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    24/04/2026

Al Salone del libro il racconto di Arminio dell’Italia profonda

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Franco Arminio, il primo da sx, al salone del libroTORINO - Pillole di Irpinitudine dal Piemonte. A Torino, nel suo fascino autunnale e alla vigilia del ballottaggio che deciderà il nuovo sindaco dopo la Appendino, ritorna in presenza, dopo due anni di pandemia, la principale fiera dell’editoria italiana, il Salone Internazionale del Libro. Finalmente si ha la possibilità di partecipare nuovamente a seminari e lezioni, incontrare editori e scrittori conosciuti tra le pagine di un libro letto, fonte di conforto e compagnia nel passato periodo di incertezza e solitudine per il Covid.

E subito la Fiera, che sta facendo registrare un boom di visitatori, si "colora" anche d'Irpinia, con la presenza di un poeta della nostra provincia che ha recentemente consolidato la sua notorietà in Italia, Franco Arminio, di Bisaccia. Oggi ha fatto la sua comparsa tra gli stand del Lingotto. Arminio ha parlato del suo libro scritto insieme a Giovanni Lindo Ferretti, ex cantante e paroliere della band Cccp. S'intitola “L’Italia profonda” e racconta ancora di temi assai cari allo scrittore bisaccese, quelli del destino dell’entroterra appenninico, delle zone pedemontane e dei piccoli borghi abbandonati.

Arminio, che si definisce - è noto - “paesologo”, si conferma cantore proprio dei paesini che rischiano l’estinzione; essi rappresentano una vera e propria “lezione” per chi ha il coraggio e la voglia non solo di visitarli, perché essi hanno bisogno di “essere curati – osserva – in quanto è il mondo esterno l'unica vera medicina per i paesini abbandonati”.

Seppure ci si trovi di fronte a  centri a volte spettrali e privi di vita, che mettono quasi paura, senza opportunità e servizi primari, è proprio su quei luoghi che bisogna ragionare di fronte a città stracolme, metropoli sempre meno vivibili. E occorre raccontarli non solo in occasioni di catastrofi, come il terremoto del 1980, tragico evento descritto da Arminio nel suo ultimo libro “Lettere a chi non c'era, Parole dalle terre mosse”, ma nella loro “sacralità, perché i paesi sono cantori dei piaceri e delle ossessioni (positive) che, troppo spesso, la città rifugge”. Arminio, con parole avvolgenti e dure, davanti al pubblico torinese, scava nel profondo dell’anima, raccontando di una terra vittima dello spopolamento, ma che lui non ha il coraggio di abbandonare. “Non ho mai pensato – afferma sicuro – di andare via dal mio paese, Bisaccia”.

Dunque i paesi dell’entroterra irpino e dell'Appennino restano per Arminio una riserva di vita e storia, che devono essere vissuti a pieno, “camminando in solitaria nella sua desolazione, per cercare di comprendere la desolazione interna dell’animo”. Luoghi pronti per essere riabitati-riabilitati e popolati, per cercare di ovviare al fenomeno inarrestabile dell'emigrazione, che ha lasciato il segno in Irpinia e al Sud negli ultimi 50 anni.

 

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