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    28/01/2021

La ristampa/Scipione Bella Bona tra storiografia e passione civile

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura6_barra_bella_bo.jpgAVELLINO – Da pochi giorni sono stati pubblicati in edizione anastatica dall’editore D’Amato i Raguagli della Città d’Avellino (1666) di fra Scipione Bella Bona, “padre” della storiografia avellinese. L’opera è introdotta da un ampio saggio del prof. Francesco Barra che, per la prima volta, sulla base di una vasta documentazione inedita, ricostruisce criticamente la biografia dello storico avellinese, corredata pure da una tavola genealogica curata da Armando Montefusco, apportando così un importante contributo alla storia di Avellino nell’età moderna. Dell’introduzione del prof. Barra offriamo qui una breve sintesi.

*  *  *

Dei Bella Bona, nei suoi Raguagli, fra Scipione tracciò una fantasiosa ge­nea­logia, a cominciare dal capostipite Luigi de Sus, venuto dall’Arma­gnac al seguito di Carlo d’Angiò e poi vicario di Simone di Mon­fort, conte d’Avellino. L’originario cognome de Sus sarebbe stato su­cces­si­vamente cambiato in Bella Bona per sottolinea­re le virtù guerriere dei membri della fami­glia. Questa fantasiosa discendenza è stata sinora acritica­mente recepita dalla storiografia (che denuncia peraltro un vuoto com­pleto a proposito della reale biografia dello stesso Bella Bona, a comin­ciare dalle date di nascita e di morte), mentre i documenti, in realtà, ci narrano tutt’altra storia. I Bella Bona erano infatti ebrei avellinesi, che tradussero e lati­niz­zarono il proprio cognome originario di Jaffe ben-Tow (Bello/a figlio/a di Bonaventura) in conse­guenza della cristianiz­zazione forzata operata da Carlo II d’Angiò nel 1294.

La condizione economico-sociale della famiglia, carat­te­rizzata da una spiccata voca­zione imprenditoriale e dall’esercizio dell’arte medica, si mantenne eccellente sino ai primi decenni del XVII secolo, quando le speculazioni sbagliate di Giovan Battista Bella Bona, padre di fra Scipione (battez­zato col nome di Marino Marco il 2 aprile 1602) e la crisi economica del tempo ridussero in rovina la famiglia, por­tando nel 1628 lo stesso Giovan Battista in prigione per inadempienze contrattuali nella gestione dei mulini feudali dei Caracciolo.

Rimasto giovanissimo orfano della madre Giulia Catalano, l’intellet­tualmente assai promettente Marino Marco si avviò ben presto allo sta­to ecclesiastico, facendo professione religiosa col nome di Scipione tra i minori Conventuali dell’antico e prestigioso convento di S. Fran­ce­sco d’Avellino, di cui fu più volte padre guardiano, a partire dal 1634; lo sarà anche dal luglio 1647, in contem­poranea coll’esplosione della ri­volta di Masaniello. Pur avendo conse­guito il baccellierato, non proseguì gli studi fino al con­seguimento della laurea. Probabilmente, in questa scelta, fu condizionato dal tracollo finanziario del pa­dre. Fra i diversi cre­di­tori di  questi vi era lo stesso  convento  avellinese, a cui dove­va 100  du­ca­­ti,  assegnati a fra Sci­pio­ne dalla madre Giulia Catalano. Nel feb­bra­io del 1628 i frati rag­giun­sero una transazione bonaria, ac­con­tentandosi di so­li 50 ducati.

Nel 1642 iniziò a Napoli, per i tipi di Camillo Cavallo, la stampa dei Rag­uagli della città di Avellino. Si trattava di un grosso vo­lume di 513 pagine, contenente la ricostruzione orga­ni­ca e com­ples­siva della storia della città, dall’antichità più remota all’età con­tem­­poranea. La prima parte dell’opera era costituita dall’Avellino sacra, de­di­ca­ta alla parte agiografica, men­tre i Raguagli veri e propri forma­va­no la se­con­da.

Nonostante si trattasse di un’opera d’indubbio respiro, riccamente do­cumentata e di notevole valore, che si avvaleva del parere di un au­torevole censore laico quale lo storico napoletano Francesco de Pe­tris, essa fu imme­diatamente oggetto di una furibonda persecuzione. De­nun­ciata al Generale dei Conventuali, al Padre provinciale e all’arcivescovo di Napoli Filomarino dall’università di Atripalda, dal marchese della Bella, tutore del principe Caracciolo, e soprattutto dalla Congregazione Verginiana, il volume, la cui stampa, sostenuta con un finanziamento di 50 ducati da parte dell’università di Avellino, era stata completata nelle prime set­timane del 1644, fu condannato ad essere bruciato il giorno dei SS. Pie­tro e Paolo  in quanto, come recita la sentenza, «pernicioso al Mona­stero di Monte Vergine, alli santi di essa Con­gre­gazione et contra bonos mores et causa di rumori fra Avellino e la Tripalda». Per oltre due secoli si ritenne che l’opera fosse andata del tutto perduta. La sola copia su­perstite, che reca ancora le tracce del fuoco, passò invece nella Biblio­teca dei Vargas Mac­ciucca, venendo ac­quistata a fine ’800 dal biblio­gra­fo irpino Scipione Capone, la cui vedova, Adele Solimene la donò  nel 1917 alla biblioteca  provinciale “Capone” di  Avel­lino, da essa stes­sa fondata, e dove tuttora si conserva.

Le motivazioni della persecuzione affondavano le proprie radici nelle tematiche stesse della trattazione del Bella Bona. Questi, infatti, nel ricostruire la storia di Avellino, l’aveva per così dire “giocata” su due diversi registri, essenzialmente agiografici, ma con pesanti ripercus­sioni storiche e pratiche. Il primo era costituito dalla rivendicazione di S. Sabino come vescovo di Abellinum e non di Canosa, come volevano gli atripaldesi, da cui scaturiva la soggezione canonica della chiesa di Atripalda al Capitolo cattedrale di Avellino, come era in effetti avvenuto sino al 1585. L’altra questione, che infiammava non sol­tanto gli animi ma anche i tribunali ecclesiastici, era  quella  riguardante  la  giurisdi­zione dell’abbazia “Nullius” di  Montevergine  sulle  terre  di  Ospeda­let­to, Valle e Merco­gliano, anticamente appartenenti alla diocesi di Avel­­lino. Il battagliero vescovo Bartolomeo Giustiniani aveva nel decennio precedente rilan­cia­to la vertenza, ricorrendo a Roma, e suo consulente storico era stato pro­prio fra Scipione il quale non aveva esitato a  met­tere in dubbio l'auten­ticità degli «antichi privilegi» in forza dei quali i verginia­ni di­fen­de­­vano i propri diritti. Né basta, ché lo storico con­testava le ori­gi­ni stesse dell’abbazia, attri­buendone la fondazione non a S. Gug­lielmo ma a S. Vi­ta­liano. Inoltre il Bella Bona rivendicava con forza ad Avellino le vicende agiografiche e le reliquie di S. Modestino che in­vece Mercogliano at­tribuiva a sé.

Si spiega abbastanza agevolmente, quindi, la virulenza delle reazioni susci­tate dall’opera del Bella Bona e la conseguente azione repressiva delle autorità, sia feudali che napoletane, che non intendevano esaspe­rare ulteriormente le già acute tensioni. Il Bella Bona, inoltre, aveva del tutto sbagliato il momento della pubblicazione del volume: il vescovo Giustiniani era assente dalla diocesi e dal regno, essendo stato chiamato a render conto delle sue intemperanze a Ro­ma, né poteva proteggerlo, ammesso che l’avesse voluto, il principe di Avellino e duca di Atripalda Francesco Marino Caracciolo, ancora minorenne e in quanto ta­le sot­to­posto alla tutela dello zio.

Ma fra Scipione era un uomo tenace, e lungi dall’abbandonare gli stu­di li pro­seguì e sviluppò, preparandosi ad una seconda edizione del volume, da pub­bli­care in tempi migliori. L'opera originaria venne ora di­visa in due parti: Avel­lino Sacro e Raguagli,  nonché una terza, del tutto nuova, pro­babilmente com­posta di documenti, intitolata Chiara Luce, che nelle  intenzioni  dell'autore  do­vevano  es­sere  pubblicate  separa­ta­­mente. In effetti, solo i Raguagli ven­ne­ro pub­­bli­ca­ti nei primi mesi del 1656.

Que­sta volta il Bella Bona aveva preso qual­che ef­­fi­­­cace precauzione: de­dicò infatti l’opera a Fran­cesco Marino Carac­cio­lo, prin­cipe di Avellino, mentre  per la stampa  preferì  scegliere Trani, più appar­tata e di­­screta ri­spetto a Napoli, e dove il volume fu pubblicato per i tipi di Lo­renzo Va­leri. Assai probabilmente, tuttavia, come appare da diversi indizi, l’au­tore non attese direttamente alla pubblicazione della sua opera e, da tempo am­m­a­lato, egli si spense il 21 maggio del 1656, come c’informa un’annotazione di un Ne­crologio dei Frati minori conventuali. Si era alla vigilia dell’esplosione della grande epidemia di peste che a­vrebbe cancellato gran parte di quella realtà in cui il frate avellinese ave­va o­pe­rato e lottato.

 

 

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