AVELLINO – Se è stato definito opera-monstre non è solo per le proporzioni: tre ore e mezza di proiezione, con un intervallo di un quarto d’ora, quasi un decennio perché il regista e la cosceneggiatrice Mona Fastvold, sua moglie, trovassero i luoghi in Ungheria dove ambientare una storia americana, perché il musicista Daniel Blumberg creasse una colonna sonora insieme incombente e brutale come le vicende narrate e la scenografa Judy Becker completasse la sua ricerca filologica sull’architettura e l’arredamento brutalisti per poter inventare gli edifici e gli interni attribuiti all’architetto immaginario László Tóth (un grande Adrien Brody), ebreo ungherese fuggito negli States dopo aver subito il campo di concentramento di Buchenwald.
Al di là della vastità del progetto e della sua realizzazione da parte di Brady Corbet, il film è veramente smisurato negli intenti e nella riuscita, perché precipita lo spettatore fin dalle scene iniziali nell’enormità degli eventi storici degli anni Quaranta in Europa, nell’orrore del nazismo, nelle speranze del dopoguerra poi rivelatesi foriere di nuovi conflitti (quando nel 1947 László arriva in America le Nazioni Unite hanno appena deciso la spartizione della Palestina e la nascita dello Stato d’Israele, il progetto della bomba atomica è avviato e la guerra fredda ha soppiantato la guerra armata), così come nel sotterraneo o dichiarato razzismo dei benevoli bianchi. Come un’invisibile infezione, il razzismo e la presunzione di superiorità si contagia persino ai profughi europei che ce l’hanno fatta: il cugino ungherese di László, che pure gli ha offerto aiuto a Filadelfia, finisce per scacciarlo “come un cane” credendo alle calunnie della bella e cattolica moglie americana.
E così il presunto benefattore Van Buren, miliardario in cerca di prestigio, che ha scoperto il talento dell’architetto finito in un dormitorio per senzatetto, dopo avergli fatto assaporare il benessere affidandogli la costruzione di un monumentale centro multi funzionale in ricordo di sua madre, e dopo averlo accompagnato a Carrara per la scelta del marmo più bello, rivela la sua vera natura in atti infamanti, da cui comincia l’inarrestabile caduta agli inferi di László, nonostante l’abbiano raggiunto in America la moglie e la nipote orfana, sopravvissute a Dachau.
È difficile dar conto di tutti i personaggi che interagiscono, con personalità diversificate e determinanti, sulle cadute e le rinascite del protagonista, al quale, ormai vecchio e sulla sedia a rotelle, viene, nel finale, tributata una mostra alla Biennale di Venezia che lo consacra definitivamente nell’Olimpo dei maestri.
Quella corrente del Brutalismo che, ispirata dal Bauhaus tedesco, si propagò nell’architettura internazionale d’esterni e d’interni per riflettere un uso ruvido, grezzo e vigoroso del materiale, ma che evocasse delle forti emozioni grazie alla sua struttura, partecipa, nel film, di quella stessa tensione etica e indenne da compromessi che guida le opere di László, ma che si scontra con la brutalità senza sconti del capitalismo imperante negli Stati Uniti, nel suo disinteresse per i diseredati se non serve per ammantarsi del titolo di benefattore.
Eppure, i duecentomila visti d’ingresso concessi negli anni Cinquanta a profughi europei ci sembrano un’utopia irrealizzabile, oggi che Trump i profughi li deporta, ma il capovolgersi delle sorti delle nazioni fa parte di quell’epos che è la cifra della pellicola di Corbet.
Un’epica di eroi quotidiani, che barcollano fra eroina e genialità, che si intontiscono con l’alcool ma fanno la fila all’alba per un senzatetto nero, all’interno di un quadro dipinto senza lesinare sui mezzi espressivi, anche a costo di frastornare lo spettatore. Ma un’opera unica, grandiosa, irrinunciabile, da vedere.




