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    11/08/2020

Storia, cultura e società negli itinerari della memoria

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura6_montefus_arm.jpgAVELLINO - La storiografia locale si arricchisce di una nuova importante opera. Si tratta di “Contributi per la storia dell’Irpinia”, opera in due volumi di Armando Montefusco pubblicata nella collana “Biblioteca del Corriere”. È una raccolta di saggi e monografie, che trattano di argomenti e periodi storici differenti (si va dall’età paleocristiana al XIX secolo).

Il primo volume, non a caso, si apre con un saggio sullo specus martyrum di Atripalda, che fornisce lo spunto per una breve, quanto precisa, panoramica sull’arte e sui monumenti dell’epoca paleocristiana in Irpinia. Già dalla prima monografia si intuisce la capacità dell’autore di suscitare l’attenzione dei lettori, restituendo ai luoghi del nostro territorio le antiche caratteristiche. Ed è proprio questa una delle peculiarità dell’opera, e, cioè, la rappresentazione di un’Irpinia che fu e che, grazie all’abilità di Montefusco, riemerge – sia pure a fatica – dagli interventi devastanti dell’uomo, che l’hanno, a dir poco, stravolta.

Da questo punto di vista, è di assoluto interesse il contributo dedicato agli itinerari della città di Avellino. La ricostruzione post-sismica (e, prima ancora, il “sacco” di Avellino della fine degli anni Sessanta) ne ha di fatto reso irriconoscibile il volto. Persino la toponomastica dei quartieri è radicalmente cambiata, di pari passo con i sostanziali mutamenti che il loro assetto ha subito. Di molti luoghi simbolo della città conserviamo, ormai, solo il nome. E se una volta all’anno il Palio della Botte ci restituisce antichi tόpoi, l’opera di Montefusco, inserendosi nello stretto solco della storiografia locale più accurata, ce ne offre la ricostruzione. Porta Napoli e Porta Puglia, “luoghi” e non solo “toponimi” per gli avellinesi del Novecento, rivivono nella loro strategica importanza nel contesto storico ed urbanistico cittadino.

Sotto questo profilo, sono singolarmente affascinanti la ricostruzione e la descrizione della vera meraviglia dell’Avellino del periodo d’oro dei Caracciolo, il Parco. Anche in questo caso, del vasto territorio compreso tra Piazza Castello e Contrada Scrofeta resta solo un toponimo, che è di difficile comprensione per gli avellinesi di oggi. È fin troppo complicato, infatti, identificare l’attuale Rione Parco (che, peraltro, comprende solo una parte del Parco dei Caracciolo) con quel meraviglioso luogo (ricco di bellezze naturali, faunistiche e botaniche), che attirava gli illustri ospiti della Corte. E la monografia che Montefusco dedica a questo luogo, arricchita da pregevoli illustrazioni e da dettagliate descrizioni, consente al lettore di recuperarne il ricordo, seppellito in una secolare damnatio memoriae, che ha cancellato uno dei maggiori motivi di orgoglio di una città, che – malgrado il meritevole impegno di qualche illuminato amministratore (purtroppo isolato) – non è mai più rinata come “città giardino”.

Sarebbe, però, riduttivo circoscrivere la portata del lavoro di Montefusco alla sola storia di Avellino. Gran parte dei due volumi, infatti, è dedicata ad altri luoghi e centri dell’Irpinia. Agli itinerari di Avellino si aggiungono, ad esempio, quelli del Partenio, o meglio quelli delle fughe che ciclicamente hanno visto i grandi personaggi e potenti del Regno di Napoli attraversare gli angusti sentieri ed i fitti boschi del massiccio, per sfuggire a pericolosi inseguitori.

Da re Manfredi in poi, il Partenio non è stato solo meta di pellegrinaggio, ma anche via di fuga verso le Puglie. Anche in questo caso le pregevoli capacità descrittive dell’autore propongono al lettore la ricostruzione degli eventi in tutta la loro drammaticità. E, come in altre pagine dei due volumi, Montefusco contestualizza le vicende narrate nel più ampio ambito della storia del Regno di Napoli, dando ancor più rilievo al ruolo che la nostra terra recitò in quel contesto.

I boschi, i sentieri impervi, le fughe: non è possibile offrire un contributo ad ampio raggio alla storia dell’Irpinia, senza menzionare il fenomeno del brigantaggio. Anche in questo caso Montefusco non si sottrae al compito, che, peraltro, non è neanche agevole. E, infatti, la produzione storiografica sull’argomento è fin troppo ampia e dispersiva: ogni paese ha il suo brigante, ed ogni brigante sembra avere il suo (pseudo)storico, che ne esalta e ne enfatizza le gesta, fino a farlo diventare l’eroe di turno nella lotta contro l’«invasore» piemontese. Ma al lettore di “Contributi per la storia dell’Irpinia” non sfugge che di altro calibro è il lavoro di Montefusco, che non indulge in facili pregiudizi o nei triti e ritriti luoghi comuni, che purtroppo contraddistinguono le pubblicazioni (sarebbe arduo – in non pochi casi – definirli “saggi”) sul brigantaggio. L’autore dedica una particolare attenzione anche alle vicende di due centri della provincia, Bagnoli Irpino e – soprattutto – Monteforte Irpino. In quest’ultimo caso, la ricostruzione della storia del paese si incrocia con uno degli eventi più importanti della storia dell’Irpinia: i moti carbonari del 1820.

In definitiva, benché i saggi contenuti nei due volumi trattino di argomenti molto diversi e collocati – da un punto di vista temporale – in periodi distanti tra loro, l’opera conserva una sua organicità, che è data dall’approccio e dal metodo utilizzato da Montefusco, che inserisce i personaggi e gli eventi descritti in contesti sempre più ampi, così che il lettore può pienamente apprezzare l’incidenza che tali vicende ebbero sull’evoluzione non solo dell’Irpinia, ma anche dell’intero Regno di Napoli. Anche da questo punto di vista l’opera è particolarmente meritoria, in quanto troppo spesso la storiografia locale tende a ripiegarsi su sé stessa, mancando di contestualizzare gli eventi delle nostre piccole comunità in panorami ben più ampi.

Un elemento distintivo dei due volumi è, infine, la ricchezza degli “accessori”, e, cioè, della bibliografia, delle appendici documentali e delle illustrazioni. Lo sforzo compiuto in tal senso dall’autore è assolutamente evidente, perché si traduce non solo nella ricostruzione, ma anche nella riproposizione delle fonti. E tale lavoro è di indubbia utilità soprattutto per chi abbia voglia di approfondire i singoli argomenti trattati. Da questo punto di vista l’opera non ha solo un intento divulgativo, ma, al contrario, assume un carattere scientifico, rivolgendosi – in tal modo – ad un target di lettori estremamente variegato. E, tra quelli che impropriamente definiamo “accessori” (essendo, viceversa, elementi costitutivi fondamentali dell’opera), di particolare interesse sono le genealogie di alcune delle famiglie più illustri di Avellino e di altri centri irpini. In qualche caso i rami dell’albero genealogico si spingono fino ai giorni nostri (o quasi), dando un senso anche a dinamiche politiche e sociali i cui effetti si producono tuttora.

Un’opera, insomma, da leggere e conservare gelosamente nella propria libreria. Due volumi che restituiscono – quantomeno – una parte della storia dell’Irpinia, raccontata con il rigore dello storico e con la capacità divulgativa di un narratore. E, al di là di ogni facile entusiasmo e di inutile piaggeria, un’opera che, insieme ad altre, potrebbe certamente essere utile negli spazi di approfondimento della storia locale, che ogni scuola dovrebbe concedere ai propri alunni.

 

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