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    24/04/2026

Area di sosta/Verso Santiago. Seguendo un’ombra

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura7_incappuc.jpgAVELLINO – Da sempre i nomi più belli gli uomini li hanno dedicati agli abitanti del cielo: pianeti, stelle, costellazioni. E, quando ancora non disponevano di efficaci strumenti d’indagine e di conoscenze scientifiche, attinsero, per battezzarli, all’inesauribile patrimonio terreno di miti e leggende, popolando la volta celeste di dei, eroi, ninfe e animali, che continuano a brillare e a illuminarci dalle profondità del tempo.

Fu seguendo le stelle della Via Lattea che si arrivò a scoprire il sepolcro dell’Apostolo Santiago, San Giacomo Maggiore, giunto nella Finis Terrae galiziana a bordo di una nave miracolosa guidata dagli angeli. E una stella a otto punte segnala il percorso ai pellegrini lungo tutta la Ruta Jacobea.

Che si trattasse di astri o di luci misteriose, la figura del Santo è stata sempre associata a questi tremolii luminosi, fin nell’etimologia popolare di Compostela, Campus Stellae. La vaghezza notturna del Camino ha dato origine a una moltitudine di leggende, più o meno legate ad apparizioni e fantasmi, figure a cui la Galizia è particolarmente aficionada.

Non mi meravigliai più di tanto, quindi, quando ascoltai dalla viva voce di alcuni abitanti del piccolo borgo di O Cebreiro la cronaca delle ultime apparizioni della Compaña, della cui tradizione avevo letto in alcune storie della scrittrice dell’Ottocento Rosalía de Castro.

Tutti raccontavano convintamente delle file di incappucciati che di notte percorrevano, anime in pena, le vie del paese, guidate da una persona vivente, recante una croce e un recipiente d’acqua benedetta, e a cui era (nuovo Orfeo) vietato girarsi per guardare alle sue spalle. Poteva solo sperare di affidare il suo posto a un altro, liberandosi così di quel macabro compito.

Anche se fra i miei compagni del Camino lo scetticismo era palese, accompagnato da qualche risatina nascosta, la presenza nel gruppo di un giovane estremamente pallido e silenzioso mi sembrò corrispondere perfettamente al tipo che la leggenda indicava come predestinato a guidare, suo malgrado, la processione notturna. A letto, forse impressionata dai racconti, stentavo a prendere sonno in quell’affollato stanzone dove dormivamo tutti noi. Fu così che potei ascoltare chiaramente il lieve rumore dei passi di qualcuno che, alla luce della luna, scendeva a piedi scalzi dal suo letto e si dirigeva silenziosamente verso la porta dell’ostello.

Non resistendo alla curiosità, lo seguii con lo sguardo dall’uscio socchiuso. Fioche luci intermittenti si dirigevano tremolando verso di noi dal sentiero che dal bosco giungeva in paese, accompagnate da un basso salmodiare di voci incomprensibili e da un acuto odore di cera.

Il nostro compagno camminava verso di loro come in trance. Accolse senza fiatare il peso della croce che qualcuno gli pose sulle spalle e il vaso dell’acqua benedetta.

Non so se pensò di riuscire a scaricare su qualcun altro quel fardello, o se lo riconobbe per sé come fatale. È certo, però, che il giorno dopo, quando il suo corpo fu ritrovato quasi occultato fra gli alberi, il sangue lo aveva abbandonato completamente, e il suo pallore non era ormai più che il colore cianotico di un cadavere.

 

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