AVELLINO – È possibile sovrapporre il “qui” della bella casa sul mare di Rio de Janeiro di una famiglia della borghesia brasiliana degli anni Settanta con il “qui” del lugubre luogo di tortura e detenzione dove la torva e violenta polizia trasportava chiunque si opponesse alla dittatura militare che per un ventennio privò il popolo dei propri diritti civili e politici? Eppure quei luoghi così distanti ed estranei sono abitati dalle stesse persone, fiduciose, ricche di cose belle, di amicizie sincere e di solidarietà con chi soffre, fino a quando non precipitano anche loro in quel gorgo di terrore e menzogne in cui ogni regime antidemocratico riesce a mantenere i suoi concittadini, convertiti in sudditi.
Il regista brasiliano Walter Salles, già autore, fra molte altre, di due pellicole iconiche del cinema impegnato latinoamericano, quali Central do Brasil (1998) e I diari della motocicletta (Diarios de motocicleta del 2004), ha creato con Io sono ancora qui (Ainda estou aqui, 2024) un’opera estesa ed emozionante, più volte premiata, e amichevolmente presentata, a inizio film, da un invito del regista e dell’attrice protagonista a vederlo e farlo vedere. Intento riuscito, visto che ha avuto milioni di spettatori, in patria e all’estero, e che Fernanda Torres, nella parte della moglie Eunice dell’ingegnere “desaparecido”, Rubens Paiva, ha vinto il Golden Globe 2025 come migliore attrice protagonista mentre il film è candidato a più Premi Oscar.
Piccola chicca finale: la Eunice da vecchia, ormai vittima dell’Alzheimer, è la quasi centenaria Fernanda Montenegro, sua madre nella vita e a sua volta prima latinoamericana candidata al Premio Oscar.
Questo film, materico e sentimentale, tratto dalla storia vera narrata dal figlio Marcelo in memoria del padre, omaggio alla volontà di resistenza contro l’ottusità e la violenza di chi scambia il governo con il potere e le camarille con la classe dirigente, con al centro una famiglia dai legami teneri e sorridenti, indissolubili fra loro e aperti al mondo, in cui neanche la morte può sottrarre spazio alla vita, è insieme un contributo alla storia delle dittature latinoamericane, ma anche un monito per quelle che tuttora avvelenano buona parte del mondo e che minacciano di estendersi su altre.
Mi torna alla mente e al cuore il ricordo personale di un carissimo amico scomparso, amico non solo mio ma di tanti qui ad Avellino e fuori, che si mosse sempre per far conoscere chi resisteva in America: Gabriele Matarazzo, innamorato di Cuba, dove frequentava la famiglia del Che, portò nella nostra città, insieme al figlio di Guevara, Camilo, l’amico di Guevara, il vecchio Alberto Granado, compagno del leggendario viaggio in motocicletta da sud a nord attraverso i paesi latinoamericani, da cui nacquero il Diario e il film.
I tanti incontri che avemmo (io facevo da interprete) per la provincia e fuori sono uno dei ricordi più emozionanti che mi legano a Gabriele e a tutta una generazione che ha creduto, come Walter Salles, di poter sconfiggere la ferocia con la mitezza e l’intelligenza.




