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    02/04/2020

Il libro/L’aula vuota della scuola italiana

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Da sx: Cipriano, Repole, Galli della Loggia, Bianco e IermanoAVELLINO – «L’Italia ha distrutto la sua scuola»: con questa affermazione forte si apre L’aula vuota, ultimo lavoro di Ernesto Galli della Loggia, di cui si è discusso, grazie ad interessante convegno organizzato dall’associazione Ossigeno, presieduta da Luca Cipriano, e organizzato con il patrocinio dell’Animi, quest’oggi, presso la sala blu dell’ex carcere borbonico di Avellino. Un volume interessante, quello della firma del Corriere della Sera, che tratta, con molta lucidità, i problemi della scuola italiana.

Questi sono sotto gli occhi di tutti: abbandono scolastico, eccessiva burocratizzazione, aziendalizzazione della scuola, mancanza di cultura, etc. Dati che si riflettono nelle classifiche internazionali e che, purtroppo, confermano il cattivo stato di salute che attraversa la scuola italiana. In realtà, come ha evidenziato Toni Iermano nel corso del dibattito, «la scuola è in crisi perché è la società italiana ad essere in crisi. La scuola non può essere una “monade autistica”, ma ha bisogno di tornare a relazionarsi con la società». In che modo? Secondo Iermano facendo ritorno alla lezione desanctisiana: il grande critico morrese, primo ministro della Pubblica istruzione del Regno d’Italia, nel IV governo Cavour, aveva ben compreso come la scuola avrebbe potuto aiutare il neonato Stato liberale a creare una moderna coscienza nazionale. La scuola come volano per la crescita nazionale, quindi. Del resto, lo ha riferito lo stesso Galli della Loggia, intervenuto al dibattito, «la scuola ha un ruolo importante, soprattutto nelle regioni meridionali: infatti essa rappresenta a volte, per molti dei ragazzi che sono nati e vivono in queste zone, l’unica speranza di crescita ed affermazione personale».

Il volume, ha ribadito l’autore, «benché sia un libro contro lo stato attuale della scuola italiana, non vuole proporre e promuovere il ritorno ad una scuola del passato». La scuola del passato, quella nata dalla riforma Gentile, era una scuola essenzialmente classista: una scuola che garantiva il successo soltanto ai figli delle classi sociali più abbienti, capaci di potersi pagare gli studi, mentre ostacolava il successo di coloro che, per motivi di famiglia, non potevano proseguire con gli studi, ma erano costretti ad abbandonare l’istruzione ed avviarsi al lavoro. Una scuola del genere non poteva, però, a lungo sopravvivere in una società democratica, come quella dell’Italia repubblicana.

La critica al sistema scolastico gentiliano, promossa anche da pedagogisti – e Galli della Loggia ha particolarmente ricordato il ruolo svolto in questo senso dalla Lettera ad una professoressa di Don Milani – ha provocato «il terremoto del Sessantotto»: dopo la contestazione studentesca, infatti, la scuola italiana è diventata, finalmente, una scuola democratica e di massa. Ma come si è tradotto nei fatti, secondo l’autore, questo mutamento? «La scuola democratica è diventata una scuola che tende a non bocciare, che mira a promuovere. Il problema non è più che non viene bocciato il figlio del povero, come accadeva nella scuola classista, ma che non viene bocciato il figlio del ricco»: insomma, il conflitto sociale tra ricchi e poveri non è stato affatto superato dalla scuola, ma si è semplicemente trasferito al mercato del lavoro, dove ha più possibilità di riuscita il primo rispetto al secondo. In questo modo, «con una scuola che aspira a promuovere indistintamente, l’istituzione scolastica ha rinunciato al compito di accertamento del merito. Una scuola che voglia essere davvero democratica deve essere una scuola che, come affermato dall’articolo 3 della Costituzione, deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Una scuola che deve colmare le differenze di partenza».

Una scuola del genere ha necessariamente bisogno di bravi insegnanti, di docenti che davvero sentano l’importanza del ruolo che rivestono. Quello del ruolo dei docenti è un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico sullo stato della scuola italiana. E ne rappresenta uno dei problemi principali: il corpo docenti italiano è poco specializzato. Non solo per colpa degli stessi, ma soprattutto per colpa dello stesso sistema scolastico. «I motivi per cui gli insegnanti italiani non sono bravi sono essenzialmente due: il primo è legato al modo di accesso all’insegnamento, che non avviene più per concorso ma sempre più per infornate di precari; il secondo è legato all’eccessivo egualitarismo dei salari, dovuto ad una sconsiderata politica sindacale, che evita di offrire qualsiasi tipo di riconoscimento al bravo insegnante». Naturalmente per poter superare definitivamente il secondo punto occorrerebbe prima di tutto capire cosa possa differenziare un bravo insegnante da uno meno bravo; Galli della Loggia propone di tornare al modello del concorso per merito distinto, abolito nel 1974, in pieno clima post-sessantottesco.

Quindi, quale deve essere il compito della scuola? Formare le persone, come nel pensiero di De Sanctis, o semplicemente diffondere i saperi? E cosa sono i saperi? Secondo l’onorevole Gerardo Bianco, intervenuto al dibattito in qualità di presidente dell’Animi, negli ultimi anni si è assistito «ad una supremazia del dibattito intorno allo strumento con il quale diffondere il sapere, piuttosto che incentrarsi sul sapere». Questo cambiamento di prospettiva, secondo Galli della Loggia, ha un suo momento preciso di fondazione: quando, con l’avvio del regolamento dell’autonomia scolastica, si è andata sempre più diffondendosi la didattica per competenza. «Con la competenza, infatti, si stabilisce la superiorità del fare su quella del sapere». L’autonomia scolastica, inoltre, ha trasformato la scuola in un’azienda, guidata da un manager, il dirigente scolastico, che si rapporta con i docenti come un imprenditore si rapporta con i suoi dipendenti. E l’effetto principale di questa trasformazione è stata la competizione tra scuole: «le scuole sono state costrette ad entrare sul mercato e a sottostare alle leggi del mercato. Per sopravvivere – e solo le scuole più ricche possono sopravvivere, quelle che riescono ad ottenere più finanziamenti – hanno bisogno di promuoversi, di pubblicizzarsi, di offrire un’offerta formativa migliore rispetto a quella dei suoi concorrenti. In questo modo si è andata definitivamente perdendo quella cosa preziosa che era l’elemento nazionale dell’istruzione».

Dunque l’aula si è svuotata. Si è svuotata dell’insegnamento dei saperi, principalmente. Lo ha ben evidenziato Gerardo Bianco, quando ha affermato che «la vacuità dell’aula è soprattutto l’assenza della formazione e della cultura». Specialmente di quella umanistica. Se la scuola deve servire semplicemente al mercato del lavoro, servono solo le competenze scientifiche e tecniche. Del resto – ha proseguito Bianco – «oggi si parla soprattutto di formazione digitale. Ma può il digitale essere un elemento costitutivo della personalità umana? La risposta è certa, ovvia: no». La cultura umanistica deve ritrovare quel ruolo che aveva un tempo. Ciò non significa separare la cultura umanistica da quella scientifico-tecnica. Significa, invece, evidenziare le principali caratteristiche della cultura umanistica: «la capacità di stabilire un rapporto tra noi e il nostro passato, creando, quindi, un legame di identità; far crescere il nostro spessore umano e a diventare più sensibili, più umani».

E in questo panorama desolante, una risposta positiva, una piccola speranza, sembra arrivare proprio da un territorio come la provincia di Avellino. Infatti il consigliere provinciale con delega alla Cultura e alla promozione del territorio, Rosanna Repole, intervenuta al dibattito, ha ricordato come nell’ultimo anno, nell’istituto superiore “Francesco De Sanctis” di Sant’Angelo dei Lombardi, siano aumentate le iscrizioni al liceo classico. Insomma, lentamente, si sente sempre più il bisogno di cultura.

In un mondo sempre più globale, sempre più connesso con le reti, ma sconnesso con le proprie identità, diventa importante riaffermare il valore della cultura. E solo una scuola che sia moderna, che modifichi la sua attuale identità, può sperare di rivedere nuovamente piene le proprie aule.

 

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