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    25/07/2024

Una pandemia medievale

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura7_pandemia.jpgAVELLINO – “Una pandemia medievale. Regno di Napoli e Principato Ultra tra peste nera e crisi del Trecento”, Terebinto edizioni, è il titolo del volume di Francesco Barra, già professore ordinario di Storia moderna presso il Dipartimento di studi umanistici dell’Università degli Studi di Salerno, di cui proponiamo l’introduzione.

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La storia, come insegna Benedetto Croce, è sempre contemporanea, e questa considerazione contribuisce a dare la ragione di questo libro. La prima parte è nata infatti sulla spinta della pandemia del Coronavirus, con tutti gli sconvolgenti fenomeni annessi e conseguenti. Di qui è derivata la necessità di una riflessione sul suo precedente, remoto ma diretto, e soprattutto relativamente ben documentato: la peste nera del 1348. Quella pandemia non rappresentò soltanto una calamità sanitaria e un disastro demografico ma una vera e propria tragedia, che investì – e persino minacciò di travolgere – la società dell’Europa tardo-medievale, stravolgendone, oltre che le strutture, anche i capisaldi etici e morali, indebolendo e spesso addirittura rescindendo i legami fondamentali su cui quella società era fondata. Con il venir meno di questi vincoli, sotto l’urto della morte di massa, l’intera società intraprese un collettivo processo di atomizzazione individualistica ed egoistica, finalizzata esclusivamente alla sopravvivenza fino alle conseguenze più estreme, come ben ci descrivono Boccaccio e i cronisti contemporanei. La morte anonima e di massa, concentrata per di più in poche settimane, di una enorme parte della popolazione, provocò infatti un impatto antropologico e psicologico sconvolgente e devastante.

In effetti, la pestilenza fu un fenomeno davvero “globale”, i cui diversi aspetti, a cominciare da quelli antropologici, presentano tutti un alto interesse e una specifica rilevanza. Infatti, l’umanità scoprì in quell’occasione come la “civiltà” sia solo una fragile barriera, psicologica e materiale, eretta tra l’uomo e la natura; in sostanza poco più che una convenzione, abbattuta la quale l’uomo rivela la sua natura primordiale più istintiva e profonda. Di questa sottile linea tra la vita e la morte, tra l’istinto e la ragione, tra la fede e la disperazione, tra l’uomo e la bestia, furono straordinari testimoni alcuni grandi intellettuali del tempo.

Ma, anche quando fu superata, la pandemia lasciò un’eredità subdola e occulta quanto micidiale e di

lungo periodo, ancor oggi purtroppo tangibile: la tubercolosi. L’epidemia era infatti divenuta il volano di una macchina mostruosa di morte e di distruzione, non solo con nuove e successive recrudescenze epidemiche ma soprattutto aprendo il varco all’affermazione di una malattia antica, ma fino ad allora abbastanza marginale, la tisi, che nel XVII secolo aveva raggiunto il cinquanta per cento delle cause di morte. La peste intaccava infatti l’apparato respiratorio e i superstiti rimanevano portatori sani, mentre le affezioni polmonari, subdole e sottili, trasmesse di generazione in generazione, minando uomini e famiglie.

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In conclusione, le due grandi pandemie di peste che causarono il collasso demografico dell’Europa si collocano cronologicamente, e quanto mai significativamente, alla fine del mondo antico e alla fine del Medioevo. Quest’ultimo risulta quindi scandito, nel suo intero spazio temporale, da questi due eventi di mortalità catastrofica. Allo stesso tempo, emerge con chiarezza la debolezza biologica dell’Europa rispetto ai morbi di origine africana e asiatica. Questa va senz’altro attribuita al sostanziale isolamento, anche microbico, nel quale vissero le grandi masse umane (Asia, Europa, Africa) sino all’età delle grandi scoperte geografiche, e quindi all’impossibilità di quell’autoimmunizzazione primordiale che avviene grazie ai frequenti contatti umani.

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Le due pandemie produssero conseguenze enormi, strutturali e di lungo periodo. Come era avvenuto con la peste di Giustiniano, nel VII secolo, quando il collasso demografico del mondo antico aveva creato un “mondo vuoto”’, aprendolo alle invasioni barbariche e mussulmane, facendo fallire per sempre il tentativo di ricostituire l’unità del Mediterraneo, così fu con la peste nera del 1348, anche se a termini invertiti. Quella, che fu a tutti gli effetti una crisi di civiltà, produsse infatti il mondo moderno, facendo passare l’Europa, con le grandi scoperte geografiche, le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche, da mondo chiuso e ristretto a mondo ecumenico e planetario e creando la modernità, cioè la prima era della storia che riguardi l’intero pianeta. In effetti, nel corso di poco più di un cinquantennio, si sviluppò tutta una serie straordinaria di innovazioni, di diversa natura ma tutte di portata eccezionale, destinate a cambiare il modo di vivere, di pensare, di governare e di produrre, a cominciare dallo Stato moderno. Si trattava in sostanza una vera e propria “precipitazione” di innovazioni, mentali prima ancora che tecnologiche, tutte riconducibili alla “rivoluzione mentale” prodotta dalla peste nera e dalla crisi del Trecento. L’Umanesimo, poi, fa suo riferimento diretto all’uomo e alla natura, assunti come valori a sé, mettendo in secondo piano la trascendenza.

Il Trecento costituisce quindi uno spartiacque fondamentale nella storia delle sensibilità, della letteratura, dell’arte, e del pensiero in genere, ed è difficile trovare nella storia un esempio di un cambiamento così radicale. Di qui la necessità di ripensare a quel vastissimo e assai complesso tema che va sotto il nome di Grande crisi del Trecento, della quale la peste nera costituisce soltanto il momento culminante e più tragico, ma anche l’avvio del suo lento superamento.

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Queste considerazioni di ordine più generale, sviluppate nella prima parte del volume, abbiamo poi tentato di verificare nell’ambito più ridotto e circoscritto, ma quanto mai significativo, del Regno di Napoli. Anche per il Mezzogiorno d’Italia fu quello un secolo dominato, a livello politico, dall’anarchia feudale e, a livello strutturale, da una crisi recessiva profondissima e radicale. Il regno

sarebbe di fatto scomparso come autonomo e attivo fattore storico, discendendo ad oggetto di competizione e di conquista politica ed economica da parte delle forze emergenti italiane ed europee. E fu durante quel durissimo “secolo di ferro” che assunsero forme pressoché irrevocabili la subalternità e l’inferiorità, non solo politica quanto soprattutto produttiva ed economica, del Mezzogiorno rispetto all’Italia e all’Europa, ponendo le premesse di quella che, vari secoli dopo, sarebbe divenuta la Questione meridionale.

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Scendendo poi sempre più nel particolare, abbiamo tentato di verificare tempi e modi della crisi nell’ambito di una provincia interna del Regno di Napoli, il Principato Ultra. Questo faticoso e complesso tentativo ci è stato reso possibile, pur dopo la totale distruzione, nel 1943, dei Registri angioini, dall’analisi di alcuni dei preziosi repertori superstiti degli spogli effettuati dagli eruditi seicenteschi Carlo de Lellis e Sigismondo Sicola (questi ultimi attribuibili in realtà a Pietro Vincenti, e solo completati dal Sicola).

Questa vastissima e preziosissima documentazione, sinora non sfruttata relativamente al secolo XIV, pur nella sua sinteticità e con le sue non poche difficoltà di lettura e d’interpretazione, ci restituisce nelle linee essenziali il quadro complessivo delle strutture della provincia, a cominciare da quelle feudali. Il nostro lavoro si pone quindi in linea di continuità tematica e cronologica, anche se con diverso approccio critico, con quanto aveva fatto per la prima età angioina Francesco Scandone sui documenti originali, prima della loro distruzione, che però l’aveva condotto solo sino al 1295.

Partendo, quindi, da tematiche generali, abbiamo sempre più ristretto il campo di osservazione, il che ci ha consentito di documentare la sostanziale unitarietà del processo storico, e come la storia “locale” (o meglio localizzata) altro non sia che un segmento della storia generale.

Francesco Barra è stato professore ordinario di Storia moderna presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Salerno. Si è laureato in Lettere moderne presso l’Università di Napoli – dove è stato allievo di Pasquale Villani e Giuseppe Galasso – e specializzato in Bibliografia e Archivistica.

Autore di numerosi saggi e volumi, fin dagli inizi dei suoi studi ha rivolto i propri prevalenti interessi di ricerca al Mediterraneo e al Mezzogiorno d’Italia nella cruciale fase di transizione tra il declino dell’ancien régime, la crisi rivoluzionaria ed il periodo napoleonico. Tra le sue opere principali: Il Mezzogiorno e le potenze europee nell’età moderna, Milano 1993; Michele Pezza detto Fra’ Diavolo, Cava de’ Tirreni 2000; Chiesa e società nel Mezzogiorno d’Italia, Avellino 2002; Il Decennio francese nel regno di Napoli. Studi e ricerche, vol. I-II, Salerno 2007-2009; Pietro Paolo Parzanese. Una biografia politica, Avellino 2011; Capri “inglese” e napoleonica 1806-1815, Avellino 2011; Dal castello al palazzo. Il castello di Avellino, Avellino 2014; Storia di un territorio. Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola, Avellino 2017; Il Regno delle Due Sicilie (1734-1861). Studi e ricerche (vol. I), Avellino 2018.

 

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