AVELLINO – Dopo la pandemia, quale futuro ci aspetta? La società del Mezzogiorno, soprattutto la città meridionale, è cresciuta all’interno di un mondo che si è fatto e continua a farsi sempre più uguale, tragicamente uguale. Il punto di partenza è quindi dato dal distacco, dalla distanza enorme che sempre più ci separerà dalle origini.
Lo scavo nella memoria, nella storia dei luoghi dell’abitare, la riconquista di un legame con il passato, rappresenta un passaggio necessario, una maturazione per affrontare la crisi del vuoto prossimo venturo. Come intuì Ernesto Balducci, occorre pensare la potenza e la sconcertante attualità di una forma di convivenza che assume i tratti dell’archetipo capace di attraversare il varco dei tempi: “quello del villaggio è il sogno che portiamo in noi e che, venuta meno la forza trascinante della città quale suprema forma di convivenza, riaffiora come proposta di un nuovo cominciamento, come principio di una nuova architettura dell’esistenza collettiva, senza che nulla vada perduto di quanto lungo i secoli è stato conquistato di veramente umano”.
Al tempo attuale, che inabissa l’idea stessa di una esistenza collettiva, resistiamo anche in virtù di parabole, di racconti che fissano ciò che nel divenire storico rimane costante e che siamo chiamati a ripensare. Uno di questi racconti, quello che ci mostra come reagire alla catastrofe, a una catastrofe, per giunta, già avvenuta, è il racconto dell’arca che salva dal diluvio universale. Leggiamo la versione che ne dà Gunther Anders.
“Noè era stanco di fare il profeta di sventura e di annunciare incessantemente una catastrofe che non arrivava e che nessuno prendeva sul serio. Un giorno si vestì di un vecchio sacco e si sparse della cenere sul capo. Questo gesto era consentito solo a chi piangeva il proprio figlio diletto o la sposa. Vestito dell’abito della verità, attore del dolore, ritornò in città, deciso a volgere a proprio vantaggio la curiosità, la cattiveria e la superstizione degli abitanti. Ben presto ebbe radunato intorno a sé una piccola folla curiosa e le domande cominciarono ad affiorare. Gli venne chiesto se qualcuno era morto e chi era il morto. Noè rispose che erano morti in molti e, con gran divertimento di quanti lo ascoltavano, che quei morti erano loro. Quando gli fu chiesto quando si era verificata la catastrofe, egli rispose: domani. Approfittando quindi dell’attenzione e dello sgomento, Noè si erse in tutta la sua altezza e prese a parlare: dopodomani il diluvio sarà una cosa che sarà stata. E quando il diluvio sarà stato, tutto quello che è non sarà mai esistito. Quando il diluvio avrà trascinato via tutto ciò che c’è, tutto ciò che sarà stato, sarà troppo tardi per ricordarsene, perché non ci sarà più nessuno. Allora, non ci saranno più differenze tra i morti e coloro che li piangono. Se sono venuto davanti a voi, è per invertire i tempi, è per piangere oggi i morti di domani. Dopodomani sarà troppo tardi. Dopo di che se ne tornò a casa, si sbarazzò del suo abito, della cenere che gli ricopriva il capo e andò nel suo laboratorio. A sera, un carpentiere bussò alla sua porta e gli disse: lascia che ti aiuti a costruire l’arca, perché quello che hai detto diventi falso. Più tardi, un copritetto si aggiunse ai due dicendo: piove sulle montagne, lasciate che vi aiuti, perché quello che hai detto diventi falso”.
Testo straordinario. Non solo perché ci dice la verità sul nostro tempo – tempo della catastrofe già avvenuta, irreparabile –, ma anche perché ci indica una strada capace di rendere falso ciò che si è già verificato.
Bene. Cerchiamo allora di identificare alcuni dei punti essenziali da cui iniziare un discorso plausibile sulla paradossale possibilità di “falsificare” il passato. Il primo punto è esattamente il significato che assume questo rendere falso ciò che è già avvenuto. Dal momento che del passato non può e non deve darsi il semplice ritorno, perché esso contiene in sé la catastrofe, occorre pensare ad un passato profondamente rinnovato.
La storia della nostra realtà poteva contare su alcune fondamentali risorse: quella di una natura non devastata dal capitale, quella di un’umanità adusa alla fatica e al sacrificio e, proprio perciò, capace di lampeggiamenti improvvisi e abbaglianti di solidarietà e genialità, l’altra ancora, di un patrimonio culturale e artistico ricco di suggestioni e di storia: tutto ciò che Balducci definiva “il villaggio che portiamo dentro di noi”.
Le catastrofi naturali, i tempi magri della povertà assoluta, l’emigrazione endemica delle giovani generazioni, da ultima, ma non certo trascurabile, la tragedia della pandemia, che appare essere la tappa finale di un processo di annichilimento hanno nel tempo eroso quelle risorse: nell’inselvatichirsi della natura, nell’immalinconirsi endemico dei pochi rimasti a vivere negli sparsi paesi della provincia, nel degrado delle testimonianze superstiti di un degno passato. In ogni caso, tuttavia, è da questo passato che occorrerà ripartire, per rinnovarne le componenti e manifestarne le potenzialità.
L’illusione che si possa farne a meno indica solo la cattiva coscienza di quanti hanno contribuito, con l’indifferenza e il calcolo di effimeri profitti, a svuotarne il nocciolo. Soprattutto nel capoluogo, l’abbattimento del verde e la devastazione delle forme secolari degli elementi produttivi (nocelleti, allevamenti, ricchezza fluviale, aree boschive, artigianato, commercio al minuto, teatri, cinema, caffè e ristoranti, librerie, monumenti) hanno prodotto una costellazione di vuoti nel paesaggio naturale e urbano, che colpiscono a morte tanto il passato che il presente, un presente che perde uno dopo l’altro gli stessi mattoni di ciò che va costruende. Il palazzo della Dogana e il teatro “Carlo Gesualdo”, nella loro antica e nuova rovina, sono i dirimpettai colpevoli e simbolicamente eloquenti di una storia immobile, ferma in sé stessa, destinata a spegnersi.
Non si tratta solo di ricostruire ma, appunto, di rendere non accaduto ciò che è accaduto, vale a dire, se ci si passa la paradossalità dell’accostamento, di innovare la tradizione. Al tempo dei Caracciolo un sistema organico di mulini ad acqua che partiva dal Fenestelle nutriva di sé la natura circostante, si inseriva armonicamente nel sistema delle preesistenti colture, alimentava lo sviluppo di manifatture dei metalli e della carta. La logica di quel sistema rappresenta l’esempio storico di una tradizione che si rinnova e rinnova il mondo di un popolo di persone capaci di guardare al futuro.




