AVELLINO – Ha visto la luce il nuovo numero di Riscontri, la rivista di cultura e attualità fondata da Mario Gabriele Giordano. Questo il sommario del fascicolo:
STUDI E CONTRIBUTI
Guido Tossani, Luoghi e tempi nella coscienza di Zeno di Italo Svevo
Marcella Di Franco, Corrado Alvaro e il “paese dell’anima”
Alberto Simonetti, Trasgressione, memoria e speculum. Proust e la viseità
Piervittorio Formichetti, La «guerra dei segni» tra Bisanzio e l’islam. Questione iconoclastica e iconografia sulle monete
OCCASIONI
Antonino Lambo, Fiorentino Sullo, un democristiano atipico
Dario Rivarossa, Te le do io le donne nude! L’arte sacra e dissacrante di Rubens
MISCELLANEA
Nunzio Ciullo, L’influsso di Giordano Bruno sull’esperienza giuridica italiana
Sangiuliano, Il sentimento dell’essere nell’Infinito
Carlo Di Lieto, Pirandello poeta. Angelismo e doppio nella poesia di Luigi Pirandello
ASTERISCHI
Francesco D’Episcopo, Basta con l’Inghilterra e l’inglese
RECENSIONI
Fantasie represse. Due saggi di Lodovico Antonio Muratori sulla mente umana [Dario Rivarossa]
Un clandestino di nome Francesco [Maria Gargotta]
Un(a) fiume di lava. La rivoluzione futurista attingeva energie dalla Sicilia [Dario Rivarossa]
La felicità nonostante tutto. Gli universi emozionali di Ilaria Caserini [Carlo Crescitelli]
Come si fabbrica una santa. La doppia vita di Maria Maddalena de’ Pazzi [Dario Rivarossa]
Silenzi e occasioni. Recensione della silloge poetica di Angela Barnaba [Pasquale Gerardo Santella]
L’epica al ritmo del jazz. Il poemetto La Strige di Dario Rivarossa [Andrea Roano]
La critica letteraria come sacro furore estetico. Gian Pietro Lucini e il suo mondo di Poeta e ribelle nel libro di Isabella Pugliese [Carlo Crescitelli]
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Ad aprire il numero di Riscontri l’editoriale del direttore Ettore Barra che qui di seguito proponiamo all’attenzione dei nostri lettori.
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«Siamo in guerra!». È quello che, da quasi un anno a questa parte, si sente ripetere da governi e mezzi di informazione. E, va da sé, in guerra si fanno sacrifici. Se non fosse chiedere troppo, sarebbe certamente interessante chiedere a ministri e giornalisti di argomentare storicamente le loro affermazioni. Il pensiero, quando si parla di guerra, va subito all’ultimo conflitto mondiale. Quello che, secondo le stime, ha causato la morte di più di cinquanta milioni di persone. Eppure, nonostante l’inimmaginabile livello di violenza scatenato anche sui civili, a ben vedere, la Seconda Guerra Mondiale – al netto di tutte le limitazioni e le privazioni tipiche di ogni conflitto – non ha congelato la vita delle persone. Ad eccezione dei prigionieri politici, e nonostante i rischi concreti dovuti ai bombardamenti e agli altri pericoli, mai si è disposto il totale confinamento domiciliare dell’intera cittadinanza. A meno di trovarsi in stato di assedio, in guerra è possibile uscire di casa per andare a messa, al bar, dai parenti o per svolgere le proprie attività lavorative (anche quelle di tipo culturale e quindi "non necessarie"). Tutte cose che, nell’ambito della pandemia, sono state negate del tutto e restano, tuttora, fortemente limitate. A causa della “guerra”.
Oltre al riferimento storico, il concetto di guerra porta con se – anche se in modo alquanto brutale – dei significati filosofici che pure sarebbe interessante approfondire. Il concetto stesso di conflitto implica un “noi” contrapposto a un “loro”. Se, trattandosi in questo caso di una guerra contro qualcosa privo di anima, com’è un virus, che in quanto tale mal si presta all’attività di propaganda – tipica di ogni guerra – intesa almeno in senso classico, resta comunque da risolvere il problema della nostra identità. Chi siamo, e per cosa combattiamo? Siamo italiani, europei, occidentali? Se sì, con quale declinazione?
Qualche tentativo, piuttosto maldestro, di recuperare il concetto di patria e di relativo sacrificio si è avuto. Ma come mettere in piedi una simile operazione dopo esserci convinti che la parola stessa di patria sia intrinsecamente “fascista” e “nazionalista”? Complice anche la stucchevole retorica del Ventennio, che ancora oggi ci rende imbarazzanti i più semplici rituali civili come quelli del saluto alla bandiera e dell’inno nazionale (diffidenza che, per esempio, negli Stati Uniti non ha mai avuto motivo di esistere), neanche la pandemia sembra poter riesumare lo spirito patriottico.
È anche vero che, qualora così non fosse, la patria sarebbe ben poco utile ai fini dell’attuale “guerra”. L’abnegazione e il sacrificio, richiesti dalla patria, sono possibili solo a patto di infondere coraggio nel petto del cittadino-guerriero, motivandolo fino allo spargimento del proprio sangue per il bene della collettività. Non è però il coraggio, con tutta evidenza, il sentimento inculcato dalla attuale “narrazione” politico-mediatica, bensì la paura.
Un altro significato che viene associato, per quanto impropriamente, al concetto di guerra è quello di emergenza. Probabilmente il politico che parla di guerra intende piuttosto dire che, considerate la gravità e l’urgenza e della situazione, non è possibile concedere spazio alla dialettica. Un’idea che appare errata in riferimento sia alla guerra che all’emergenza. Per quanto concerne la prima, è facile dimostrare che – per quanto in guerra si tenda a mettere da parte le consuete dinamiche tra maggioranza e opposizione – le democrazie in guerra non sospendono lo stato di diritto, per il semplice fatto che altrimenti non potrebbero più dirsi democrazie. E in ogni regime democratico è data possibilità a tutti di criticare, a torto o a ragione, il governo e quindi di cambiarlo (asserzione, questa, quasi indicibile fino a pochi giorni fa). È ciò che avvenne, proprio nella Seconda Guerra Mondiale, con l’insediamento del governo Churchill nei giorni del crollo del fronte occidentale, con l’invasione tedesca della Francia. Oppure, per restare in Italia, con la disfatta di Caporetto che portò alla decapitazione dei vertici militari e governativi.
Mentre nell’attuale “guerra pandemica” sembrano non trovare posto il dissenso e il dibattito, dove alle conferenze stampa si preferiscono di gran lunga le dirette Facebook e la semplice proposta di una diversa gestione del problema si espone facilmente all’accusa di “negazionismo”. Parola, questa, così demagogicamente sottratta al suo contesto originario da rendere bene l’imbarbarimento di questo periodo storico.
Cosa dire, invece, delle necessità dovute alla gestione di un’emergenza che, in quanto tale, richiede decisioni drastiche ed urgenti? Il problema di fondo è che l’emergenza è, per sua natura, un momento critico, che può durare giorni, settimane, forse mesi, ma non anni. Quello che dura anni non può più, per definizione, essere un’emergenza ma uno stato calamitoso permanente che consente tutto il tempo per le necessarie riflessioni. Tempo che, per esempio, è stato ampiamente concesso nella pausa estiva dove si sarebbero potute almeno abbozzare le riforme della Sanità e dei Trasporti delle quali – a causa della “guerra” e della “emergenza” permanente – non è lecito conoscere il destino. Salvo poi scaricare la responsabilità su un popolo stremato dal rispetto delle "regole" (si prevede un crollo del Pil del 13%) che, allo stesso tempo, viene accusato di violarle sistematicamente. In un processo accusatorio dove si riconoscono, questa volta sì, i vecchi trucchi della propaganda di guerra, rivolta non più contro il nemico ma contro il proprio popolo “in armi”.
Lo stato di emergenza permanente ostacola inoltre l’analisi dei dati. Com’è possibile che, con così tanti tamponi realizzati, non si disponga ancora di uno studio, anche parziale, del “flusso” dei contagi? Quando sarebbe utile, dopo quasi un anno, sapere se siano più pericolosi i bar o i ristoranti; il cinema o le biblioteche; le passeggiate o le partite di calcetto. E se siano queste attività effettivamente pericolose ed imputabili, dati alla mano, di aver diffuso il virus in maniera statisticamente rilevante. Mettendo da parte, una buona volta, la contrapposizione tra economia e salute come se si trattasse di due entità distinte e separate. La bancarotta, conseguenza della totale distruzione dell’economia, avrebbe infatti pesanti conseguenze sulle aspettative di vita della popolazione. Come si è già visto di recente, per esempio, nel drammatico massacro europeo del popolo greco e già, in parte, in Italia con la crisi economica dell'ultimo decennio. Ignorare l'economia, con la prospettiva di chiusure generalizzate e dalla durata indeterminata – della cui utilità il virus si è già fatto beffe, anche in prospettiva di un vaccino che già si annuncia essere non risolutivo – significa precipitare in condizioni da Terzo Mondo. Dove non c’è Sanità, non esistono trasporti, non ci sono nè welfare né lavoro, e dove si può morire per la più banale delle cause.
C’è, infine, un altro aspetto altamente problematico dell’emergenzialismo, tutto italiano, che dovrebbe indurre maggiore prudenza nella accettazione, perlopiù passiva e acritica, della restrizione “provvisoria” di libertà costituzionali. E si tratta del fatto che la storia italiana mostra come tutto quello che nasce come “provvisorio” ed “emergenziale” finisca spesso per diventare definitivo e permanente. «In Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo», diceva, non a caso, Giuseppe Prezzolini.




