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    23/04/2026

Il viaggio di Francesco De Sanctis da Napoli a Morra per sfuggire al colera

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Francesco De SanctisAVELLINO - «E ci voleva pure il colera! Questo ignoto e sinistro morbo, dopo di avere spaventato mezza Europa, piombò sopra Napoli come un flagello. Le immaginazioni furono colpite; la paura rendeva irresistibile l’epidemia. Si raccontavano molti casi di colera fulminante, con le circostanze più strazianti. Si parlava di famiglie intere spente, di migliaia di morti al giorno, e coi più minuti particolari si descrivevano i casi di contagio. Non c’erano allora giornali; il governo col suo mutismo accresceva il terrore e provocava le esagerazioni. Quel tintinnio di campanelli che accompagnava le comunioni, pareva la campana dei morti; i più agiati fuggivano alle loro ville; la plebe squallida e sudicia faceva spavento; nessuno osava accostarsi; l’uno fuggiva l’altro. La vita pubblica fu sospesa; le scuole, le botteghe erano deserte. Il morbo, che dopo alcuni mesi pareva ammansito, riprese con più furore l’estate dell’anno appresso. È rimasta ancora nella memoria la giornata di San Pietro e Paolo, per il gran numero dei morti. Avvenivano scene che richiamavano alla memoria gli untori di Milano. Gli opuscoli dei medici confondevano ancor più le menti. Chi affermava l’epidemia e chi il contagio. Molti i rimedi, e perciò si prestava poca fede ai medici e alle loro cure».

Non è un bollettino al tempo del coronavirus (imperversavano anche allora le polemiche sull’operato dei medici) ma l’inizio del capitolo 20 della Giovinezza in cui il «signorino» Francesco De Sanctis racconta perché lascia la capitale del Regno falcidiata dal colera per fare ritorno, invocato dai suoi familiari, a Morra Irpina.

Siamo nell’ottobre del 1837. Partito da Napoli a bordo di una diligenza e dopo aver pernottato ad Avellino presso il famoso locandiere Peppangelo, De Sanctis si rimise in viaggio alla volta del suo paese natale la mattina seguente a cavallo di una mula insieme con il contadino che l’accompagnava. Fu una traversata del territorio irpino a dire poco avventurosa a causa del maltempo che non dava tregua. Salvifica si rivelò la sosta a Castelvetere sul Calore presso la taverna Santa Lucia.

«Giunsi alla famosa taverna di Santa Lucia – annota – e il cuore mi si allargò, come vedessi Gerusalemme. Mi aiutarono a scendere, che ero intirizzito e non mi potevano le gambe. Entrai in un camerone oscuro e sudicio, che mi parve una sala principesca, e mi gettai al desco senza badare al tovagliolo e alla forchetta: avrei mangiato con le dita. Pane nero, formaggio piccante, peperoni gialli e una caraffa di vino asciutto furono per me un pranzo da re…Mi levai arzillo e mi venne la chiacchiera con quei mulattieri, pastori e contadini, che trincavano, giocavano e bestemmiavano. Presto mi si fecero familiari, e mi invitarono a bere, e cioncai e giocai con loro, e non mi parve scendere dalla mia altezza. La natura non mi aveva dato un’aria signorile e di comando, e con la mia sincerità mi presentavo tal quale, senza apparecchio e senza malizia. Evviva lo Signorino!, dicevano; e s’erano rabboniti tra loro, e io stringeva quelle grosse mani, come per dare un pegno di fratellanza».

È un novello Machiavelli il giovane De Sanctis che si intrattiene con mulattieri, pastori, contadini nel camerone della taverna Santa Lucia di Castelvetere. Come il grande segretario fiorentino, in esilio forzato nella sua tenuta dell’Albergaccio a Sant’Andrea in Percussina, tra Firenze e San Casciano in Val di Pesa, “s’ingaglioffa per tutto dì giuocando a cricca, a trich trach nell’osteria con un beccaio, un mugnaio, due fornaciai” – salvo poi, la sera, a casa, quando nel suo scrittoio, spogliatosi di “quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, “rivestito condecentemente entra nelle antique corti degli antiqui huomini" (Lettera a Francesco Vettori, 10 dicembre 1513) – così il futuro autore della Storia della letteratura italiana e dei Saggi critici (che del razionalismo di Machiavelli sarà uno dei maggiori interpreti), forse per dimenticare momentaneamente le tristezze della Napoli invasa dal colera, s’abbandona, “senza apparecchio e senza malizia”, a stringere quelle grosse mani dei suoi popolani interlocutori, che presto gli divennero familiari, come “per dare un segno di fratellanza” e di legame con la sua gente e la sua terra.

Un rapporto, comunque, quello con l’Irpinia, non sempre facile tanto che nelle elezioni del 1882 De Sanctis sarà costretto a candidarsi nel collegio di Trani.

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L’aneddoto - E a proposito di De Sanctis mi sovviene l’episodio capitatomi con uno studente di Morra, episodio peraltro raccontato in pubblico da Tonino Di Nunno nel corso di un convegno al circolo della stampa in cui si parlava del letterato ed uomo politico irpino dell’Ottocento che, insieme con Pasquale Stanislao Mancini, il grande giureconsulto di Castel Baronia, sarà uno dei fondatori della nuova Italia all’indomani dell’Unità.

Siamo nel dicembre del 1971. Mi ero laureato il mese prima e sapevo di dover ricevere da un momento all’altro, non potendo più usufruire del rinvio per motivi di studio, la cartolina per il servizio militare. Nell’attesa feci delle domande nelle scuole e, per la verità, nel giro di pochi giorni, fui chiamato a svolgere una supplenza di latino e greco nel liceo-ginnasio di Sant’Andrea di Conza, ospitato nell’antico episcopio, allora sezione staccata del liceo “Pietro Paolo Parzanese” di Ariano Irpino (sarebbe poi passato alle dipendenze del “Francesco De Sanctis” di Sant’Angelo dei Lombardi).

Vennero le vacanze di Natale e per ritornare ad Avellino presi allo scalo di  Calitri-Pescopagano, come facevo ogni fine settimana, il treno che attraversa la nostra Irpinia lungo la storica linea Avellino-Rocchetta Sant’Antonio e di cui si servivano tutti gli studenti pendolari della zona. Grande euforia negli scompartimenti, soprattutto tra i giovani allievi che finalmente potevano godere delle vacanze natalizie. Tra di loro ce n’era uno particolarmente vivace, il classico ragazzo di paese, ruspante, che manifestava la sua gioia con un’eccessiva esuberanza infastidendo però, in qualche modo, alcuni dei passeggeri, soprattutto quelli più anziani. Allora per cercare di calmarlo gli diedi a parlare e gli chiesi: “Ragazzo, di dove sei?” “Professo’, sono di Morra”. “Di Morra? Il paese di De Sanctis”, gli replicai. E lui, di rimando, senza pensarci su due volte: “De Sanctis? Professo’, nui tenimmo Gargani presidente”.

Peppino Gargani – all’epoca presidente della Provincia, figlio di Morra De Sanctis, uno dei protagonisti della politica irpina a partire dagli anni Settanta, dal movimento giovanile della Democrazia cristiana a sottosegretario alla Giustizia – ha sorriso quando, nel maggio del 2016, sollecitato da alcuni amici, gli raccontai l’episodio al termine della commemorazione tenuta, nella sala consiliare del Comune di Avellino, da Ciriaco De Mita in onore di Biagio Agnes, il futuro direttore generale della Rai, che, insieme anche con Gerardo Bianco, Nicola Mancino, Antonio Aurigemma, Gianni Raviele, Salverino De Vito e Mario Gabriele Giordano, diede vita nel 1954 ad un giornale Cronache Irpine, nato sull’esempio di Cronache sociali di Giuseppe Dossetti, con la redazione nella storica tipografia Pergola, la stessa che aveva ospitato Il Corriere dell’Irpinia fondato da Guido Dorso, l’autore della Rivoluzione meridionale.

 

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