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    18/04/2026

Follemente, le tattiche dell’amore nel film di Paolo Genovese

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Spettacoli6_folle_mente.jpgAVELLINO – Qual è il plurale di “Io”? Prima, istintiva risposta: “Noi”. Errore: “Io” è già plurale. Questo sembra ricordarci il regista Paolo Genovese nel suo ultimo film, Follemente, nuovo fenomeno d’incassi dopo il celebrato - e imitato - Perfetti sconosciuti. Anche qui ci troviamo ad assistere a battibecchi e discussioni fra una miriade di personaggi, apparentemente legati fra loro, e, contemporaneamente, ignari l’uno dell’altro, persino ostili. Solo che qui, a differenza della pellicola precedente, le voci che si alternano, si sovrappongono, si contraddicono o, più raramente, trovano un accordo, non appartengono a personaggi diversi ma a due singole personalità, Lara e Piero, al loro primo appuntamento dopo una conoscenza attribuibile alle chat d’incontri.

Reduci entrambi da fallimenti amorosi, nell’imbarazzata e un po’ goffa prima parte della serata da perfetti sconosciuti, si esibiscono in quei ruoli di genere, un po’ stereotipati, di chi cerca di mostrare di sé il lato migliore, schivando le domande impegnative e cercando di scoprire almeno qualcuna delle tante zone oscure dell’altro.

Complimenti obbligatori, intrusioni di ex o della figlia minorenne tramite citofono e telefono, cenetta con qualche momento di possibili tenerezze scansate per timore di essere troppo frettolosi, confidenze per trovare dei punti in comune, rivendicazioni femministe versus difese maschili… Tutte le tattiche del discorso amoroso vengono messe in campo, anche se le strategie di salvezza sembrano alla fine suggerire un’onorevole ritirata che, invece, capovolgendo la tensione iniziale, la trasforma in un trasporto sessuale che sembra preludere a un rapporto più duraturo.

Quasi privo di azione e di esterni, senza mai uscire dalle stanze in cui si svolge la vicenda, zeppe di oggetti antiquati e moderni, archivio dei pensieri da cui tirar fuori la parola esatta, Follemente sfrutta al massimo la ricchezza verbale delle battute, delle allusioni, dei retropensieri dei due protagonisti, che, e qui sta l’originale costruzione del film, vengono loro suggerite dai vari “Io” che popolano le loro menti: il razionale e l’erotico, lo spaventato e l’audace, il romantico e il sensuale, l’indolente e il dinamico…, insomma i tanti personaggi che tutti siamo, impegnati a recitare una parte, o più parti, seguendo le necessità o i capricci del momento.

Il regista ci fa così entrare, come in uno di quei dibattiti medievali in cui le virtù e i vizi prendevano forme allegoriche e si comportavano come gli umani di cui erano espressione, nei segreti inventari mentali dell’uomo e della donna, ciascuno riprodotto in quattro personaggi diversi. E qui entrano in gioco la bravura e la simpatia dei singoli interpreti, che vogliamo citare: oltre a Edoardo Leo e Pilar Fogliati, i protagonisti, Maria Chiara Giannetta, Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo, Marco Giallini, Maurizio Lastrico e Claudio Santamaria.

E il titolo li richiama tutti: folle contiene il doppio senso della follia e della moltitudine, mente è il luogo d’elezione dei sentimenti, delle emozioni, dei giudizi e dei pregiudizi. Mentre le due figurine che, nella locandina, sostituiscono le lettere elle, l’una di fronte all’altra, sono abbastanza vicine per scambiarsi il bacio definitivo, o abbastanza lontane per prendere una via di fuga.

Così succede nella vita di tutti, e per questo nel film ciascuno riconoscerà un po’ di sé.

 

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