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    21/09/2020

L’anniversario del 14 settembre/Avellino non dimentica

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Una veduta dall'alto dei AvellinoAVELLINO – Uno degli avvenimenti che ha segnato la storia di Avellino del secolo scorso è il bombardamento aereo del 14 settembre 1943, una vera e propria tragedia che, alle 11 del mattino di 77 anni fa, sconvolse la vita della nostra comunità.

Uno dei più attenti custodi della memoria di quegli avvenimenti è stato Antonio Di Nunno, l’ex sindaco scomparso il 3 gennaio del 2015 che, da giornalista attento e studioso appassionato della nostra storia qual era, di quelle vicende aveva già scritto nel 1975 sulla prestigiosa rivista della Camera di Commercio Economia Irpina in un vero e proprio saggio dal titolo Lotte politiche in Irpinia, 1943-1946.

Un altro intervento, La lunga notte di Avellino nel settembre del 1943, Di Nunno l’ha fatto sulle colonne del nostro giornale, L’Irpinia, il 14 settembre del 2012, sempre in occasione dell’anniversario dei bombardamenti, calamitando subito l’attenzione dei lettori che, da allora, hanno superato le 11mila visite sul nostro sito.

Ancora una volta, dunque, riproponiamo la lettura dei due articoli che costituiscono un contributo notevole a rafforzare la memoria, soprattutto nelle giovani generazioni che si accingono a riprendere la scuola, di un periodo e, soprattutto, di un evento che, insieme con il terremoto del 23 novembre 1980, di cui quest’anno ricorrerà il 40° anniversario, rimarrà indelebile nella storia della nostra città. Tra le foto che pubblichiamo alla fine c'è quella del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat che, durante la sua visita ad Avellino nel giugno del 1967 in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario della nascita di Francesco De Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini, rese omaggio al monumento delle vittime dei bombardamenti. Riproponiamo, inoltre, le foto di vecchie vedute della città. alcune delle quali risalenti agli anni successivi al dopoguerra.

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Lotte politiche in Irpinia, 1943-1946 – L'annunzio dell'armistizio fu salutato in tutta la provincia con manifestazioni di entusiasmo. La fine della guerra, annunciata ad un mese e mezzo dalla caduta del regime fascista, sembrava chiudere definitivamente l'epoca delle privazioni e dei lutti. L'Irpinia aveva pagato il suo tributo di sangue con i caduti: ma ora era viva in tante famiglie la speranza di veder ritornare salvi i propri congiunti. In quelle ore il pensiero cupo del comportamento che avrebbe tenuto il vecchio alleato tedesco interrompeva soltanto la sensazione di gioia che tutti provavano per la fine dell'incubo.

Le scorrerie dei tedeschi, lo sbandamento dell'esercito e di ogni altra autorità, i saccheggi dei depositi militari oramai in balia dei predatori apparivano come l'ultimo prezzo da pagare alla follia della guerra: prezzo non eccessivamente alto rispetto ai sacrifici di altre città e altre province. L'armistizio sanciva, agli occhi cittadini, lo scampato pericolo dei bombardamenti patiti in quegli anni dalle altre città d'Italia. Avellino era considerata zona tranquilla, tanto che da più parti d’Italia parenti o amici di avellinesi vi inviarono familiari per saperli al sicuro.

«Mentre io attraverso Piazza della Libertà, dove la vita si svolge con la consueta placida calma, un fulmineo tremendo crollo come per cannonate, fra un turbinio di proiettili di rottami, scaraventa persone e cose in ogni lato e lancia anche me a terra accecandomi Non uno stridore di sirena, non un rombo di veicoli che ne annunziasse l'avanzata, quindi non penso a bombe scagliate dall’alto; ho invece la sensazione – la mente in quell'istante era incapace di discernere – che le forze americane, che già si sapevano a Salerno, irrompessero furibonde e fulminanti da via Due Principati nella nostra maggiore piazza».

Con queste parole Vincenzo Cannaviello ricorda nel suo libro «Avellino e l'Irpinia nella tragedia del 1943-44» i drammatici momenti della mattina di quel terribile martedì. Erano le undici meno cinque del quattordici settembre. Con quel tonfo lugubre – procurato dalle bombe sganciate sulla città da 36 fortezze volanti durante la prima delle otto incursioni aeree di quel giorno – si annunciava per la popolazione del capoluogo irpino l'inizio di una vita di stenti, di dolori, di privazioni, di umiliazioni. I bombardamenti continueranno il giorno successivo e il 17, il 20 ed il 21, ad opera di caccia-bombardieri  «Lightnings» e nei giorni successivi ad opera dei cannoni. L'incubo svanì con la fine di un violento temporale scatenatosi sulla città e i dintorni la  notte del 29 settembre. Con il sereno ed il silenzio giunsero anche le truppe alleate che entrarono in Avellino all'alba di venerdì primo ottobre.

Più di ogni altra cosa, quei terribili diciassette giorni avevano lasciato sul volto della città e dei cittadini un segno indimenticabile: oltre millecinquecento i morti, centinaia i feriti, centinaia di famiglie colpite dal lutto, ed in tutta la città il fetore dei cadaveri che imputridivano sotto le macerie, lo sgomento di chi aveva perduto ogni cosa, l'incredulità di chi aveva veramente creduto che ad Avellino non sarebbe accaduto nulla. E poi i saccheggi nella città abbandonata dagli abitanti, le scene di fuga, di viltà, di abbandono da parte di chi avrebbe dovuto prendere delle decisioni. Pagine raccapriccianti di storia che bollarono, come prima non era successo, il regime fascista che quella guerra aveva voluto e la classe dirigente che aveva localmente espressa.

L'antifascismo trovò, dopo quelle tragiche giornate, motivo di ripresa.  Anche ad Avellino furono le giornate successive alla fine del regime a far generalizzare il processo dl riconsiderazione dei mali subiti. L'incredibile vicenda dell'abbandono della città da parte delle autorità (il prefetto Zanframundo, il comandante dei carabinieri Martino, il questore Vignale, e persino il direttore dell'ospedale civile, dott. Paolucci) – mentre i cadaveri marcivano, i vivi morivano sepolti dalle macerie, i feriti morivano per la mancanza di medici, i malati si lanciavano dai balconi dell'ospedale di Piazza Maggiore giù sul selciato per non soffrire, le case venivano saccheggiate da cittadini disonesti appartenenti ad ogni ceto – scatenerà un'ondata di polemiche e di accuse che non produrranno alcun intervento. L'indignazione della popolazione aumenterà non appena più preciso si sarà fatto il quadro del danno reale che la provincia avrà subito in quel periodo: danneggiati o distrutti 830 chilometri di strade, 151 ponti sulle sole strade statali, 212 tra acquedotti, fognature, ospedali e mattatoi, 190 tra chiese ed istituti di beneficenza, 107 edifici pubblici, 64 edifici scolastici, 35 opere idrauliche, 12 cimiteri, due interi rioni ad Ariano Irpino e due a Solofra, un rione a Pietrastornina, 3650 abitazioni per 23.475 vani, dei quali 16.578 –  quasi la metà delle abitazioni – nella sola Avellino. Incalcolabili i danni sul piano delle privazioni che tutti i cittadini subirono per la mancanza di generi alimentari, per la borsa nera, per 11 freddo, per le umiliazioni continue che venivano dal comportamento delle truppe di occupazione (americani, inglesi, scozzesi, marocchini. senegalesi ed anche indiani). Quasi undici mesi durò in provincia l'amministrazione alleata: furono undici mesi terribili che sconvolsero, anche sul piano morale, la vita della città. L'invadenza degli invasori, lo stato di bisogno degli occupati e la mancanza di mezzi di sussistenza provocarono il nascere ed il fiorire di speculazioni di ogni genere e della prostituzione. Il vescovo di Avellino, Mons. Bentivoglio, che era stata l'unica autorità a non abbandonare la città durante il bombardamento, fu a tal punto colpito dallo stato di degenerazione in cui versava la città  che si vide costretto a rivolgere un pubblico appello – il primo gennaio '44 – contro tanti cittadini onesti divenuti ladri in occasione dei bombardamenti e contro tante donne che avevano trovato nella prostituzione il mezzo per sostenere le proprie famiglie.

La fame ed il freddo passarono come un tornado sui cittadini: nel giro di pochi mesi erano scomparse abitudini e tradizioni, il capoluogo sembrava vivere esclusivamente in funzione delle truppe di occupazione, la stessa toponomastica cittadina era stata sconvolta, venendo le strade chiamate con nomi inglesi. Nascevano nuovi avvilenti mestieri, e nessuno aveva da ridire se per «King street» (come fu ribattezzato dagli alleati il Corso Vittorio Emanuele) militari canadesi ubriachi investivano, uccidendoli, i malcapitati passanti.

La partenza degli amministratori militari da Avellino avvenne verso la metà di agosto del '44. La bandiera italiana – issata «per benevola concessione» dell'allora comandante alleato, maggiore Sisson, sul balcone del palazzo della prefettura tra i colori statunitensi ed inglesi nel pomeriggio del 23 ottobre '43 – rimase a simboleggiare il ritorno della pro-vincia di Avellino sotto la normale di-pendenza del governo italiano.

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La lunga notte di Avellino nel settembre del 1943 – Un gruppetto di ragazzi decide di andare a vedere da vicino un aereo (i suoi resti) caduto qualche giorno prima nella campagna oltre la chiesa dei Liguorini a ridosso della strada – la vecchia “nazionale” dei Due Principati – che da Avellino conduce, allora unico collegamento, a Salerno. Dopo aver superato il ponte della Ferriera ed ormai sulla salita che inizia dopo villa Amendola, verso le undici il rumore di un aereo fa alzare verso il cielo gli occhi dei ragazzi che si accorgono che dietro quell’aereo ce n’erano tanti altri disposti in più file. Due di loro si spaventarono e decisero di tornare a casa: avevano paura dei rimproveri dei genitori più che del pericoloso rombo degli aerei.

Come dicevano i loro compagni tanti aerei erano già passati su Avellino ma si erano diretti altrove, si diceva su Benevento dove più volte era stata colpita la stazione ferroviaria. Ma quella volta – il 14 settembre di quel terribile ’43 – le cose andarono diversamente. E mentre i due fratelli correvano verso casa in un vicolo che dava su via Trinità (li avrebbero trovati morti schiacciati da travi e blocchi di tufo) i ragazzi rimasti sulla salita assistettero al bombardamento della città. “Uno di quei ragazzi ero io”, racconterà decenni dopo l’ingegner Carmine Fumo. Videro il fumo e la polvere alzarsi soprattutto dalla zona del Carmine dove si stava svolgendo – come da sempre – il mercato. Proprio nell’androne del palazzo attiguo alla chiesa di Sant’Anna trovò rifugio un ragazzino che fece giusto in tempo a vedere un uomo di fronte a sé quando uno spostamento d’aria causato dall’esplosione di una bomba presso la chiesa fece sbattere violentemente le pesanti ante del portone verso l’interno. Quando l’anta si riaprì, al ragazzino toccò di vedere come era stato ridotto (spiaccicato sul muro) l’uomo che qualche secondo prima aveva, come lui, cercato riparo dentro l’androne del palazzo. Quell’immagine è poi sempre rimasta nella mente e negli occhi del compositore e maestro Mario Cesa.

Le bombe caddero su tutta la città, dalla collina della Terra, dove fu colpito seriamente il seminario, a Piazza Centrale dove rovinò anche parte della facciata della Dogana, al Corso Vittorio Emanuele dove riparati gli edifici nella zona che oggi fa da imbocco di via Dante, rimangono in bella mostra i resti del fabbricato, mai ricostruito, al cui piano terra c’è oggi il caffè Fraps che la memoria velocemente sbiadita di molti avellinesi malamente registra come relitto del sisma del 1980. Sisma che, per la verità, nella fase di ricostruzione, chiuse invece la ferita provocata dalla guerra all’imbocco di via Nappi mentre uno strano rabberciamento edilizio ha tentato di chiudere il disastro dell’inizizo di vico Casale dal lato di Piazza Garibaldi.

Danni notevoli in via Due Principati dove peraltro l’ultimo palazzo a destra prima del ponte (l’edificio in stile liberty attaccato allo scalone) portava ancora i segni di colpi di mitragliatrice quando dopo il terremoto fu demolito. Ma proprio in via Due Principati forse gli alleati cercavano di colpire il ponte, unico attraversamento decente sulla direttrice Napoli-Avellino-Salerno, direttrice divenuta importante dopo lo sbarco degli alleati sulle spiagge tra Agropoli e Pontecagnano. Dopo l’8 settembre del 1943 la direttrice Napoli-Salerno era bombardata di continuo ed i germanici per andare a fermare gli anglo-americani decisero di passare per l’interno.

Fu così che Avellino si trovò la guerra in casa: e cioè i morti, il sangue, i feriti, le distruzioni. Fino ad allora la guerra ad Avellino era stata il clima cupo tipico di una nazione sull’orlo di un disastro: lettere dal fronte, le notizie dei caduti sui vari fronti, le comunicazioni dei militari finiti prigionieri nei campi allestiti da americani ed inglesi in Nord Africa, in Kenia, negli Usa o, per i più sfortunati, dopo l’armistizio in Germania (ma anche in Austria ed in Polonia) o, peggio, in terra sovietica. E naturalmente la pagina scura del fascismo morente, ma soprattutto le privazioni della guerra: la fame, prima di ogni cosa. In quei giorni prima anche della voglia di libertà.

Non a caso, con la caduta del fascismo, il 25 luglio, il primo eclatante episodio di violenza in città (un piccolo capoluogo di meno di trentamila abitanti) fu l’assalto all’edificio del distretto militare dove c’erano pasta, farina ed olio. La folla portò via tutto, anche scarpe, calzettoni e divise: il ricordo degli ultimi inverni era troppo vivo. In quei giorni fu aperta anche la porta del carcere di via Dalmazia per farvi entrare i giovani (prevalentemente militanti comunisti ed azionisti) che avevano osato fare volantinaggio per chiedere che la caduta del fascismo rappresentasse la fine della guerra ed una svolta repubblicana e democratica. Ma il governo Badoglio e la monarchia non erano teneri verso quanti spingevano verso questa direzione. Quei giovani – Federico Biondi, Carmine Battista, Clemente Possemato, Antonio Maccanico ed altri antifascisti – furono liberati soltanto dopo l’8 settembre.

Un destino infelice volle che Avellino entrasse in guerra, la sua guerra, dopo la caduta del fascismo e addirittura dopo l’armistizio (ed a pochi giorni dall’ingresso in città dei liberatori). La prima svolta si ebbe con lo spostamento di una colonna germanica da Napoli verso Avellino, in direzione Salerno. Quella colonna, per un’incertezza dei motociclisti che erano in testa, anziché seguire la statale delle Puglie, deviò verso Nola dove il comandante della caserma del quarantotto, quella da dove partirono Morelli e Silvati con i 130 cavalleggeri e i 20 carbonari in direzione di Avellino per la rivolta antiborbonica di più di un secolo prima, aveva messo una mitragliatrice all’ingresso dell’abitato. I tedeschi erano ormai i nuovi “nemici” e potevano attaccare la caserma. “Se girano verso Nola sparate, se vanno verso Avellino state fermi”: fu questo l’ordine dato dal comandante del “48”. Purtroppo i motociclisti tedeschi sbagliarono e la mitragliatrice li colpì. La colonna tedesca si fermò e per Nola fu una notte da incubo. Solo all’alba i tedeschi si mossero e si presentarono con i carri armati sul foro boario davanti la caserma da dove uscirono dieci ufficiali ed un soldato che aveva messo uno straccio bianco sulla punta del suo moschetto. Breve colloquio con gli ufficiali tedeschi e poi tutti dentro la caserma da dove si udirono raffiche di mitra e da dove furono fatti uscire tutti i soldati. Andati via i tedeschi, chi entrò in caserma vide i corpi senza vita degli ufficiali e del soldato giacenti sulle latrine. La pietà dei nolani consentì la sepoltura degli ufficiali nelle cappelle gentilizie del cimitero. Anche del soldato che, non avendo documenti o piastrina, non si sapeva chi fosse. Così nel tempo gli ufficiali furono riportati a casa nel giro di qualche anno mentre il ritorno del soldato nella sua Gioia Sannitica avvenne decenni dopo e soltanto per una fortuita circostanza e l’ostinazione della famiglia che lo ospitava.

Quando la notizia dell’eccidio (oggi ricordato da una lapide apposta sul palazzo comitale, ora tribunale, di Nola) si sparse, arrivarono in tanti dai paesi vicini. Il giovane Ettore Maggio girò inorridito la testa da un’altra parte. Non fu così quando andò a vedere il primo americano ucciso dai tedeschi sul tratto di strada che da Baiano porta a Mugnano. “Capimmo tutti che gli americani avrebbero stravinto la guerra guardando il volto di quel ragazzo che aveva un colpo al centro della fronte. Era sbarbato, pulito. E poi era vestito di tutto punto quando noi (ed i nostri soldati) avevamo le pezze al culo”. Ettore Maggio sarà poi sindaco di Sirignano, politico e presidente dell’appena nato conservatorio Cimarosa di Avellino.

Il passaggio dei tedeschi per Avellino durò finché gli americani si portarono alle porte di Napoli (fine settembre). Il bombardamento di Avellino doveva servire a fermare i tedeschi. L’obiettivo di quei giorni non fu proprio raggiunto. Fu più vincente la risalita verso Salerno, Cava, Nocera e soprattutto la notizia della rivolta di Napoli. Prima città europea, lo vogliamo ricordare, ad aver cacciato i tedeschi, l’unica ad averlo fatto quando le armate germaniche erano ancora forti e non in fuga.

Intanto, il bombardamento di Avellino aveva provocato il disastro prevedibile: qualche migliaio tra morti e feriti, case distrutte, una popolazione quasi convinta che la guerra fosse finita che tentò di trovare rifugio nelle campagne circostanti. Uno dei punti di riferimento più importanti per molti avellinesi fu la casa in contrada Chiaira della famiglia Picariello, famiglia che aveva dato alla Chiesa due suoi figli, i sacerdoti Mario e Clemente. Su quella collina si aggregò tantissima gente ed ogni tanto qualcuno scendeva in città per riferire delle zone più devastate, per rassicurare sulle condizioni di questo o quel fabbricato, o per disilludere quanti la casa l’avevano perduta, o per descrivere le condizioni della città (vuota) con le sue strade, soprattutto nella zona del Carmine, piene di cadaveri. E dei tanti feriti che venivano curati su quella sorta di rifugio che era diventata la collina dei Cappuccini dove si adoperavano i frati, il preside della scuola agraria Lorenzo Ferrante che aveva trasformato le aule in corsie, qualcuno dei medici e degli infermieri dell’ospedale di piazza Duomo subito evacuato guidati da un ufficiale medico della Marina che ad Avellino nessuno conosceva. Quel capitano medico era di passaggio. Di fronte al vuoto che si trovò davanti ed alla fuga di tanti si mise all’opera. Quel medico era un ufficiale di Trapani. Si chiamava Domenico Laudicina e si trovò a guidare i soccorsi insieme al preside Ferrante e a padre Carmelo Giugliano, superiore dei Cappuccini. In pratica furono, di fatto, le uniche autorità cittadine vista la fuga (iniziata già con la caduta del fascismo) di tutti i vertici, e non solo quelli, delle istituzioni.

Quelli che non scapparono ed anzi misero le mani tra la polvere ed il sangue assursero al rango di autorità morale della città. Città che visse le settimane successive in una feroce emergenza. Mancava tutto e chi poteva rimaneva nelle campagne o presso parenti o amici nelle frazioni e nei paesi vicini, sapendo di rischiare di trovare ben poco nelle loro case quando vi avessero fatto ritorno. I saccheggi, del resto, erano cominciati in pieno centro già dopo il 25 luglio.

C’è un passaggio nel bellissimo e preciso libro dedicato da Vincenzo Cannaviello al bombardamento, Avellino e l’Irpinia nella tragedia del ’43, Pergola editore, che riassume l’ansia, la preoccupazione e la paura degli avellinesi in quei giorni. È il punto in cui Cannaviello ricorda la discesa dalla campagna dei Picariello giù verso il Fenestrelle e la faticosa arrampicata verso l’area dell’orto botanico (la villa comunale) sul cui ciglio intravide, oltre gli alberi ed il “Corso”, casa sua (Palazzo Urciuoli) ancora intatta. In tanti rimasero fuori Avellino per molti giorni ancora: i tedeschi erano ancora in città, gli americani erano lenti nel salire dalla piana di Montoro. A vederli venire da via Tedesco verso il centro fu, il primo ottobre, il diciassettenne Federico Biondi – giovane ammaliato dal partito d’Azione ma che fu subito attirato dal partito comunista di cui divenne autorevole dirigente. Amministratore pubblico ed intellettuale rigoroso è considerato uno dei pochi uomini d’acciaio tra i “cento” invocati dall’intransigente Guido Dorso – che aveva osato allontanarsi da corso Umberto dove era casa sua. Nel filmato girato dagli stessi operatori americani – quelli di compact film – si vede l’ingresso dei soldati Usa dal ponte che dal bivio della Puntarola porta ad Atripalda. Camminano guardinghi in fila indiana. Nel presentare questo spezzone di film nella trasmissione che Rai-regione dedicò ai cinquant’anni della fine della guerra, il direttore del Tgr-Rai fece notare che, a differenza di altre città, Avellino non aveva mostrato entusiasmo per l’arrivo dei liberatori: “Per le strade, disse, niente folla plaudente”. Ignorava evidentemente il pur valente Leonardi che da giorni gli avellinesi erano fuggiti e che le strade erano ancora piene di morti.

In un’intervista rilasciata appunto mezzo secolo dopo don Mario Picariello, da tempo al vertice del capitolo del Duomo, ricordò di aver sottoposto il problema dei cadaveri al vescovo di Avellino, monsignor Luigi Guido Bentivoglio, l’unica autorità rimasta al suo posto in città.

“ I cadaveri erano tanti – disse don Mario – che si rischiava una micidiale epidemia. Mi rivolsi ad un sergente americano per chiedergli delle taniche di benzina. Taniche che dopo un iniziale rifiuto del sergente ottenni. Con l’aiuto di volontari, militari americani e sacerdoti, formammo una sorta di catasta di cadaveri davanti via Rifugio, proprio all’angolo dove oggi le auto svoltano a sinistra per girare intorno a Piazza Libertà. Buttammo la benzina su quei resti e demmo loro fuoco. Mentre bruciavano presi una sigaretta dal taschino del sergente ed appoggiato ad un balcone malconcio del palazzo vescovile mi misi a fumare. Fu la prima sigaretta della mia vita”.

Molto lentamente la vita riprese. Germogliò qualcosa che era rimasto per anni nell’oscurità dei rifugi e nell’inesplorabile dell’animo umano: il desiderio di libertà, la voglia di vivere e di non uccidere. Tutto covato quanto più infuriava la tempesta. “Gli aerei portavano morte, scriverà Federico Biondi nel suo libro Andata e ritorno. Viaggio nel Pci di un militante di provincia – Elio Sellino editore, ma erano aerei amici…Un reparto dell’armata di liberazione che s’era assunto il compito di schiacciare per sempre il fascismo ed il nazismo…”.

Durante i mesi dell’occupazione si continuò a soffrire la fame. Le cose buone (caramelle, cioccolato, gomma masticante, polvere di piselli ecc.) le davano i soldati occupanti in libera uscita che cercavano osterie e ragazze. Nei quartieri popolari vi fu più d’un scontro. Non pochi soldati alleati finirono sgozzati nel Fenestrelle. Per la loro sicurezza i comandi dichiararono (con tanto di scritta) che le rampe Sant’Antonio abate e Macello, fosso Santa Lucia e San Leonardo erano da considerare off limits. Gli anglo-americani periti in quel periodo furono quasi subito riportati a casa. Una ventina di canadesi riposarono invece per un quarto di secolo in un cimitero improvvisato in via Serroni verso Valle. Toccò ai boy scout avellinesi portare ogni 2 novembre un fiore su quelle tombe. Anni bui, davvero.

Ma in quel buio, insieme con la voglia di libertà e di limpida militanza politica, germogliò anche qualcos’altro: l’insopprimibile voglia di tutto da parte della sinistra estrema. Quando il governatore militare, maggiore Sisson, convocò i rappresentanti dei neo nati partiti per concordare una squadra politica al vertice dell’Irpinia, chiese loro il nome di un possibile “governatore” politico. Guido Dorso, risposero all’unanimità. Buon nome anzi ottimo, disse Sisson che aggiunse: “E gli altri nomi?”. Provò lui a farne qualcuno. Ebbe il no da tutti i presenti che proposero una loro lista. Tutti o nessuno! Sisson li licenziò e neppure Dorso ebbe la nomina. O tutto o niente. A sinistra è mai cambiato qualcosa?

 

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