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    21/10/2019

La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti nel decennio postunitario

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura6_libropinto.jpgAVELLINO – La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870 è l’ultimo interessante volume di Carmine Pinto, ordinario di storia contemporanea presso l’Università di Salerno, presentato nel pomeriggio al circolo della stampa di Avellino. All’evento, organizzato dal Centro di ricerca Guido Dorso di Avellino e moderato dal prof. Francesco Barra, ordinario presso l’ateneo salernitano, ha partecipato un pubblico numeroso ed attento. I motivi del successo di questo libro, tra i più venduti degli ultimi mesi – particolarità degna di nota se si nota che è un’opera storiografica e scritta da un accademico – si ritrovano tutti nel tema fondamentale del volume: il primo decennio postunitario e la guerra di brigantaggio che infiammò, nel corso di quegli anni, il Mezzogiorno italiano, che lentamente entrava a far parte della costruzione unitaria.

Un tema affascinante, che continua ad accendere la curiosità di specialisti e persone comuni, e che è costantemente citato come esempio e prova dell’annessione piemontese di quelle che un tempo erano le province napoletane: in una traslazione del conflitto Nord-Sud sul piano dei protagonisti, i briganti assurgerebbero a testimonianza dell’intera popolazione meridionale, rappresentando le vittime di quella guerra di conquista del Piemonte. Una narrazione anti storica, che mitizza l’ideale del brigante, costruendo intorno ad esso la figura di un “Robin Hood sociale”: una costruzione che continua ad ottenere ancora oggi un largo successo e una certa presa sulla società civile (si pensi al successo di opere narrative o giornalistiche, ma anche alle canzoni che hanno a tema l’attività e la vita dei briganti).

I briganti in realtà, e lo ha spiegato molto bene il professor Pinto, intervenuto alla discussione, erano banditi e il loro tentativo controrivoluzionario ha provocato vittime soprattutto tra la popolazione meridionale. E non soltanto, come si potrebbe immaginare, tra gli esponenti della classe dirigente liberale che aveva appoggiato l’unificazione, ed espressione della classe sociale borghese, ma anche, e soprattutto, tra i contadini e rappresentanti degli strati sociali più bassi. Quella del brigantaggio fu, in definitiva, «una guerra sporca che, però, nel suo tentativo, certamente fallimentare, offrì al regio esercito italiano la possibilità di scardinarlo in pochi anni». Una guerra civile, come la storiografia più recente ha sottolineato, che per la prima volta ha posto contro «italiani ed altri italiani». Perché – e lo ha perfettamente spiegato nel suo denso intervento il prof. Marco Meriggi, ordinario di storia delle istituzioni politiche dell’Università di Napoli “Federico II” – gli italiani «cui fa riferimento il sottotitolo del volume, non sono soltanto i piemontesi, quindi gli italiani del Nord, ma anche e soprattutto gli italiani del Mezzogiorno».

Dunque quello del brigantaggio fu il primo conflitto civile di una giovane nazione e contribuì, è stato ricordato, alla formazione dello stato nazionale allo stesso modo in cui, negli stessi anni, un altro conflitto civile, la guerra civile americana, contribuì allo sviluppo e alla nascita della nazione americana. Eppure a differenza di quel conflitto, la guerra del brigantaggio «non aveva alcuna caratteristica di guerra comune: i briganti non agivano come soldati di un esercito, non seguivano una tattica militare, le loro bande si aggrevano e disaggregavano, non avevano uniformi colorate come quelle degli eserciti che negli stessi anni combattevano nei conflitti armati. Insomma, la guerra del brigantaggio fu una guerra totalmente diversa da quelle di antico regime e poi rinnovate durante l’età napoleonica. E nella sua diversità va spiegata la cifra del suo fallimento».

Il brigantaggio, è stato detto, continua a suscitare interessi e posizioni discordanti. Il perché lo ha spiegato molto bene l’autore del volume: «Il brigantaggio è una storia affascinante perché è un evento lontano dalla nostra storia. Il Sud di oggi non è quello di centocinquanta anni fa. È cambiato profondamente in questo secolo. Ma già a partire dai primi anni del secolo scorso, esso si spostò su posizioni conservatrici. Basti pensare che al referendum istituzionale del 1946 la maggioranza della popolazione meridionale si espresse a favore della monarchia, quella monarchia sabauda che nel primo decennio postunitario non voleva accettare. E, nel corso della seconda metà del Novecento, il Mezzogiorno è cambiato ancora e profondamente. Non credo, in definitiva, che si possa comprendere il presente con gli occhi del passato. Ma tutto questo tempo trascorso dall’evento che si vuole studiare permette di avere una maggiore comprensione dello stesso».

Se il tema principale del volume è la guerra del brigantaggio e, come spiegato dal presidente del Centro Dorso, Luigi Fiorentino, nei suoi saluti iniziali, «in che modo la guerra del brigantaggio ha contribuito a far nascere la questione meridionale ed ha aiutato il Mezzogiorno ad entrare nella più ampia costruzione nazionale», il volume di Pinto – e lo è stato sottolineato più volte nel corso del dibattito – non può essere ricondotto semplicemente ad una storia del brigantaggio. La grande novità del volume è quello di inserire un evento periferico e marginale, come il brigantaggio meridionale, in un contesto più ampio e globale, quello del conflitto, che inizia alla fine del Settecento e termina all’indomani della prima guerra mondiale, che contrappone il legittimismo borbonico e il costituzionalismo liberale. Durante questo amplissimo arco cronologico la costruzione imperiale voluta da Carlo III di Borbone conosce significative trasformazioni e modificazioni: crollano tutti gli imperi facenti parte di quello che l’autore, nei dieci anni di lavoro che hanno portato alla pubblicazione del volume, ha definito significativamente “spazio borbonico”, e sorgono nuovi stati nazionali; ma, caratteristica comune a tutte queste nuove costruzioni istituzionali, ognuno di essi è attraversato da un conflitto civile. In questa nuova ottica storiografica, il brigantaggio diventa, dunque, solo un tassello di uno scontro globale che contrappone legittimismo e liberalismo. E, dunque, per comprendere l’iniziativa dei briganti occorre porre attenzione soprattutto al sostrato ideologico che li muove: brigantaggio non come fenomeno sociale, come ha cercato di vedere una certa storiografia di tendenza gramsciana, ma come fenomeno politico.

In definitiva, il bello e accurato volume di Carmine Pinto decostruisce l’immagine del brigante e ne presenta una nuova. Nonostante la quantità sterminata di fonti che l’autore utilizza, il libro non pone fine su una questione che animerà sempre la società civile, ma apre nuove prospettive di ricerche cui la più giovane storiografia è portata a rispondere, al fine di evitare che temi tanto scottanti possano diventare strumenti di narrazioni che vogliono sostituirsi alla scientificità della ricerca storica.

 

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