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    27/02/2021

Il ricordo/«Macaluso comprese prima di altri la necessità di uscire dai vecchi confini del Pci senza rimuovere il passato»

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Emanuele MacalusoROMA – La scomparsa di Emanuele Macaluso – si legge in una nota dI Rubbettino editore - avviene a pochi giorni dalla celebrazione del centenario di fondazione del Pci. Abbiamo chiesto a Umberto Ranieri, autore del libro “Eravamo comunisti” appena lanciato in libreria da Rubbettino, e vicino a Macaluso con il quale condivideva gli stessi ideali riformisti, un ricordo.

Umberto Ranieri: «Scompare con Emanuele Macaluso un combattente politico della sinistra italiana, dotato di una vivida intelligenza e di una grande umanità. Scompare un uomo libero, con una capacità di totale disinteresse personale. La soglia avanzata della vita raggiunta non gli ha impedito di continuare a riflettere e scrivere sulla vicenda politica italiana, a battersi per rilanciare una sinistra che lui voleva si ispirasse a idealità socialiste. In una epoca di sfrenata personalizzazione della politica, di smania di protagonismo, Emanuele richiamava alla serietà, al rifiuto di ogni affabulazione, al senso di responsabilità verso i lavoratori e verso il Paese.

Aderì al Pci nel 1941 ancora nella clandestinità. Fu sindacalista in Sicilia negli anni degli assalti della mafia di Salvatore Giuliano alle organizzazioni del movimento operaio. Fu dirigente del Pci, nel tempo in cui quel partito fu una straordinaria comunità umana, collaborò con Togliatti, Longo, Berlinguer. Collaborò sempre lealmente ma senza conformismi ed acquiescenze burocratiche. Dicendo sempre con limpidezza il suo pensiero sulle vicende politiche e sulle scelte del Pci. Emanuele fu legato a Giorgio Napolitano da comuni pensieri politici e da una amicizia intensa durata una intera vita. E, insieme a Giorgio, condusse le battaglie dei miglioristi.

Emanuele comprese prima di altri la necessità di uscire dai vecchi confini del Pci. Sostenne tuttavia che c’era un grande patrimonio anche morale che non andava disperso. Per Emanuele il passato andava analizzato seriamente e l’analisi non poteva essere sostituita con sentenze liquidatorie. Il passato non andava rimosso se si voleva rendere comprensibile l’evoluzione e la trasformazione attraverso cui eravamo passati per giungere ad una nuova forza politica della sinistra. Nei suoi libri lo sforzo di ricerca autocritica sulla storia del Pci era schietto e autentico ma combatteva contro le campagne di radicale svalutazione della esperienza storica di quel partito.

Con Emanuele era bello discutere. Colpiva la sua disponibilità al dialogo sulla vita, le difficoltà e le ansie della esistenza. Era bello farlo negli incontri conviviali, dinanzi ad un bel bicchiere di vino rosso magari della sua amata Sicilia.

Mancherà a tutti coloro che con lui si sono battuti per rilanciare il ruolo e la funzione della sinistra italiana, mancherà la sua critica alla demagogia e al giustizialismo, mancherà la sua intelligenza politica e la sua umanità».

Aggiornamento del 19 gennaio 2021, ore 18.08 - «L’ho visto per la prima volta al V  Congresso del Pci, nel 1945». Comincia così il racconto che Emanuele Macaluso fa del suo rapporto con Enrico Berlinguer all’interno del suo diario “50 anni nel PCI”, edito da Rubbettino nel 2003 e riproposto in libreria in queste ore in omaggio al grande politico e intellettuale siciliano scomparso oggi.

Quello tra Macaluso e il leader più amato del PCI fu un rapporto di reciproca stima ma collocato su posizioni nettamente diverse: favorevole a un avvicinamento al Psi il primo, convinto della necessità di un rapporto più intenso con i cattolici il secondo.

«Berlinguer non si staccò mai dall’asse strategico di Togliatti – scrive Macaluso nel capitolo del libro dedicato al leader comunista –  Rispetto a Longo, con la sua segreteria il pendolo della politica del Pci, anziché muoversi verso l’area laico socialista, si spostò in direzione del mondo cattolico-democristiano. Lo stesso intenso rapporto con i leader socialisti europei, come Willy Brandt e Olof Palme, non ebbe come riferimento le conquiste sociali e il governo socialdemocratico, in un regime di libertà, di paesi rilevanti dell’Europa, ma i temi del rapporto Nord-Sud, molto importanti nella visione, per molti aspetti terzomondista, di Berlinguer».

Secondo Macaluso un peso considerevole in tale forma di agire lo ebbe il rapporto di Berlinguer con Craxi: «Berlinguer – scrive – era preoccupato e spiazzato dalla politica di Craxi, dal suo autonomismo aggressivo, anche perché pensava che con il Psi di De Martino fossero stati raggiunti un rapporto di forze e un’intesa politica tali da mettere all’ordine del giorno, in una prospettiva non lunghissima, una fusione tra i due partiti. Tuttavia molti dimenticano che, sino alla vigilia delle elezioni del 1983, i rapporti tra Pci e Psi erano sì conflittuali, ma governati da un reciproco interesse a non provocare rotture irreversibili. È noto che, in quella vigilia, si svolse l’incontro tra Craxi e Berlinguer alle Frattocchie, e fu stilato un comunicato in cui si sottolineava una comune valutazione su tutti i problemi più scottanti, da quelli sociali a quelli della giustizia. Il clima cambiò nel momento in cui Craxi divenne Presidente del Consiglio: un anno di fuoco (…) La conflittualità tra Craxi e Berlinguer si accentuò oltremisura: il primo voleva intensificarla per consolidare la sua presidenza in Italia e all’estero; il secondo perché voleva costruire uno schieramento anticraxiano, trasversale, proletario e borghese, laico e cattolico, alzando da un canto la bandiera della “diversità” comunista e dall’altro la bandiera del “governo degli onesti”».

Certo Macaluso è consapevole che la mancata collaborazione con il Psi non è completamente ascrivibile a Berlinguer. Nel capitolo del libro dedicato a “Craxi e gli anni Ottanta”, Macaluso scrive: «A questo punto, credo che sia giusto chiamare in causa la mia generazione. La quale non riuscì a portare più avanti un rinnovamento e una revisione ideologica e politica che potessero davvero dare vita a una forza alternativa di governo nel solo modo possibile, e cioè ponendo al centro della sua iniziativa una nuova unità della sinistra e incalzando il psi su questo terreno. Non sottovaluto le responsabilità di Craxi, il quale non seppe rivedere la sua politica dopo la scomparsa di Berlinguer, mentre era Presidente del Consiglio, e soprattutto dopo le elezioni del 1987, quando si verificò una flessione del Pci e il Psi non avanzò in modo significativo. Eppure, di fronte all’esaurimento del rapporto tra dc e socialisti, come asse del vecchio centrosinistra, del Pentapartito, della “governabilità possibile”, il Pci rimase come paralizzato dentro la sua stessa storia e dentro la svolta berlingueriana. (…) dopo il 1980 la “questione” Craxi diventò dirimente, cosicché il gruppo di compagni che la ponevano in termini diversi da quelli usati da Berlinguer venne considerato “inaffidabile”: anche se si trattava di personaggi autorevoli, da Lama a Napolitano, da Chiaromonte a Bufalini, via via fino ai più giovani (…).

L’amalgama, tra centristi e sinistra, nel “berlinguerismo”, fu costituito dal culto della “diversità”, dall’antisocialismo, dalla diffidenza nei confronti della socialdemocrazia europea. L’asse politico prevalente fu il rapporto con il mondo cattolico. C’era una visione integralista».

«L’ostilità a spostare il “centro” del Pci per costruire una maggioranza con la “destra” – continua Macaluso – ha bloccato un processo, anzi, ha tolto di mezzo la possibilità di dare uno sbocco diverso alla crisi comunista, nella direzione del socialismo europeo. Diciamo le cose come stanno: a Napolitano si possono fare critiche e osservazioni su vari momenti del suo agire politico, ma nel gruppo dirigente era il solo che avesse conoscenze, frequentazioni, rapporti politici e credibilità nell’area del socialismo europeo.

Quale credibilità poteva avere Occhetto in quel mondo? Se si fosse posta attenzione alle sorti della sinistra, non era difficile capire quale soluzione dare alla nostra crisi. Non fu così, e i costi sono stati alti».

 

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