa al ruolo delle Pubbliche Amministrazioni nello sviluppo del Mezzogiorno. Porteremo avanti l’impegno. Così come ricorderemo Saverio, prima l’11 aprile, in apertura del Convegno su Leopoldo Franchetti e poi in autunno, in una iniziativa ad hoc. Ciao Saverio, ci mancherai.

Aggiornamento del 30 marzo 2019, ore 17:30 - I funerali del professor Francesco Saverio Festa, la cui morte è stata causata da un infarto, si svolgeranno lunedì 1 aprile, alle ore 15:30, nella chiesa del Rosario di Corso Vittorio Emanuele.

 

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