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    19/01/2021

Un libro su Domenico Sica, il magistrato-prefetto commissario antimafia

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura6_sica_libro.jpgNAPOLI – Carlo Mosca, figura autorevolissima dell’amministrazione pubblica (già capo di gabinetto e dell’ufficio legislativo del ministero dell’Interno, prefetto di Roma e consigliere di Stato), ha fondato e dirige magistralmente la collana “Il grifone” dell’Editoriale scientifica di Napoli che ha pubblicato negli ultimi anni circa una ventina di agili volumi, principalmente incentrati su alti dirigenti “testimoni di etica del servizio pubblico”.

In questa serie editoriale si inserisce egregiamente il libro di Marco Valentini (novembre 2019) attualmente prefetto di Napoli, sulla figura di Domenico Sica (1932-2014), attivissimo magistrato della procura di Roma negli anni ’80, nominato nel 1988 Alto commissario Antimafia, incarico svolto per circa tre anni prima di essere destinato a dirigere la prefettura di Bologna per il successivo triennio 1991-1993.

Il testo, con stile piano e documentato, rappresenta l’esperienza professionale – ma ne descrive anche i tratti umani – di Mimmo Sica, prefetto “atipico” per la sua estrazione, nelle varie fasi della sua vicenda professionale ma soprattutto con riferimento all’intenso e delicato triennio speso nella direzione dell’Alto commissariato (presso cui lo stesso Valentini ha prestato servizio da giovane funzionario), nel tentativo di meglio definirne i compiti e renderlo operativo nella difficile azione di contrasto alla delinquenza mafiosa.

L’autore esordisce ricordando che “il 5 agosto 1988 il Consiglio dei ministri presieduto da Ciriaco De Mita ha adottato una scelta imprevista, nominando prefetto un magistrato molto noto, già impegnato in numerose e complicate indagini quale sostituto presso la procura della Repubblica di Roma, affidandogli l’incarico di coordinare, a livello nazionale, l’azione antimafia, sulla base di specifici poteri che si annunciano in via di definizione”.

Domenico Sica, probabilmente preferito a Giovanni Falcone, è il quarto prefetto a succedersi alla direzione dell’Alto commissariato (dopo De Francesco, Boccia e Verga), istituito con urgenza per decreto legge nel settembre 1982 all’indomani dell’omicidio Dalla Chiesa, come risposta forte ed innovativa dello Stato alla clamorosa offensiva mafiosa. Tuttavia l’Alto commissariato, deputato a compiti di coordinamento e prevenzione delegati dal ministro dell’Interno, disponendo di una struttura piuttosto contenuta (tra la sede centrale e quelle periferiche della Sicilia, Campania e Calabria), stenta a trovare un ruolo ben definito e – a causa della sua natura ibrida – viene spesso investito da diffidenze, polemiche e sovrapposizioni con altri organi amministrativi e giudiziari.

La nomina di Sica è finalizzata, proprio per la scelta di un magistrato inquirente anziché un prefetto di carriera, ad esprimere maggiore slancio operativo all’Alto commissariato – con un’azione di coordinamento informativo ed amministrativo prima che investigativo – dando all’opinione pubblica il segnale di mantenere alta l’attenzione nel contrasto alla mafia.

Nel frattempo, per tutto il decennio ’80, si articola progressivamente la legislazione antimafia nella definizione degli strumenti operativi, sin dalla svolta rappresentata dalla normativa Rognoni-La Torre del 1982 – a seguito degli omicidi “eccellenti” di Palermo – che porta a seguire in modo innovativo i movimenti di denaro, sequestrando e confiscando capitali illeciti, per colpire il business mafioso nel nocciolo duro dei suoi interessi.

Contestualmente si punta alla strutturazione dello stesso Alto commissariato, inizialmente costituito in capo al prefetto di Palermo e direttore del Sisde, Emanuele De Francesco, con funzioni di intelligence e coordinamento, provando finalmente a concretizzare quei poteri che erano stati richiesti da Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Nel 1988 viene varata la legge n. 486 che aggiorna e disciplina compiutamente i poteri – pur sempre contenuti – dell’Alto commissario Sica e nel 1990 la legge “Rognoni-La Torre”, caposaldo della nuova stagione antimafia, viene integrata e rafforzata. Nel 1991 interviene la prima normativa organica sulla gestione dei collaboratori di giustizia, (cosiddetti pentiti), che di fatto costituiscono – dal maxi processo di Palermo, istruito da Falcone e Borsellino – uno strumento essenziale per la lotta alle mafie ed alla criminalità in genere.

La legge 486/88 collega funzionalmente l’attività di servizi di sicurezza con l’Alto commissario, incaricato di una specifica intelligence antimafia, precorrendo la modifica normativa del 1991 che pone in capo al Sisde ed al Sismi l’obiettivo di svolgere attività informative dedicate alla criminalità mafiosa – in passato sottovalutata rispetto a quella terroristica – come fonte di pericolo per la sicurezza nazionale.

Nasce e si struttura per tappe un sistema organizzato di nuove norme, frutto delle politiche antimafia, volte – come rileva Valentini – ad instaurare un “sistema di controlli amministrativi ad hoc che negli anni successivi si svilupperanno, si affineranno e si estenderanno mirando a colpire i condizionamenti mafiosi negli enti locali e gli affari illeciti nel mondo degli appalti, dei controlli e dei finanziamenti”.

In definitiva Domenico Sica, secondo l’analisi dell’autore, al di là dei risultati concretamente conseguiti in supporto agli organi di polizia, pur apparendo in un certo senso un “perdente” nello scacchiere dei vari poteri, risulta invece un sostanziale precursore dei futuri sviluppi dell’organizzazione antimafia.

La sua visione anticipatrice si realizzerà in qualche modo nei primi anni ’90, anche se con un percorso non del tutto lineare, sì a prezzo dello scioglimento dell’Alto commissariato ma con la conseguente distribuzione e potenziamento dei suoi poteri - volti ad una lettura e gestione unitaria dei fenomeni mafiosi e criminali - tra gli organi ordinari, ma, soprattutto, con la costituzione nel 1992/93 della Direzione nazionale antimafia (Dna) in ambito giudiziario e della Direzione investigativa antimafia (Dia) in ambito poliziesco.

La figura di Domenico Sica viene giustamente restituita alla conoscenza dei lettori come quella di un valido servitore delle istituzioni repubblicane, testimone di etica del servizio pubblico, dalla notevole personalità e professionalità ma anche dal pregevole tratto umano, ancorché piuttosto trascurato nella memoria odierna.

 

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