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    04/08/2020

Il libro di Orefice/La rivoluzione di Eleonora Pimentel Fonseca nella Repubblica napoletana

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura6_eleo_pimentel.jpgAVELLA – Torna a vivere il comitato irpino dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano. E lo fa dal palazzo municipale di Avella. Il comitato, erede di quello di Avellino presieduto da Modestino Della Sala e da anni non più attivo, ha deciso di nominarsi “irpino” con lo scopo di «dare il giusto risalto alle vicende che hanno visto protagonista la provincia di Avellino durante l’età del Risorgimento. Si è deciso di partire da Avella – ha spiegato il presidente del comitato, la professoressa Antonella Venezia – perché ci stiamo avvicinando ad un anno importante. Quest’anno, infatti, ricorre il bicentenario dei moti costituzionali del 1820-21, prima tappa del Risorgimento che avrebbe portato all’unificazione italiana, che hanno avuto origine proprio nel Mandamento». L’occasione per presentare al pubblico – e il rapporto con il pubblico, con la società civile e con la scuola sarà fondamentale nella vita del comitato, come ha anche spiegato Giovanni Valletta, referente nazionale dei comitati provinciali dell’Istituto, venuto a portare i saluti della direzione nazionale – le attività del comitato irpino è stata la presentazione del volume di Antonella Orefice Eleonora Pimentel Fonseca. La protagonista femminile della Repubblica Napoletana del 1799, edito da Salerno.

Un pubblico numeroso ed attento ha ascoltato gli interventi dell’autrice del volume e della professoressa Renata De Lorenzo, già professore ordinario dell’Ateneo federiciano e presidente della Società Napoletana di Storia Patria, sulla vicenda biografica, umana ed intellettuale, di una donna che ha rappresentato un’importante figura del Settecento napoletano. Eleonora Pimentel de Fonseca – già nota al grande pubblico in quanto protagonista del romanzo di Enzo Striano Il resto di niente – fu, infatti, non solo la protagonista indiscussa delle vicende della Repubblica Napoletana del 1799, quanto una donna forte ed emancipata. Vittima di abusi da parte del marito – le frequenti percosse le procurarono diversi aborti –, sposato in un matrimonio, come si voleva all’epoca, senza amore, ne chiese il divorzio. Intellettualmente precoce, entrò giovanissima a far parte dell’Arcadia e poi fu in contatto con l’ambiente dell’Illuminismo napoletano. Poetessa di corte, all’indomani della nascita della Repubblica e, soprattutto, durante il suo tragico epilogo, venne considerata traditrice e condannata a morte. Una morte che affrontò a viso aperto, senza paura, sempre mossa da quell’ideale in cui aveva creduto.

Dalle vicende biografiche di Eleonora, ben raccontate nel volume dell’Orefice, emerge, quindi, il ritratto di una persona prima che di un personaggio. Influenzata, come lo siamo tutti, dall’epoca in cui viveva. Il Settecento – lo ha ricordato la De Lorenzo – «fu un secolo affascinante e allo stesso tempo problematico. E Napoli rappresentava in pieno questa doppia caratteristica. La capitale borbonica, infatti, grazie all’attività di quegli intellettuali come Filangieri, Genovesi, Pagano, era una realtà culturalmente aperta, in costante contatto con gli ambienti più avanzati dell’intellettualità europea. Ma, allo stesso tempo, risiedeva a Napoli una corte che, sebbene riformista, aveva paura di quegli ideali e voleva evitare che si diffondessero fra la popolazione».

L’evento che influenzò la storia di Napoli – come quella di qualsiasi Paese occidentale nel corso del Settecento – fu la rivoluzione francese. Con lo scoppio della rivoluzione la monarchia mostrò ed accentuò i suoi tratti conservatori ed assolutistici, entrando in guerra contro la Francia rivoluzionaria. Ma la forza delle idee, ormai circolate e fatte proprie dagli intellettuali anche napoletani, fra cui la stessa Eleonora, non poteva fermarsi. Si arrivò, così, alla rivoluzione napoletana del 1799 ed alla fondazione della Repubblica Napoletana, in cui un ruolo da indiscussa protagonista ebbe la stessa Eleonora. La poetessa portoghese diresse e guidò da sola il giornale “Il Monitore Napoletano”, periodico della Repubblica. Attraverso quel foglio, l’intellettuale cercò di diffondere gli ideali in cui credeva e in cui stava lottando.

«Si aprì per Eleonora – ha proseguito la De Lorenzo – un problema politico: come creare consenso intorno alla Repubblica? Per crearlo era necessario comunicare con il popolo. E in un’epoca in cui si andava creando l’opinione pubblica, il giornale era uno degli strumenti più efficaci per farlo». La storia ci ha poi dimostrato che il tentativo di Eleonora non andò a buon fine, perché maggiore presa nel popolo ebbe la propaganda borbonica – con il fondamentale appoggio della Chiesa cattolica. E il primo atto che il restaurato governo monarchico compì fu, non a caso, quello di condannare a morte quegli intellettuali che avevano presentato un vero pericolo contro l’assolutismo borbonico. Tagliando loro le teste si voleva sradicare il loro messaggio. Perché, come ha opportunatamente osservato Antonella Orefice, «sono le persone acculturate, quelle libere di pensare, a rappresentare il problema più grave e difficile da affrontare per le tirannie. Non è un caso – ha chiosato – che tutte le dittature iniziano con il rogo dei libri». Ma nonostante la morte, l’insegnamento di Eleonora e degli altri protagonisti della breve vita della Repubblica Napoletana, rimase inalterato, andando ad infiammare l’animo delle generazioni successive di patrioti e di intellettuali.  E in un’epoca come la nostra, in cui sentimenti di odio e di violenza tornano, preoccupatamene, a mostrarsi, e in cui la cultura sembra sempre più relegata ai margini della vita sociale, una vicenda come quella di Eleonora ha ancora da insegnarci molto.   

 

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