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    22/11/2019

I re di Napoli e l’Irpinia: politica, cultura, economia e società dai Normanni ai Borbone

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura5_i_re_di_napoli.jpgAVELLINO – È in programma domani, alle 17:30, al circolo della stampa di Corso Vittorio Emanuele, la presentazione del libro di Carlo Silvestri I re di Napoli e l’Irpinia. Dai Normanni ai Borbone (il Terebinto Edizioni, pp. 224 – con ampia sezione di illustrazioni –, € 15,00, già disponibile in libreria).

Interverranno Ettore Barra, Faustino De Palma, Armando Montefusco, Aldo Balestra, Francesco Barra e Generoso Picone. Modera la discussione Salvatore Salvatore. Qui di seguito proponiamo la recensione scritta da Faustino De Palma.

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Negli ultimi anni molte pagine del periodico “L’Irpinia” (ora quotidiano on-line) sono state dedicate alla recensione di pubblicazioni di storia locale. Molto spesso chi le ha lette ne ha apprezzato la buona fattura e l’utilità nel contesto della conservazione e valorizzazione della memoria storica di una terra che, troppo spesso, è ripiegata su sé stessa, su un presente che ha tradito e continua a tradire un passato ben più ricco di valori e di tensioni morali e culturali purtroppo sconosciute alle giovani generazioni.

Inevitabilmente i saggisti hanno riproposto ai lettori argomenti, vicende, personaggi, di cui gli storici (più o meno autorevoli) si sono ampiamente occupati. In non pochi casi l’originalità dell’opera nell’intenzione dell’autore, senza per questo mortificarne gli sforzi e le capacità, si è risolta nella rappresentazione di particolari inediti o nella ricostruzione critica di precedenti indagini, magari incomplete o inattendibili. Si è riproposta, quindi, una duplice prospettiva: da una parte, sta una delle tentazioni più seducenti per lo storico, quella, cioè, di riscrivere quello che si è già scritto, al fine di rendere – dal suo punto di vista – più veritiera ed inoppugnabile la versione dei fatti; dall’altra, invece, sta uno dei rischi più ricorrenti per il lettore, quello, cioè, di perdersi in ricostruzioni e teorie fantasiose o di leggere la parafrasi di opere che ha già letto.

La premessa trova giustificazione nella necessità di segnalare le caratteristiche, del tutto diverse che, viceversa, si ritrovano in altri (pochi) saggi in cui gli autori svelano ai lettori vicende inedite e personaggi poco conosciuti della storia irpina. Tra queste opere va senz’altro annoverata quella di Carlo Silvestri, “I re di Napoli e l’Irpinia – Dai Normanni ai Borbone”, pubblicata nell’aprile scorso per i tipi della casa editrice Il Terebinto.

Il titolo, in realtà, non restituisce compiutamente il contenuto dell’opera. Il libro, infatti, non si risolve nella ricostruzione cronachistica delle singole visite che i sovrani del Regno di Napoli, prima, e del Regno delle Due Sicilie, poi, fecero all’Irpinia. Fin dalle prime pagine l’indagine di Silvestri si muove in un contesto più ampio, quello, cioè, dei rapporti tra l’Irpina ed il regno napoletano. La narrazione delle singole visite dei vari monarchi si inserisce in un quadro ben più complesso in cui si inseriscono le dinamiche interne al regno e le cicliche lotte che ne hanno segnato la storia. E ciò perché l’Irpinia, ancor più di oggi, nei secoli passati rappresentava lo snodo strategico dei traffici di uomini e merci da Napoli alla Puglia. Lungo questo immaginario asse, che non a caso ancora oggi rappresenta uno dei “corridoi” di sviluppo dell’Unione europea, le truppe dei re di Napoli (talvolta direttamente coinvolti in tali imprese) incalzavano le bande di rivoltosi che ciclicamente animavano ed alimentavano le insurrezioni e le congiure antimonarchiche. E, nell’opposta direzione, muovendosi dalla Puglia verso Napoli, gli invasori o i nemici della monarchia ne minacciavano la sua sopravvivenza.

Ma gli irpini non assistevano inerti e rassegnati alle scorribande degli uni ed agli inseguimenti degli altri, in quanto di questi sommovimenti (la congiura dei Baroni e quella di Macchia su tutti) diventavano talvolta autori e protagonisti, parteggiando ed affiancando ora il re, ora i suoi avversari. L’Irpinia, insomma, non era terra di occupazione o di conquista. Benché “terra dell’osso” e – in quanto tale – tendenzialmente marginale rispetto alle grandi dinamiche politiche, economiche e culturali del Regno, conservava pur sempre una sua dimensione baricentrica, derivante non solo dalla sua vocazione di “terra di transito”, ma anche da altre sue peculiarità, talvolta sottovalutate negli studi di storia locale.

In alcuni periodi, ad esempio, Avellino e l’Irpinia ospitarono corti e cenacoli culturali di assoluto rilievo. I Caracciolo ed i Gesualdo su tutti fecero sì che Avellino e Gesualdo fossero non tappe di passaggio, ma punti di arrivo per artisti ed uomini di cultura di ogni sorta. E per i re di Napoli fu punto di arrivo, e non di passaggio, il santuario di Montevergine, luogo di devozione tradizionalmente caro e frequentato dai napoletani. Meta di un “turismo religioso” ante litteram fu anche il santuario di Santa Filomena a Mugnano del Cardinale che a più riprese fu visitato dai sovrani della dinastia borbonica.

Alcune pagine del libro ispirano nel lettore quasi un rammarico per ciò che l’Irpinia del passato si apprestava ad essere, prefigurando promesse che, poi, non sarebbero stante mantenute. Sono quelle pagine, ad esempio, in cui si descrivono gli opifici ed i laboratori artigianali di Avellino e del suo hinterland. E c’è da chiedersi quanto rimanga di quella vocazione manifatturiera in una provincia che vede i suoi (troppi) nuclei industriali sempre più deserti. Era, insomma, una terra diversa, che certamente doveva fare i conti con i problemi endemici dell’epoca, a partire dalle conseguenze disastrose delle catastrofi naturali che purtroppo si abbattevano (e si abbattono) sull’Irpinia. Persino il seguito di Carlo III, nel corso di una sosta ad Ariano nel 1735, fu costretto ad alloggiare nei “prefabbricati pesanti” dell’epoca a causa delle devastazioni causate dal terribile sisma del 1732.

I resoconti dell’epoca testimoniano – sia pure indirettamente – anche l’esistenza di fasce di povertà abbastanza diffuse nella popolazione delle città e dei centri dove la corte di volta in volta soggiornava. L’esaltazione della carità del sovrano, che si traduceva in elargizioni più o meno consistenti, è prova dell’esistenza di un sottoproletariato urbano, ma soprattutto rurale, che era sprovvisto dei necessari mezzi di sussistenza. Sarà questo, del resto, uno dei fattori che, subito dopo la caduta dei Borbone ed il completamento del processo di unificazione, contribuirà all’affermazione del brigantaggio nelle aree interne (e, tra queste, l’Irpinia) dell’Italia meridionale. Non era quella, quindi, l’età dell’oro, né la questione meridionale nacque esclusivamente per l’insipienza dei sovrani del nuovo Regno d’Italia, troppo lontani e troppo insensibili ai problemi delle popolazioni meridionali.

In questa ampia congerie di argomenti l’autore non smarrisce mai il suo percorso. In uno stile asciutto, che ben si adatta alle esigenze anche dei non addetti ai lavori, Carlo Silvestri riesce a catturare e a mantenere viva l’attenzione del lettore, sollecitandolo anche all’approfondimento mediante il richiamo alle fonti storiche e letterarie delle diverse epoche che l’opera attraversa. Suo merito, però, è quello di non indulgere in citazioni inutili o superflue, limitando all’essenziale le digressioni che pure sono inevitabili laddove le vicende di singoli personaggi e famiglie si intersecano tra loro nel corso dei secoli.

E, terminata la lettura, restano due sensazioni, solo all’apparenza opposte: da una parte, quella di avere recuperato un pezzo importante della memoria storica delle nostre terre; dall’altra, quella data dal latente rammarico di aver compiuto il viaggio fino ai limiti temporali dettati dal titolo stesso del libro, senza andare oltre. Sarebbe interessante, quindi, proseguire il viaggio nel tempo e capire quanta e quale attenzione le classi dirigenti post-unitarie abbiano dedicato all’Irpinia. Sarebbe una nuova sfida per Silvestri e confidiamo che voglia raccoglierla per regalarci la ricostruzione di ulteriori tasselli di una storia, quella della nostra terra che – oggi più che mai – abbiamo bisogno di riscoprire.

 

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