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    24/04/2026

L’anniversario/Politica e cultura nel giornalismo di Peppino Pisano

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Peppino PisanoAVELLINO – Ventiquattro anni non sono cifra "tonda". Certo, il ricordo può sempre essere un esercizio della memoria per chi ha avuto la fortuna di lavorare con lui e ne ha condiviso metodi, rigore e onestà intellettuale, e le continue evoluzioni nella professione. Ma ha molto più senso, nel ventiquattresimo anno dalla morte di Peppino Pisano, ricordare questa figura di uomo e giornalista considerando che proprio questo anniversario della sua improvvisa dipartita "cade" nel 130° di vita di quello che è stato, senza possibilità di smentita, il "suo" giornale. Il Mattino. Che oggi è anche il "mio" giornale e sembra che sia passata un'era geologica in quanto a cambiamenti e funzione stessa dell'informazione quotidiana su carta.

Ecco perchè, sollecitato da Carlo Silvestri, direttore de "L'Irpinia" (periodico al quale Peppino collaborava puntualmente, tenendo tantissimo a quel giornalismo prezioso e di nicchia), raccolgo con gioia, e direi anche con orgoglio, l'invito a tratteggiare, proprio quest'anno, qualche aspetto del Peppino Pisano giornalista, per decenni timoniere della gloriosa redazione irpina del Mattino di Avellino. Una redazione che ha sfornato generazioni di giornalisti, a cominciare da Antonio Aurigemma, e via via tutti gli altri che oggi sono, evidentemente a ragione, parte importante del giornalismo e della letteratura del nostro Paese.

Ciò che nella professione è stato Giuseppe Pisano, ma fa strano non chiamarlo Peppino, è noto anche ai più giovani giornalisti di questa provincia. Perché in ventiquattro anni la sua memoria è stata diligentemente coltivata e trasmessa da tanti suoi colleghi ed allievi. Un uomo colto e curioso, e dunque sempre più colto, perché non ha mai smesso di leggere ed aggiornarsi fino a quando ci ha lasciati all'improvviso, e con tanti rimpianti di confronto e riflessione negati.

La sua poliedrica cultura, dalla letteratura alla storia, dalle scienze alle arti, dallo sport alla poesia, fino alla musica nella quale si rifugiava con nostalgica dolcezza, sono stati alla base di una vita che, passando attraverso la passione dell'insegnamento, si è poi riversata in politica (con un'ampia visione strategica, servita alla costruzione e alla realizzazione della classe politica democristiana irpina) e, infine, nel giornalismo. Trovando in questa professione il punto di equilibrio e di sintesi di una vita vissuta in una grande temperie intellettuale.

Ed allora, ci sarebbe poco da aggiungere. Ci provo con qualche episodio che tiro fuori dallo scrigno dei ricordi personali ma che oggi possono essere esempi -  curiosi e magari non noti - della cifra di un assoluto valore e rigore professionali che non trovano, a mio modesto modo di vedere, eguali nel Meridione e, credo, assai pochi anche nel resto del Paese.

Dal Peppino attentissimo ad assicurare, sempre e comunque il servizio affidatogli, soprattutto nelle ore serali ("Ricorda – diceva – prima e bene si assicura il servizio che ci hanno assegnato. Poi viene tutto il resto, solo dopo puoi distrarti e fermarti") alla capacità di riempire di contenuti a tutto tondo i suoi resoconti: come potrei dimenticare, allora, la sua forza nel descrivere in un pezzo scritto a penna in aereo, tornando da una trasferta al Nord al seguito dell'Avellino in serie A, la grandissima arte balistica di Dirceu sull'ennesima punizione realizzata? In quel pezzo c'era tutto, la nomade carriera calcistica del folletto brasiliano sino alla fruttuosa parentesi biancoverde e la poesia nel descrivere la curva del pallone destinato, quel giorno, alla rete. E in un passaggio del pezzo, dettato poi ai dimafoni da un telefono a gettoni dell'aeroporto di Capodichino, c'era anche l'elemento – aveva scritto con irraggiungibile fantasia di una "Dirceide" – che fece la fortuna del titolista dell'articolo (che finì in prima pagina).

E come potrei dimenticare il suo ardire fatalistico nelle trasferte al seguito dei biancoverdi ("bisogna arrivare e scrivere, poi vediamo come tornare. Se torniamo") che gli faceva superare la curiosa idiosincrasia per la neve domenicale sull'asfalto irpino? Ed ancora, lui uomo che mai ha rinnegato le radici contadine, che s'intendeva di viti, tralci e vendemmie, come riusciva a descrivere le qualità di un vino! Altro che novelli e presunti intenditori, bravi a mettere in fila improbabili sentori e riferimenti che paiono al più  castronerie. Il massimo lo dava quando poteva unire un riferimento alla sua amata Montefredane: lo fece, ad esempio, per illustrare le qualità organolettiche di uno spettacolare vino Fiano, il Sant'Aniello, della cantina di un suo caro amico, Ciro Quatrano, "con quei filari sapientemente esposti a mezzogiorno".

E la titolazione degli articoli? Noi che oggi litighiamo con il sistema di scrittura se ci dà un "+ 1" nelle battute rispetto allo spazio delineato dal menabò. Peppino no, i titoli li scriveva prima a penna, contando le battute, rapido e geniale, e sì che consumava qualche foglio alla ricerca del titolo perfetto. Ma che, inevitabilmente, sempre arrivava.

E i buchi neri? Un giorno un vicedirettore lo chiamò, da Napoli, e gli chiese un pezzo di appoggio ad un resoconto relativo ad una scoperta di astronomia. Peppino non s'impressionò, riordinò le idee e scrisse in mezzora, tra lo scientifico e il fantastico, un pezzo che è perla rara del giornalismo. Come quello in cui raccontava una tragedia nel post terremoto: si trattava della morte di due anziani coniugi, deceduti per le esalazioni venefiche nella prima notte trascorsa nella loro nuova casa linda e pinta, con infissi ermeticamente chiusi, così diversa da quella pre-sisma dove gli spifferi proteggevano dalle esalazioni notturne del braciere. E quell'altro articolo sui vari carnevali d'Irpinia? Lo conservo. Mai semplici cronachette, ma veri e propri affreschi e intrecci di cultura, tradizioni, fantasia.

Non so fino a quando potrei continuare. Forse all'infinito, avendo avuto la fortuna di frequentare a lungo, e spero con profitto, la sua impareggiabile scuola. Ma ringrazio L'Irpinia per avermi chiesto di ricordarlo, l'ho fatto con qualche aspetto poco noto del suo essere giornalista del Mattino, il giornale di cui oggi sono viceredattore capo e che ha, da qualche giorno, celebrato il 130° anniversario della fondazione. Peppino Pisano ne è stato indimenticata colonna. E come sarebbe stato bello discuterne, ancora, con lui. Magari all'ombra del suo amatissimo tiglio, nella piazza di Montefredane. O facendo due passi in una piazza di una città qualsiasi d'Italia: ce ne avrebbe fatto la storia, magicamente come sapeva fare, pescando nel suo infinito serbatoio di conoscenza.

* Viceredattore capo Il Mattino

 

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