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    21/04/2026

Quando fu abolita la stretta di mano

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Rosy Bindi e Gessica Rostellato. Sotto, l'aula di MontecitorioAVELLINO – Le aule parlamentari, particolarmente affollate in questi giorni, hanno offerto varie occasioni di commentare alcuni avvenimenti  ai cronisti, non solo riferiti alla politica, ma anche al costume. La mancata stretta di mano tra la deputata del Movimento 5 Stelle di Bebbe Grillo, Gessica Rostellato, e la deputata del Pd, Rosy Bindi, ha scatenato una vera guerra sulla tanta decantata rete, costituita da una ridda di commenti, quasi tutti poco favorevoli alla neo deputata grillina, commenti che hanno stigmatizzato il comportamento fuori dalle righe della semplice buona educazione che deve, comunque, essere dimostrata sempre anche nei confronti degli avversari politici.

L’episodio, amplificato dalla stampa ha, di fatto, evocato una serie di comportamenti codificati nelle norme e nelle circolari ministeriali del periodo fascista. Prove di tali indicazioni si possono leggere nelle direttive inviati dal potere centrale ai prefetti e da questi trasmessi alle varie amministrazioni locali. La più calzante circolare che richiama il “gran rifiuto” opposto dalla Rostellato è quella datata 30 novembre 1938 - anno XVII dell’era fascista, n.14868/51, a firma del prefetto di Avellino, Tullio Tamburino, avente ad oggetto “Abolizione della stretta di mano e del lei”.

Il gabinetto prefettizio irpino si rivolse al Preside della Provincia di Avellino, ai signori podestà e ai commissari prefettizi in carica nei diversi Comuni irpini precisando che in ottemperanza a tassative disposizioni “superiormente impartite” si ricordava  che l’uso del voi, già in precedenza segnalato, doveva essere rigorosamente osservato. In più la stessa circolare disponeva l’abolizione definitiva della stretta di mano quale segno di saluto. Per il fascismo, evidentemente, la stretta di mano non rispondeva ai canoni di virilità del popolo italiano che in quegli anni si preparava alla guerra. Circa il divieto del lei, per la verità, la prima disposizione risaliva al febbraio del 1938. Ma, evidentemente, poco attuata, per cui era stato necessario inviare più di  un sollecito.

Ecco così che dalla prefettura di Avellino il 29 aprile seguente una nuova circolare rafforzava il divieto, fornendo anche nuove precisazioni. Si dichiarava, ad esempio, agli impiegati e all’utenza, che l’uso del lei nei rapporti, scritti e verbali, reciproci e col pubblico dei dipendenti dello Stato - di qualsiasi ordine e grado e di quelli degli enti di diritto pubblico - resta abolito. Al suo posto si deve dare del tu tra pari gradi, mentre il voi è riservato ai dipendenti di grado diverso. Un’altra discriminazione l’avvertiamo nei rapporti tra il personale femminile ed il personale maschile. In questa circostanza qualunque sia il rispettivo grado gerarchico, doveva essere usato sempre il voi.

Ancora più drastica si presenta la disposizione prefettizia del primo giugno di quell’anno con la quale si ingiungeva che negli uffici pubblici non doveva darsi evasioni alla corrispondenza in cui si continuava  a fare uso, nei rapporti epistolari, del lei. All’indomani della caduta del fascismo, sotto il governo alleato, in Avellino e nei paesi sottoposti al nuovo governo provvisorio, assieme alle tante norme revocate rientrarono anche il tu ed il voi, mentre le strette di mani ritorneranno a manifestare affetto e stima per amici e conoscenti. Peccato che il civilissimo messaggio non abbia trovato accoglienza in uno dei tanti alti scranni del nostro Parlamento.

 

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